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Benvenute e benvenuti nel mio blog

Benvenute e benvenuti! Questo è il mio primo scritto, non so cosa esattamente vorrò farne di questo spazio ma so che avevo il desiderio di trovare il modo per esprimere alcune considerazioni su cose che mi passano per la testa. Mi piace scrivere e lo faccio per professione anche se non ci guadagno (avverrà, prima o poi?). Ci troverete, quindi, roba che riguarda i libri (non solo i miei), la poesia, la lettura, il teatro,  le arti. Non temete, non sono una critica letteraria né lo diventerò, ma mi piace discutere anche delle tensioni umane e sociali, le faccende che viviamo, che ci fanno gioire, indignare, terrorizzare. Se vorrete lo faremo insieme. Questo blog, per la verità, è il risultato di una “pressante” insistenza del mio compagno Nicola il quale non ne può più di sentirmi parlare delle cose di cui vi ho detto. Spera forse di sottrarsi così ai miei eccessi? Non sa, il poverino, che io di questioni tecnologiche mi intendo poco e che quindi lo infastidirò per la gestione di questo nuovo spazio?

Insomma, io sono Clelia Lombardo e vi dirò a poco a poco di me. Voi fate lo stesso.

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Da un mondo perfetto Daniela Palumbo

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Ci sono libri per ragazzi e ragazze che dovrebbero leggere anche gli adulti. “A un passo da un mondo perfetto” di Daniela Palumbo, ed. Piemme è uno di questi. La storia è ambientata in Germania, nel 1944. Iris è una ragazzina di undici anni il cui nome richiama l’amore che la madre ha per i fiori, gli iris, in particolare. Il padre è un capitano delle SS che viene promosso vicecomandante di un campo di concentramento ed è per questo motivo che la famiglia si trasferisce lì nei pressi. Sebbene Iris non “adorasse le cose nuove” si ritrova in una villa bellissima, circondata da un giardino in cui la madre può coltivare piante e fiori di cui si prende cura anche un giardiniere ebreo che ogni mattina arriva dal campo. C’è una cuoca, una domestica, un pianoforte, biciclette con cui fare passeggiate nel bosco insieme al padre, insomma ogni cosa sembra magnifica. Iris frequenterà una nuova scuola e i genitori fanno amicizia con il pastore e la moglie con cui possono esaltare il grandissimo valore della guerra e dei soldati tedeschi. Ma a poco a poco, nella mente di Iris si aprono delle “crepe”, la realtà che la circonda non è più compatta, le certezze si sfaldano e nel suo cuore si apre un conflitto doloroso tra l’amore che nutre per i suoi genitori e quello che comincia a osservare e a capire. Quando arriva un secondo giardiniere ebreo, dopo che il primo ha fatto una brutta fine per aver semplicemente rubato delle mele, per Iris comincia un sentire nuovo, lei e il prigioniero si scambiano uno sguardo che spalanca nuove prospettive. “Ma poi, a un tratto, come quando le nuvole se ne vanno dal cielo in fretta, avevano messo da parte ogni difesa: da quello sguardo non si poteva tornare indietro. Era stato un atto di fiducia verso di lei. Anche Iris per lui rappresentava il nemico, in fondo”. Chi è quest’uomo a cui non bisogna rivolgere la parola, che non è niente, che dicono pericoloso, orrendo, come ogni ebreo? Chi è questo estraneo col capo rasato e la divisa a righe?

La storia è ambientata in Germania, nel 1944. Iris è una ragazzina di undici anni il cui nome richiama l’amore che la madre ha per i fiori, gli iris, in particolare. Il padre è un capitano delle SS che viene promosso vicecomandante di un campo di concentramento ed è per questo motivo che la famiglia si trasferisce lì nei pressi. Sebbene Iris non “adorasse le cose nuove” si ritrova in una villa bellissima, circondata da un giardino in cui la madre può coltivare piante e fiori di cui si prende cura anche un giardiniere ebreo che ogni mattina arriva dal campo. C’è una cuoca, una domestica, un pianoforte, biciclette con cui fare passeggiate nel bosco insieme al padre, insomma ogni cosa sembra magnifica. Iris frequenterà una nuova scuola e i genitori fanno amicizia con il pastore e la moglie con cui possono esaltare il grandissimo valore della guerra e dei soldati tedeschi. Ma a poco a poco, nella mente di Iris si aprono delle “crepe”, la realtà che la circonda non è più compatta, le certezze si sfaldano e nel suo cuore si apre un conflitto doloroso tra l’amore che nutre per i suoi genitori e quello che comincia a osservare e a capire. Quando arriva un secondo giardiniere ebreo, dopo che il primo ha fatto una brutta fine per aver semplicemente rubato delle mele, per Iris comincia un sentire nuovo, lei e il prigioniero si scambiano uno sguardo che spalanca nuove prospettive. “Ma poi, a un tratto, come quando le nuvole se ne vanno dal cielo in fretta, avevano messo da parte ogni difesa: da quello sguardo non si poteva tornare indietro. Era stato un atto di fiducia verso di lei. Anche Iris per lui rappresentava il nemico, in fondo”. Chi è quest’uomo a cui non bisogna rivolgere la parola, che non è niente, che dicono pericoloso, orrendo, come ogni ebreo? Chi è questo estraneo col capo rasato e la divisa a righe?

