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Redenzione Chiara Marchelli

Per raccontare il disagio nelle sue forme più profonde e drammatiche, Chiara Marchelli, nel romanzo Redenzione NN Editore, sceglie come cornice del racconto il genere giallo e fa in modo che le indagini per un omicidio prima e per la scomparsa di una donna poi, facciano da traino rendendo la lettura avvincente. Si intrecciano così vari piani, elementi che fanno di questa narrazione una storia stratificata, complessa, di forte impatto emotivo.

Ma andiamo per ordine. Una donna è stata gettata in un dirupo e Maurizio Nardi, comandante dei carabinieri di Volterra, indaga senza mollare perché è un uomo schivo ma che coglie dettagli, partecipa al dolore, non ci dorme la notte, si fa domande che travalicano carte e scartoffie, nella quotidianità con la moglie Lara cerca un equilibrio e un sollievo che non trova. A Volterra, a inizio di un’estate caldissima, arriva Giorgia, una donna che ha superato i quarant’anni e che già da qualche anno trascorre lì un mese di vacanza. Chi è Giorgia, che cosa la tormenta, che cosa ha vissuto, che cosa le rimane attaccato addosso dell’anoressia di cui ha sofferto? L’anoressia, uno dei grandi temi del romanzo che la scrittrice ha voluto trattare in una forma molto originale poiché riguarda non solo la protagonista, ma più personaggi il cui passato emerge tra le ombre, in quel non potersi liberare mai di una malattia così devastante. Una fame che è fame di vita, un sottrarsi al mondo per essere se stesse, una ricerca di felicità e perfezione che comporta l’annullarsi. E in modo ancor più interessante, l’autrice richiama oltre le componenti psichiche dell’anoressia anche quelle storiche e sociali facendo riferimento esplicito a un testo straordinario, “La santa anoressia” di R. M. Bell, in cui i percorsi alla santità di donne come Chiara d’Assisi e Caterina da Siena furono legati al digiuno e alla mortificazione del corpo. Tra le pagine del romanzo, quindi, si affacciano domande che arrivano dritto al punto, senza sconti.

«…Ci sono così tanti equivoci intorno all’anoressia… tanto per cominciare, lo sai che il significato di anoressia è sbagliato? Mancanza di appetito. In filosofia invece non descrive un’assenza di fame ma di desiderio. E da una parte è così: diventi apatico, pensi solo a cosa mangiare e cosa non mangiare. Hai una fame incolmabile. Ma poi non è vero nemmeno quello: non è vero che non desideri. Desideri così tanto che non … Ridursi a essere soltanto pensiero per impedire al mondo di devastarci di nuovo. Difendere chi siamo, cancellandoci. E, cancellandoci, gridare la nostra presenza. Assurdo, no?».

È Giorgia che parla in un dialogo con Malina, una donna con cui intesse un legame di confidenza e che svelerà un volto del tutto inaspettato. No, non è assurdo, è il volersi liberare costruendo una gabbia, gridare la propria volontà di sottrarsi al dominio e alle violenze del mondo ricacciandosi in un buco di tormento in cui si ritiene di potere controllare tutto. Malina, con cui Giorgia prova a tessere un’amicizia nonostante l’abitudine a nascondersi. Amiche. Di certo hanno qualcosa in comune. Non ha ancora capito cosa, è una questione di pancia, il linguaggio primitivo di chi si riconosce annusando… Negli incontri con questa nuova amica che la spinge a confidarsi e le chiede del suo passato, Giorgia, anche se malvolentieri, parla del suo ex fidanzato e delle trappole affettive in cui le donne cadono con una certa frequenza. È che Giorgia si era sentita donna con lui: completa, solida. Non l’aveva indovinato, il gioco di specchi: tu sei così perché ti ci faccio sentire io quando voglio e non basterà mai… Lui le chiedeva sempre di essere sempre di più perché lei non si bastava mai. Come l’anoressia, che invece è senza interlocutori: l’aspirazione eterna a una perfezione che, proprio in quanto irragiungibile, permette di non vivere.

