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Benvenute e benvenuti nel mio blog

Benvenute e benvenuti! Questo è il mio primo scritto, non so cosa esattamente vorrò farne di questo spazio ma so che avevo il desiderio di trovare il modo per esprimere alcune considerazioni su cose che mi passano per la testa. Mi piace scrivere e lo faccio per professione. Ci troverete, quindi, roba che riguarda i libri (non solo i miei), la poesia, la lettura, il teatro, le arti. Non temete, non sono una critica letteraria né lo diventerò, ma mi piace discutere anche delle tensioni umane e sociali, le faccende che viviamo, che ci fanno gioire, indignare, terrorizzare. Se vorrete lo faremo insieme. Questo blog, per la verità, è il risultato di una “pressante” insistenza del mio compagno Nicola il quale non ne può più di sentirmi parlare delle cose di cui vi ho detto. Spera forse di sottrarsi così ai miei eccessi? Non sa, il poverino, che io di questioni tecnologiche mi intendo poco e che quindi lo infastidirò per la gestione di questo nuovo spazio?

Insomma, io sono Clelia Lombardo e vi dirò a poco a poco di me. Voi fate lo stesso.

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Io adolescente in tempo di pandemia

Incontro online tante ragazzi e ragazze per parlare dei miei libri, dei libri degli altri e finiamo per dialogare su argomenti dei più svariati che li riguardano. “Se vi va” ho chiesto loro, “raccontatemi del vostro tempo in pandemia. Ci sono tanti che parlano e parlano degli adolescenti, di come stanno, che cosa provano. Io vorrei sapere da voi.” Così ho ricevuto questi racconti che arrivano dalla 1X del Liceo Sportivo Ettore Majorana di Palermo. Sono parole dirette e sincere, senza mediazioni né correzioni. Sono loro, meravigliosi e autentici, con le loro vite.

Un grazie immenso anche alla prof.ssa Lavinia Pinzarrone che li ha incoraggiati e seguiti.

Carlotta Inguglia 1X – Liceo Sportivo IS Ettore Majorana – Palermo

Circa un anno fa è entrato nella nostra vita di tutti i giorni un maledetto virus, chiamato covid-19, e subito, visto la gravità della cosa ci hanno messo in quarantena, inizialmente la quarantena non mi sembrava tanto male come cosa, l’ho presa come un periodo di riflessione e di riposo dal mondo sociale. Ma piano piano dopo un anno di continue chiusure questo periodo sembra non finire più, siamo come dentro un loop dove tutte le giornate sono uguali, cerco ogni giorno della mia vita di ricordare le cose belle, quelle che mi rendevano felice come per esempio una semplice uscita con gli amici, ma piano piano tutto questo il mio cervello lo sta cancellando mettendo in testa che tutto questo ormai è la normalità e dove ogni rapporto con amici, parenti e amorosi sembra una cosa fuori dal normale. Il mio rapporto con la scuola è cambiato prima mi piaceva andare in classe, stare con i compagni e parlare con i professori, ora invece mi fa paura sia per il covid sia per tutti i professori che non credono a tutte le interrogazioni fatte in dad e quindi interrogano a scuola come se non ci fosse un domani. È cambiato anche il rapporto con lo sport, l’hanno scorso la pallavolo era la mia vita non potevo vivere senza di essa, mentre ora andarci è diventato un peso e neanche io so spiegare il perché. Sto vivendo una certa solitudine interiore con me stessa senza riuscire a buttarla fuori, la tengo stretta a me anche se non voglio. La verità è che mi manca la mia vita di prima mi manca svegliarmi al mattino il sabato e ricevere sul telefono tantissime notifiche con scritto: Oggi centro?, oppure litigare con i miei amici perché volevamo andare in posti diversi, e alla fine finiva che andavamo ovunque; invece ora di notifiche così non ce ne sono più è ormai mi sto abituando a pensare che non ce ne saranno per un bel po’. Le uniche persone che mi hanno fatto andare avanti, e si sembra esagerato detto da una ragazzina dove prima l’unico problema era la famosa domanda:- cosa mi devo mettere stasera?, ridursi in poco tempo così senza un vero scopo per continuare… stavo dicendo, le uniche persone sono state mia sorella prima di tutto, perché prima non avevamo completamente un rapporto, a stento ci parlavamo, e ora “grazie” a questa pandemia e alla quarantena abbiamo iniziato a parlare molto di più a consolarci nei momenti tristi che appunto sono stati tanti e a farci compagnia ogni giorno della quarantena creando cose da fare e a cucinare come non abbiamo mai fatto prima.