“Iris era dubbiosa, forse anche lui si ritrovava, come lei, con piccole crepe dentro il cervello senza sapere come fare a chiuderle, a guarirle, a fermarle. Erano come ferite che si aprivano, lentamente. Aveva cercato di respingerle. Ma le sentiva avanzare già da un po’… Iris aveva paura. Sentiva, senza saperlo, che la crepa poteva far crollare il mondo che amava”.

Crepa: non si poteva scegliere parola migliore, ha a che fare con il crepare, qualcosa che spacca e fa morire ciò che è stato. Ed è un atto dilaniante ma necessario laddove bisogna spaccare il terreno malvagio su cui poggiamo. La narrazione procede appassionante, è fatta di luoghi, oggetti, bellezze, cibi, di vita quotidiana che collide con asprezza incalcolabile con l’orrore del campo di concentramento. C’è un suo compagno di scuola, Gerolf, che le racconta fatti che le vorrebbero nascondere. E sentiamo, ancora una volta, che ciò che accadde allora è vicino e ci riguarda.

Quello che succederà dopo, nel romanzo, è intriso di sofferenza e compassione, desiderio di verità e racconta il prezzo, carissimo, che bisogna pagare per perseguirla. Con una lingua poetica, Daniela Palumbo disegna un mondo che nasconde quella “banalita del male” che nella sua dilaniante portata è da monito per tutti. Nell’amicizia segreta che nasce tra Iris e il prigioniero ebreo sta il bisogno di un mondo perfetto perché giusto. Ed è una bambina che segna la strada per ritrovare il senso dell’umanità, è il suo sguardo curioso e limpido che indica a tutti noi quanto sia necessaria la memoria, forte e imperituro baluardo di libertà. “… sono convinto che siano le storie ordinarie, i testimoni poco interpellati, poco ascoltati, silenziosi, a raccontare la grande Storia”, si legge nell’ultima parte del romanzo.

Sta il destino dei popoli se vorremo fare tesoro del passato.

Invecchiare di Francesca Albergamo

ph Massimo Sbreni

C'è una saggezza stucchevole 
nell'invecchiare
qualcosa che somiglia 
alla compiutezza dell'essere
che sapora di compromesso
di definito
che non mi piace

perciò mi inventerò
giorni sconnessi 
sentieri glaudicanti
dove camminare
controvento

parole sconvenienti
per rendere a ciascuno
ciò che gli appartiene
senza sconti
senza fraintendimenti

perchè sia chiaro 
che della saggezza
non ne farò tesoro
invecchierò
con la sfrontatezza
di un cuore bambino
e la baldanza
della più verde età

Lo farò 
per fottere la vita
e i suoi tradimenti

Nozze sul Delta Eudora Welty

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Una natura rigogliosa, il Delta del Mississipi, il 1923, anno in cui in una immensa piantagione di cotone la famiglia Fairchild si prepara alle nozze della giovane diciassettenne Dabney. È un grande romanzo corale “Nozze sul Delta” di Eudora Welty che Minimum Fax ha editato con la traduzione di Simona Fefè e un profilo bio-bibliografico dell’autrice a cura di Luca Briasco.

Compaiono sin dall’inizio i numerosi figli di Ellen e Battle, genitori della sposa, cugini, zie, zii, i cui nomi e storie si intrecciano sin dalle prime pagine in cui Laura, bambina di nove anni, da poco orfana di madre e nipote di Battle, arriva alla stazione per essere condotta nella grande casa coloniale della famiglia materna dove tutti saranno coinvolti nei preparativi per le nozze. “Nel Delta pareva esserci quasi solo il cielo. Le nuvole erano grandi più dei cavalli e delle case, più delle barche, delle chiese e delle sgranatrici di cotone, più di qualsiasi cosa tranne le piantagioni dei Fairchild. Col naso nella buccia di banana come nella corolla di un giglio, Laura guardava il Delta. La terra era perfettamente piatta e uniforme, ma scintillava come l’ala di una libellula luminosa”.