Malina, un nome che mi ha evocato immediatamente il titolo di un grande romanzo di Ingeborg Bachmann in cui il tema della frantumazione dell’io e del rispecchiamentro tra i personaggi si dispiega inquietante e oscuro attraverso la voce narrante: Io è una donna, mentre Malina e Ivan sono gli uomini-simbolo con cui la protagonista ha a che fare. Questo nome così denso di rimandi è quindi casuale? Anche nel romanzo di Chiara Marchelli, sebbene la struttura narrativa mantenga una solida compattezza, il tema del disagio mentale o quello che la società violenta opera nei confronti del disagio mentale sposta lo sguardo nel tempo e nello spazio. In Redenzione, pagine molto forti e dense descrivono quel che resta dell’ospedale psichiatrico di Volterra e della storia di chi ha vissuto al suo interno anni devastanti, prima che con l’antipsichiatria si arrivasse alla legge Basaglia, così come ha raccontato Alda Merini nel suo “L’altra verità. Diario di una diversa”. Le oscure violenze subite dai malati e, in particolare, da una donna di cui conosciamo il dolore scarnificato e folle in lettere che compaiono in capitoli che si alternano a quelli che raccontano la storia attraverso le indagini di Nardi, sono di una forza drammatica vera. In corsivo, con parole dettate dalla disperazione, con segni grafici, cancellature, scarabocchi, sentiamo tutta la violenza disumana del volere schiacciare la diversità che terrorizza. E non possso non pensare alle celle dell’Inquisizione allo Steri di Palermo dove sui muri i prigionieri disegnavano e scrivevano col sangue, la saliva, il piscio, escrementi, fumo di candele, cera. Nel romanzo di Chiara Marchelli, una lingua accurata che cambia registro a seconda del piano che tratta apre una lotta strenua tra i misteri che mostrano a poco a poco la loro fisionomia, come quello della madre di Malina la cui madre anoressica era rimasta internata nell’ospedale psichiatrico per quasi tutta la sua vita. E su questo terreno comune così legato alla carne, ai corpi, alle memorie, alle ferite, a quel tempo che si ripete in un eterno presente, si apre tra Giorgia e Malina un discorso altrettanto profondo sul dominio, sulle violenze subite e agite. Sulle dipendenze che fanno di vittime e carnefici un inestricabile e irrisolvibile binomio. Sulla volontà di sottrarsi alle sconfitte. Cosa succederà a Giorgia che all’improvviso scompare, Nardi scoprirà l’assassino della prima donna, e troverà Giorgia? Cosa rimane in noi dopo l’ultima pagina di questo romanzo così intenso?

 

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Benvenute e benvenuti nel mio blog

Benvenute e benvenuti! Questo è il mio primo scritto, non so cosa esattamente vorrò farne di questo spazio ma so che avevo il desiderio di trovare il modo per esprimere alcune considerazioni su cose che mi passano per la testa. Mi piace scrivere e lo faccio per professione anche se non ci guadagno (avverrà, prima o poi?). Ci troverete, quindi, roba che riguarda i libri (non solo i miei), la poesia, la lettura, il teatro,  le arti. Non temete, non sono una critica letteraria né lo diventerò, ma mi piace discutere anche delle tensioni umane e sociali, le faccende che viviamo, che ci fanno gioire, indignare, terrorizzare. Se vorrete lo faremo insieme. Questo blog, per la verità, è il risultato di una “pressante” insistenza del mio compagno Nicola il quale non ne può più di sentirmi parlare delle cose di cui vi ho detto. Spera forse di sottrarsi così ai miei eccessi? Non sa, il poverino, che io di questioni tecnologiche mi intendo poco e che quindi lo infastidirò per la gestione di questo nuovo spazio?

Insomma, io sono Clelia Lombardo e vi dirò a poco a poco di me. Voi fate lo stesso.