La seconda persona che devo ringraziare è la mia migliore amica Costanza, ecco lei è stata ed è ancora ora la mia spalla anche se virtuale, mi ha sempre ascoltata nei miei momenti di crollo, strappandomi sempre un sorriso ogni giorno e ripetendomi sempre che sono forte, di questo non la ringrazierò mai abbastanza. Ma c’è anche una terza persona che voglio citare, che però ormai non ne più tra noi.. Mia nonna, ecco lei anche se non di presenza è stata sempre accanto a me ogni giorno, sentivo la sua presenza e ogni giorno mi dava la forza e mi sentivo e mi sento sempre protetta. Infine spero solamente che tutto questo prima o poi finisce e che ricominceremo tutti a vivere senza divieti di nessun tipo, come il coprifuoco. Spero poi di ricominciare ad andare a scuola normalmente con tutti i miei compagni , e rivivere i momenti ormai ai me dimenticati.

Cristian Pedone 1X – Liceo Sportivo IS Ettore Majorana – Palermo

Io sono Christian Pedone, ho 14 anni e sono appena entrato al liceo. Da più di un anno ormai viviamo in una condizione di chiusure alternate. Non esco più di casa, nemmeno per andare a scuola, l’unica ragione per cui riesco a trovare due/tre ore d’aria è il tennis, uno dei pochi sport che si riesce ancora a fare grazie al distanziamento. Ho dovuto tagliare i legami con tutti, mi sono addirittura scordato come socializzare con le altre persone e ho paura, paura di ritrovarmi un giorno a dire <<quei giorni li avrei potuti sfruttare meglio>>. Non so molto di scuola in presenza perché per via della mia patologia sono obbligato a restare a casa, ma studio da casa e non mi lamento, certo mi sento solo, emarginato. Però ho riflettuto e tutto sommato non me la sto passando male, contando il fatto che il paese sta attraversando una crisi economica, sono grato di essere nato in una famiglia pressoché benestante. Il sistema scolastico ha subito diversi cambiamenti, parlando per la mia scuola credo non stia facendo un ottimo lavoro facendo entrare i ragazzi della stessa classe al 50% e probabilmente dal 24/04 si ritornerà al 100% in classe. Credo che sarebbe molto meglio per tutti se le lezioni si svolgessero da casa, non solo si abbasserebbero i casi ma perfino noi studenti staremmo meglio mentalmente. Siamo stanchi, stanchi di non avere delle certezze, stanchi di sentirci dire che quest’anno non abbiamo lavorato, e stanchi di cambiare il colore della nostra regione da giallo a rosso. Si è vero la DAD non è nemmeno comparabile alle emozioni, il piacere e la libertà che si prova in classe, ma riaprire è seriamente troppo rischioso, soprattutto se si farà al 100%. Come due facce della stessa medaglia la DAD ha sia pro che contro… i pro della DAD sono molti ma in particolare: l’opportunità di affacciarsi al mondo della tecnologia e anche la spensieratezza di non dover avere coperti naso e bocca quando si fa lezione. Fra gli svantaggi invece troviamo: il dover associare la voce a un pallino blu, rosso, verde ect. al posto di un volto e il non interagire più con i compagni/docenti. Però avere degli svantaggi non vuol dire che non va bene, anzi dovrebbe spronarci a non renderli più tali, per esempio per interagire con i nostri compagni potremmo fare più lavori di gruppo, creare videoconferenze, o studiare in chiamata insieme.

Giuseppe Prestigiacomo 1X – Liceo Sportivo IS Ettore Majorana – Palermo

Già da più di un anno la pandemia fa parte delle nostre vite. Inizialmente credevo che nel giro di pochi mesi saremmo tornati alla vita normale, ma non è stato così. Durante tutto questo periodo è cambiato tutto. Ho iniziato le superiori in maniera particolare, la mia vita giornaliera non è stata più la stessa. In questo momento purtroppo non mi posso allenare al campo, perché è chiuso, potrei giocare alla playstation (certo ogni tanto lo faccio), ma sto cercando di mantenere la mia forma fisica e rispettare la mia vita “normale”.