Attraverso, a volte repentini, cambi di sguardo si apre il mondo dell’aristocrazia sudista che difende le tradizioni di famiglia, le genealogie, i riti, le relazioni che fanno di questo un romanzo straordinario, denso. “Ma i ragazzi e gli uomini, le ragazze e le dame, i vecchi e i giovani del clan del Delta – persino i defunti e i vivi, secondo zia Shannon – si assomigliavano, in una continuità perfetta”.

In quel mondo in cui si muovono tante vite, in cui il paesaggio è descritto con una ricchezza di colori e sfumature esaltanti, in cui la famiglia ha costruito altre case in cui vivono le zie e che fanno parte delle eredità, in quella piantagione, nel bayou in cui le albe e i tramonti sono scene da film, la Welty apre un mondo allo stesso tempo chiuso nella difesa di se stesso e minacciato dalle mutazioni inesorabili del tempo. Piccole crepe che la scrittrice apre nei dialoghi, nella scelta di parole che, a tratti, disorientano, proiettano luci di minaccia e trasformazione. Un mondo in cui Ellen ha cercato di appartenere partorendo molti figli, facendo delle rinunce per tenere in piedi l’intera architettura della dinastia, in cui gli uomini che dominano le regole in realtà nascondono profonde insicurezze. Una fisionomia della famiglia che si aggroviglia in sincerità e omissioni. “Le persone che amiamo ci impediscono di cambiare”.

Ciascun personaggio emerge attraverso particolari, gesti, oggetti, dialoghi che costruiscono un tessuto in cui alla semplicità della trama, i preparativi del matrimonio, si contrappongono contraddizioni, memorie e tensioni che fanno apparire come in un dipinto quello che si può intuire il “dietro le quinte”. George, fratello di Battle, che arriva a cavallo, regalo per la sposa, è un personaggio carismatico amato da tutte le donne della famiglia eppure da poco abbandonato dalla moglie (poi anche questo si modificherà) che, in quanto estranea viene tollerata a mala pena. Anche lo sposo, Troy, non viene ben visto, non solo ha il doppio degli anni di Dabney ma è il soprintendente della piantagione e quindi di classe inferiore. Shelley, figlia più grande che avrebbe dovuto sposarsi per prima, che scrive il diario e che “Ancora una volta, anche se in modo diverso, ebbe la sensazione che gli uomini fossero solo dei bambini. Attraversò correndo il prato fino a casa. Pensò, felice, che le donne avevano le idee un briciolo più chiare, anche se dovevano tenere per sé quel che sapevano… oh, per sempre!”.

E i tanti negri che popolano il romanzo, presenze costanti nell’economia della piantagione, di servitù, cuoche, giardinieri e balie che accompagnano in secondo piano la vita della famiglia e che svelano la tradizione del sud d’America, le sue connotazioni di classe e di cultura. In questo senso la parola negri usata nel romanzo ha la sua precisa funzione e quindi, contestualizzata, restituisce il senso di un’epoca.

E ci sono i nomi, bellissimi, delle piante, della vegetazione che nella sua straripante diversità fa da ordito misterioso e magico, voce dello scorrere del tempo e delle generazioni.

Inferno

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Brucia la Sicilia nuova Troia assediata.
Vite in pericolo, distruzione di beni e case, morte di animali aria piante creature che hanno impiegato decenni a crescere alimentare la vita di tutti.
Che inferno avete nel cuore per scatenare l’inferno sulla terra?
Ma davvero pensate che non ne avrete conseguenze, che le leggi dell’universo non vi riguarderanno? Siete ciechi nel cuore come negli occhi e della coscienza non conoscete la bellezza. Poveri voi per quello che pagherete e sarà carico delle vostre nefandezze, delle notti e dei giorni avvelenati, della paura, del dolore che oggi proviamo e del pianto.

Terrapiena Carola Susani

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Terrapiena, di Carola Susani, edizioni minimum fax, è un libro da leggere. Con la sua lingua sorprendente e limpida, l’autrice descrive le cose nella loro concretezza, materialità, eppure della realtà trasfigura i contorni. Un modo visionario di affrontare la storia del nostro paese, i passaggi decisivi dal dopoguerra a oggi, quando le spinte al cambiamento hanno innescato piccole rivoluzioni. Che poi non sappiamo mai fino a che punto i cambiamenti produrranno conseguenze, quali semi lasceranno.