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Cuore allegro Viola Lo Moro

C’è della complessità nella poesia di Viola Lo Moro, in questo suo esordio con Cuore allegro Giulio Perrone Editore. Quattro le parti del cuore, quattro le sezioni della raccolta introdotte da significativi eserghi (Anedda, Montale, Lorde, Nada, Woolf) a indicare già quanto il cuore che ci tiene in piedi è attraversato, per Viola, dalle parole raccolte e vissute nella vita.

Un cuore dilatato che si fa parola smaniosa nell’entropia del quotidiano. Un cuore dilaniato nella distanza da sé, nella vivisezione e nella ricomposizione. Come sostiene Elvira Seminara in una altrettanto poetica prefazione: “Le parole sono arnesi, strumenti sul corpo, perché tutto – anima e verbo – è materia, sostanza viva che fermenta, si apre e decompone”.

Quattro sezioni per raccontare di un Io che cerca instancabilmente, cerca e non s’arrende, che nella frantumazione della propria identità si smonta e si rimonta per raccontare dell’assenza, del lutto, della morte del tempo che ogni cosa trascina e dissolve. Nella poesia di Viola Lo Moro sembra ci sia una volontà di smaterializzazione per assumere le forme più abissali della parola, in un altalenante movimento che dal concreto va all’impermanente. E appare visibile che i molti oggetti presenti nei versi, gli oggetti metallici, appuntiti, gli spilli, il ferro da calza, i tubi, arrivano nelle stanze della memoria e la luce fredda del non detto si sovrappone alle azioni consuete e quotidiane. Nella poesia La stanzaSinghiozzava e non esisteva/se non nel silenzio-ossigeno/di una stanza bianca/l’idea che mi ero fatta/della morte. Uno spazio interiore che si restringe soffocante o si dilata deformando la realtà quando questa mostra il suo volto incomprensibile, insanabile nella ferita che produce.

In Monito …La flebo metronomo/non segna il battito/(un cuore, una arteria, un sistema)/scandisce invece l’attaccamento dell’esterno/all’interno.

C’è un occhio che guarda, una estraneità da se stessi, come a voler entrare nell’organo-cuore, nella carne per vedere cosa accade e portarne fuori una visione di viscere. E se anche questo fosse possibile, cosa potremmo conoscere di noi stessi, noi stesse, nel movimento che si dirige dall’Io al Tu? Mi ha ricordato Ingeborg Bachmann e Amelia Rosselli. Quale passo compone l’avvicinamento e poi la fuga? C’è nei versi un allontanamento volontario dall’amore prima che possa ucciderci, prima che possa assassinarci. In Il sonno delle amanti … Può compiersi così l’abbandono,/con resa. Ricordi/la fatica a rincorrermi/mentre scalpitavo lontano?…

In Orecchie … Le cose si cercano con le orecchie/il vuoto mi è passato vicino/ e fuori c’era già la luce perfetta/ -vociare e pressione-/ma tu non volevi non volevi non/ volevi non potevi/con me affrontare il cammino.

È forse del cuore che si difende e si riapre il movimento che dal vivere passa al morire e viceversa e che Viola vuol farci sentire con parole violente e tenere insieme, nette e profonde che all’immobilità impotente contrappongono un fuoco che arde. Una infanzia che si fa vecchiaia e ritorna a essere infanzia. In Treppiedi … Le quattro bambine rimaste/nel parco di non verde/si divincolano sull’altalena/incerte se credere all’ondulare/come esercizio di infanzia o di vecchiaia…

Ma è dunque possibile tenere il cuore allegro? È la parola il possibile tramite del sentire che innalza la condizione del nostro cuore, che non rende inutile il tramestio delle vene? In Cuore allegro “Tieni il cuore allegro”/mi hai detto/la voce seppur filo/assertiva/Il cuore allegro non so/come si irrora…

Una eredità, il cuore allegro, una promessa a chi si è amato, il nonno poeta a cui è dedicata la seconda sezione del libro ma è anche lo sforzo di mantenere una condizione vitale che superi lo sfaldamento del vivere. La parola che contiene i fluidi, gli umori del corpo, la saliva, il dentro che diventa fuori, che si mischia ad altra saliva, ad altra pelle e bocca e mani e cuori spalancati.

I versi della quarta sezione del libro scavano ancora nelle relazioni profonde e c’è il coraggio di pungere con lo sguardo frammenti di sentimenti senza farne materia di risoluzione, ci sono la madre, il padre, le cose trasformate in rappresaglie dei ricordi. In Madre Non sarò/mai/come te/per questo pagherò/ogni giorno/la mia offesa…

In Torrente Hai scritto babbo che Torrente si sarebbe chiamato/tuo figlio/e avevi ragione… In motocicletta una volta/ ti ho stretto il petto./Non ho più paura de’esser figlia tua:/i cuori non devono esser sincroni/per proteggersi col costato./Torrente è il mio nome.

La parola-appiglio che mostra e nasconde, che intende e non comprende, che nella poesia suggerisce e si fa casa disabitata, illusoria, ancora una volta per ricominciare.

Leonardo Sciascia

Nel centenario della nascita di Leonardo Sciascia, Racalmuto 8 gennaio 1921, ho raccolto alcuni dei suoi libri. Molto amati, prima che da me e da mia sorella, dal nonno, dalla zia e dalla mamma, abitano con grande onore la biblioteca di famiglia. Anche la valigia, con altre, è patrimonio degli avi nella mia casa stratificata. Buon compleanno Maestro. ❤

Cara pace Lisa Ginzburg

Nell’incipit di Cara pace, il romanzo di Lisa Ginzburg edito da Ponte alle Grazie, c’è la forza del desiderio. È Maddalena a provarne lo slancio, quel tipo di energia che affiora e che fa decidere al di là delle ragioni e delle spiegazioni razionali. Desidera andare a Roma, tornare nella città in cui è vissuta da bambina e in cui si condensano i ricordi di una vita segnata dalle scelte dei suoi genitori. La madre, Gloria, che ha abbandonato la casa coniugale quando Maddalena e sua sorella Nina erano ancora delle bambine e pur amandole incondizionatamente ha sentito di doverlo fare, con coraggio, per salvarsi e sfuggire a un vuoto interiore che l’avrebbe distrutta. Il padre, Seba, che ha impedito per molto tempo alla moglie di vedere le figlie di cui anche lui non si è preso cura viaggiando fra Roma e Milano per lavoro e lasciando che a gestire casa, bisogni e crescita delle bambine fosse Mylène, una giovane ma determinata ragazza.

I vuoti delle assenze, le case lontane dei nostri genitori sempre nei pensieri. Mancanze tangibili, concrete, che colmare era impossibile e giustificare difficile. Eppure grazie a Mylène e a quell’allenamento sportivo di cui giorno dopo giorno andavano crescendo i benefici, ecco un nostro ritmo lo avevamo trovato. Il caos era alle spalle.

Maddalena e Nina, quasi coetanee, nove e otto anni, ma così diverse e così simbiotiche creano un legame indissolubile, un esserci grazie e a causa dell’altra. In uno specchiarsi dei ruoli Maddi è più razionale, pacata, più salda e riflessiva mentre Nina è, sin da piccola, egocentrica, volubile, scatenata e difficile. Ma non potrebbero esistere l’una senza l’altra, si definiscono, costruiscono interdipendenza nella necessità di relazionarsi con gli altri. E come accade nelle famiglie anche le più armoniose covano il desiderio di autonomia e di fuga.

Nina: lei conta, lei prima di tutto. Diversamente da Pierre, a me l’egocentrismo di mia sorella non stanca. Ci sono abituata, è così da quando siamo venute al mondo. Nina, la mia sorella minore, bella e capricciosa, scatenata, difficile, protagonista. Faticosa. Così diversa da me, me Maddalena detta Maddi, me sorella più timida, sobria, riservata. Ma che sempre appoggio Nina, la giustifico, le faccio da scudo; me spettatrice privilegiata.

Anche nella distanza fisica, da adulte che vivono in due diverse città, l’una a Parigi con il marito Pierre e i figli in un ordine quotidiano scelto e amorevole, l’altra a New York alle prese con una nuova relazione e il bisogno compulsivo di mandare continuamente messaggi via whatsapp alla sorella, gli intrecci emotivi che le hanno legate nel passato mostrano tutta la loro forza costrittiva ma a tratti salvifica.