In Terrapiena ti sembra di essere proprio lì, nella campagna siciliana, all’inizio degli anni settanta, dove sorge una baraccopoli costruita dopo il terremoto. Lì dove Italo Orlando riappare. Nel precedente romanzo La prima vita di Italo Orlando, il primo di una trilogia, era comparso molti anni prima, nel ‘57, e aveva scombussolato la vita di una intera comunità. Creatura senza tempo e senza storia ha le stesse fattezze di allora quando un gruppo di ragazzini lo trova, a fine estate. “Era nell’acqua a faccia in giù, le braccia stese, i capelli che brillavano come squame. Ricordo il cielo omogeneo che si rifletteva sulla superficie stagnante. Nel punto in cui eravamo il fiume aveva ancora una certa portata, ma subito s’insabbiava, e andava a spegnersi in un rivolo che puntava al mare”. A chiedere chi sia Italo la risposta è sempre la stessa: “La leggenda narrava del figlio di un avvocato Orlando, Mommo non si ricordava se fosse di Corleone o di Marsala, pluribocciato a ingegneria, che era impazzito e aveva cominciato a girare per la Sicilia a piedi scalzi portando fortuna a chi se lo prendeva in casa. Gliela raccontavano in famiglia quand’era piccolo, sua zia sosteneva di averlo incontrato. Ma mi sembrava ridicolo pensare che fosse lo stesso, il ragazzo che avevamo trovato nel fiume non aveva più di vent’anni”. È Ciccio, un bambino di dodici anni, a raccontare quello che accadde in quell’estate, della povertà, del gruppo di attivisti arrivati anche da fuori e chiamati stranieri che con il loro impegno e le loro azioni vorrebbero spingere la popolazione delle baracche a ribellarsi per ottenere il riconoscimento di diritti elementari. Ciccio, con le gambette magre, anche lui vedo nella sua disarmante fame di vita, scapestrato e tenero, impegnato a scorrazzare insieme a Mommo, Dora, Marco, Elia, a cercare, inconsapevole, l’amore che gli manca. “Mia madre non amava picchiarmi. Per farlo avrebbe dovuto alzarsi da una sedia a righe blu o dal letto, separarsi da Maria, appoggiarla in un posto, muoversi, rincorrermi, sudare… Odiava sentire caldo in ogni parte della cute pallidissima, tranne nel punto in cui, di volta in volta, sistemava Maria”. In compenso, le legnate gliele dava un fantomatico zio, malacarne che frequentava la baracca e che, come altri, diffidava degli attivisti. “Mentre si rimetteva la cintura mi fissava contraendo la fronte sudata: “Un cià ghiri chiù, su’ comunisti. Un ti cià ‘mmiscari”.

La povertà, la miseria, il malaffare, le ataviche storture sociali che si contrappongono al brillare di un’ansia di riscatto, una voglia di futuro che si manifesta nelle assemblee, nelle proteste per l’acqua, il lavoro, la ricostruzione. Del resto quelli furono gli anni di Danilo Doci e Peppino Impastato. Nell’ansia disorientata e bollente dell’adolescenza incipiente c’è il corpo di Ciccio che cambia, il desiderio per Dora, e insieme a questo gli scenari interiori. “Quando si sta a cavaliere fra i mondi, massimo è il rischio di cadere. E io stavo così, in bilico”. E cade Saverio, ragazzo omosessuale che si innamora di Italo e che fa di questa sua passione una spada da cavaliere impavido e una croce da portare in un paese in cui ancora la vergogna non consentiva di scegliere chi amare. “Ma Saverio era paralizzato dalla vergogna. Di che cosa si vergognava? Io mi sarei vergognato Di mia madre e di Maria, della nostra casa senza niente; forse per lui era lo stesso, si vergognava di sua madre… O forse si vergognava di Italo, che era anche un dio (cosa poteva essere altrimenti?), lo stesso era finocchio”.

Vedo le luci, le ombre, la notte, sento l’odore dei fichi, dell’umido, i grilli, il rumore delle scarpe di altri che la madre di Dora regala a Ciccio che scarpe non ne ha. E Italo? Dopo avere innescato, ancora una volta, il cambiamento scompare come era ricomparso? Quali semi ha lasciato? Lo ritroveremo in un altro momento decisivo della storia del nostro paese nel terzo volume, che aspettiamo, della trilogia.

Un ragazzo d’oro Eli Gottlieb

Todd è autistico, vive da molti anni in un centro per disabili e racconta della sua vita, del passato, della sua famiglia, dei suoi farmaci e dei suoi desideri. Un libro struggente, che Eli Gottlieb (che ha un fratello autistico) delinea con lingua precisa, che scava nella sintesi come gli scrittori americani sanno fare. Per Minimum fax nella traduzione di Assunta Martinese.
Non potevo non pensare alla nostra alunna Giulia ❤️, alle domande che ci facciamo sul destino.