D’altra parte, con la storia d’infanzia che abbiamo avuto, cosa pretendere? Ciascuna di noi due ha un suo nodo, e un suo modo. Una volta in più due facce della stessa moneta. Addizione di un’uguale mancanza”.

Cosa avrebbero fatto, come sarebbero riuscite a sopravvivere l’una senza l’altra, senza il rigore dell’allenamento fisico e delle lunghe camminate a cui Mylene le aveva abituate? Senza quell’ordine nel disordine che gli esseri umani costruiscono in comportamenti e abitudini? Maddalena ripercorre gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, negli attraversamenti di equilibri e squilibri che hanno dovuto sperimentare in una solitudine di “orfane senza esserlo”, nell’assenza che scava una voragine. È molto interessante che Lisa Ginzburg abbia voluto guardare dal punto di vista delle figlie e che abbia dissepolto le questioni affrontate dalle profondità e dalle fragilità degli adulti considerati persone fallibili ancor prima che genitori. Con una azione che diventa narrativamente oscillante tra l’essere bambini e l’essere cresciuti, i piani sembrano ribaltarsi nelle domande che incalzanti Nina pone a Maddalena per cercare di rimettere in piedi qualcosa che è franato per sempre. In un procedere per salti e richiami, spinta dal desiderio di rivedere la casa sul Lungotevere e l’albero di Villa Pamphili, Maddi scava nel modello di famiglia a cui tradizionalmente ci riferiamo anche grazie a un personaggio fuori dagli schemi: Gloria, la madre bellissima che riesce a salvaguardare, nonostante tutto, il rapporto con le figlie quando poi otterrà dal giudice di poterle incontrare per poche ore la domenica. Gloria, che pone un modello di maternità complesso, che troverà una sua nuova dimensione affettiva e professionale al contrario di Seb, il padre, contraddittorio, superficiale e sfuggente che col passare degli anni si smarrisce. Sono le figure femminili che emergono con forza in questo romanzo e la loro resistenza nel cercare appigli e difese, nel tentare anche dolorosamente di imparare a proteggersi e a rischiare. Maddalena e Nina che si definiscono attraverso gli altri e le altre in triangoli relazionali che le restituiscono ai lettori con vibrante chiarezza.

Con una lingua intima e carica di sentimenti contrastanti così come lo sono le relazioni più profonde, con un fraseggiare insistito quasi a voler ribadire il martellare del dolore, Lisa Ginzburg descrive momenti che divengono capisaldi di storie personali, quegli eventi, quei particolari precisi che rimangono indelebili anche quando la memoria confonde le carte.

Giocavamo agli «animali preferiti». Quello di Nina il giaguaro, la tartaruga il mio. Da qualche tempo ne possedevamo una; viveva sul balcone, aveva poche settimane di vita nonostante sembrasse centenaria. La osservavo avanzare sbucando fuori la testina scura, vischiosa, gli occhi due fessure nerissime, occhi vispi, vigili, un po’ isterici. Andavo di continuo sul terrazzo per vederla, con il polpastrello cauta accarezzando gli scuti del carapace… Imparavo molto dalla flemma di quel piccolo animale che era casa a sé stesso, dal suo schermarsi ritraendosi in sé, e da lì impassibile stabilire il massimo della distanza rispetto all’esterno.

Qui si concentra un sentire, uno struggimento che dice della nostra umanissima necessità di trovare riparo, di cercare una luogo interno a noi stessi per non morire e nello stesso tempo la ricerca della fuga, la volontà di scardinare gli assetti, sovvertire gli ordini perché senza questa direzione non potremmo, forse, cercare la felicità. Ed è una spinta vitale che ci fa abbandonare il consueto, che impone irragionevolmente di dare ascolto a una smania che per Maddalena gonfia come un’onda e che la spinge, in conclusione del romanzo, verso esiti inaspettati. Che pone nuove, spiazzanti domande.

 

Ogni volta che vai via

                                                   Ogni volta che vai via lasci una traccia

                                                   un seme lo chiami quindi non vai via

                                                   anche se vai via

                                                   germogliano fiorite ricorrenze

                                                   andate ritorni

                                                   calcoli di giorni e mesi

                                                   parole lasciate ad asciugare al sole

                                                   bagnate poi di lontananza

                                                   un transitare cerbiatto

                                                  in luoghi diversi che ci faranno

Vincoli Kent Haruf

Prima della Trilogia della pianura (Benedizione, Canto della pianura, Crepuscolo) e Le nostre anime di notte, tutti pubblicati da NN Editore, questo romanzo è l’esordio di Kent Haruf ed è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 1984, in Italia nel 2018.

Come scrive in nota alla pubblicazione italiana il traduttore Fabio Cremonesi “Se il Kent Haruf degli esordi sente il bisogno di fornirci il maggior numero possibile di dettagli sul microcosmo-Holt, con il passare del tempo la sua fiducia nei lettori, l’intimità che riesce a stabilire con loro, aumentano; è come se dicesse: «A me spetta solo evocare un mondo, voi saprete immaginarlo».

Ma anche questo è romanzo da atmosfere dure, dell’America rurale, di una società bigotta in cui uomini e donne sono immolati alla fatica, al sacrificio, dove la terra e la famiglia si mantengono su codici indiscutibili. I personaggi sono guardati e descritti senza giudizio ma con lo sguardo compassionevole che ha fatto di Haruf uno scrittore molto amato.

Raccontata da Sanders Roscoe, vicino di casa della famiglia Goodnough, la storia racconta sin da quando Roy e Ada Goodnough si trasferiscono a Holt con la speranza di costruire la propria fortuna. La terra invece è arida, piatta e inospitale, e Ada vorrebbe tornare in Iowa ma Roy non vuol sentire ragioni, diventa sempre più dispotico e cattivo, Ada si consuma e muore. Rimasto con i figli Edith, diciassettenne e Lyman, Roy li costringe a lavori disumani, vivono da sudditi tra campi di mais e mucche da mungere. Edith non potrà sottrarsi al volere paterno, non potrà né amare né sposarsi. Lyman a un certo punto va via e si sposta da un luogo all’altro da cui invia cartoline alla sorella ma non sfugge a una forma di folle incompiutezza. Questo romanzo racconta di legami familiari dissennati e di sofferenze rassegnate, di quanto gli esseri umani non riescano a sottrarsi a ciò che li fa lentamente morire. Ma la narrazione mantiene una tensione che scardina via via l’apparente monotonia delle vicende, si sente quel serpeggiare sotterraneo che porta a sviluppi drammatici e sin dall’inizio c’è un mistero da svelare. Edith è figura indimenticabile in uno struggente rispondere a cura, compiti, doveri, senza sottrarsi mai, mentre un fuoco le arde dentro, in una disposizione al bene che sacrifica ineluttabilmente il proprio, in una coerenza narrativa che abbaglia chi legge.

Dell’imperfezione

Ti chiedo scusa vita mia per questo frantumarmi addosso questa fragilità che trema rannicchiata in un chicco questo abbandonare e perdersi a tratti riconoscersi nell’imperfezione

adesso che cerchiamo di raccogliere le forze appropriarci di un tozzo di sicurezza una zolla di terra su cui poggiare i piedi

a volto scoperto mi mostro nocciolo di povertà nelle ferite nel tormento d’umanità a lampi nel buio col fiato corto mentre guardiamo le tazze le stanze il letto da rifare il pane la cucina il corridoio l’universo del riparo che sentiamo asfittico se dalle strade non arriva la vita degli altri

e temiamo oh sì temiamo di non riuscire a mantenere salda la mente puro il cuore

ma tu chiamami chiamami quando vuoi

ché d’amore si fa resistenza

Da un mondo perfetto Daniela Palumbo

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Ci sono libri per ragazzi e ragazze che dovrebbero leggere anche gli adulti. “A un passo da un mondo perfetto” di Daniela Palumbo, ed. Piemme è uno di questi. La storia è ambientata in Germania, nel 1944. Iris è una ragazzina di undici anni il cui nome richiama l’amore che la madre ha per i fiori, gli iris, in particolare. Il padre è un capitano delle SS che viene promosso vicecomandante di un campo di concentramento ed è per questo motivo che la famiglia si trasferisce lì nei pressi. Sebbene Iris non “adorasse le cose nuove” si ritrova in una villa bellissima, circondata da un giardino in cui la madre può coltivare piante e fiori di cui si prende cura anche un giardiniere ebreo che ogni mattina arriva dal campo. C’è una cuoca, una domestica, un pianoforte, biciclette con cui fare passeggiate nel bosco insieme al padre, insomma ogni cosa sembra magnifica. Iris frequenterà una nuova scuola e i genitori fanno amicizia con il pastore e la moglie con cui possono esaltare il grandissimo valore della guerra e dei soldati tedeschi. Ma a poco a poco, nella mente di Iris si aprono delle “crepe”, la realtà che la circonda non è più compatta, le certezze si sfaldano e nel suo cuore si apre un conflitto doloroso tra l’amore che nutre per i suoi genitori e quello che comincia a osservare e a capire. Quando arriva un secondo giardiniere ebreo, dopo che il primo ha fatto una brutta fine per aver semplicemente rubato delle mele, per Iris comincia un sentire nuovo, lei e il prigioniero si scambiano uno sguardo che spalanca nuove prospettive. “Ma poi, a un tratto, come quando le nuvole se ne vanno dal cielo in fretta, avevano messo da parte ogni difesa: da quello sguardo non si poteva tornare indietro. Era stato un atto di fiducia verso di lei. Anche Iris per lui rappresentava il nemico, in fondo”. Chi è quest’uomo a cui non bisogna rivolgere la parola, che non è niente, che dicono pericoloso, orrendo, come ogni ebreo? Chi è questo estraneo col capo rasato e la divisa a righe?

“Iris era dubbiosa, forse anche lui si ritrovava, come lei, con piccole crepe dentro il cervello senza sapere come fare a chiuderle, a guarirle, a fermarle. Erano come ferite che si aprivano, lentamente. Aveva cercato di respingerle. Ma le sentiva avanzare già da un po’… Iris aveva paura. Sentiva, senza saperlo, che la crepa poteva far crollare il mondo che amava”.

Crepa: non si poteva scegliere parola migliore, ha a che fare con il crepare, qualcosa che spacca e fa morire ciò che è stato. Ed è un atto dilaniante ma necessario laddove bisogna spaccare il terreno malvagio su cui poggiamo. La narrazione procede appassionante, è fatta di luoghi, oggetti, bellezze, cibi, di vita quotidiana che collide con asprezza incalcolabile con l’orrore del campo di concentramento. C’è un suo compagno di scuola, Gerolf, che le racconta fatti che le vorrebbero nascondere. E sentiamo, ancora una volta, che ciò che accadde allora è vicino e ci riguarda.

Quello che succederà dopo, nel romanzo, è intriso di sofferenza e compassione, desiderio di verità e racconta il prezzo, carissimo, che bisogna pagare per perseguirla. Con una lingua poetica, Daniela Palumbo disegna un mondo che nasconde quella “banalita del male” che nella sua dilaniante portata è da monito per tutti. Nell’amicizia segreta che nasce tra Iris e il prigioniero ebreo sta il bisogno di un mondo perfetto perché giusto. Ed è una bambina che segna la strada per ritrovare il senso dell’umanità, è il suo sguardo curioso e limpido che indica a tutti noi quanto sia necessaria la memoria, forte e imperituro baluardo di libertà. “… sono convinto che siano le storie ordinarie, i testimoni poco interpellati, poco ascoltati, silenziosi, a raccontare la grande Storia”, si legge nell’ultima parte del romanzo.

Sta il destino dei popoli se vorremo fare tesoro del passato.