Infatti mi alleno quattro volte a settimana per conto mio insieme anche a mio fratello e mio padre, cerco di studiare senza avere distrazioni e non farmi assalire dalla noia. Fortunatamente ho anche i miei fratelli con cui passo il tempo. Il covid mi ha fermato un’esperienza in particolare che era l’unica che aspettavo da inizio anno, ovvero andare a giocare in Inghilterra. Due anni fa ero andato a fare un provino con il Fulham. Dopo due settimane di allenamenti a mio zio, che vive a Londra e che era l’unico a parlare inglese, avevano detto che ero in gamba e che l’anno prossimo in estate sarei dovuto risalire per partecipare a un torneo con loro. Nel frattempo avrei dovuto parlare in inglese. Tutto l’anno mi sono impegnato facendo corsi con madrelingua. Cosi l’occasione più importante fino ad ora della mia vita è stata rimandata. La vita sociale comunque è diversa. Non si può andare al cinema, ai ristoranti, anche la stessa scuola è un luogo di socializzazione, divertimento, dove fai nuove amicizie. Tutto questo è stato tolto. Spero solamente che almeno questa estate si possa andare al mare e che riaprano anche in maniera ridotta tutte le attività di svago e divertimento, perché è questo che si fa alla nostra età.

Io e mio fratello in particolare, ci siamo messi in testa di comprare un tavolo da ping pong. Per il momento abbiamo preso un tavolo in garage che non usavamo, abbiamo comprato racchette e rete da tavolo e ci siamo reinventati un piccolo passatempo. Questa è l’unica cosa positiva forse di questo periodo. Le giornate sembrano non finire più. Dopo tutto questo tempo sembra di rivivere ogni giorno le stesse cose: scuola, studio, allenamento e la sera serie tv su Netflix. Ecco Netlfix l’abbiamo fatto per caso perché nostra zia ci ha regalato l’abbonamento ed è stata un’ ottima scelta. L’unico modo per rilassarsi e svagarsi.

L’adolescenza che sto vivendo per ora non si può definire così, perché mi sento incatenato ad una vita che non mi appartiene, un periodo che non mi appartiene. Anche se sono cosciente che questo farà parte dei libri di storia. Spero presto di ricordare questo come un brutto incubo.

Etna RosarioBattiato

Guida immaginifica del vulcano

#Lettureweek #paroleperiferiche di questo fine settimana
Con la copertina stratosferica di Chiara Nott “Etna. Guida immaginifica del vulcano” di Rosario Battiato, edizioni il Palindromo per chi voglia attraversare l’immaginario narrativo di nostra Signora ‘a Muntagna che, nonostante sia stata più e più volte raccontata, nasconde ancora miraggi e fascinazioni.
 
“Questa Guida rappresenta un invito alla scoperta di uno dei luoghi più iconici della Sicilia e dell’Italia intera, un tentativo di avventurarsi negli anfratti che ospitano le storie meno note del vulcano, senza però tralasciare le tante leggende che ne hanno alimentato il mito. L’Etna contiene in sé, nei suoi innumerevoli livelli, le mode e le tendenze di migliaia di anni di folklore: qui s’incontrano, tutti assieme e nello stesso istante, i sogni mitologici, i santi e i diavoli cristiani, le vecchie glorie mai dome del folk horror e persino gli extraterrestri. Il libro contiene in allegato la mappa immaginifica dell’Etna con l’indicazione dei luoghi in cui si svolgono le vicende raccontate” Nota da Il Palindromo

Il gioco dei padri Anna Maria Sciascia

Sul piano della scrivania di Leonardo Sciascia una macchina da scrivere, una lampada, un portapenne, un mucchietto di carte, un posacenere, una foto di Luigi Pirandello. Dall’archivio della famiglia Sciascia le foto bellissime in bianco e nero, che arricchiscono il piccolo e prezioso volume Il gioco dei padri Avagliano Editore nella nuova edizione 2021, sono richiami di memoria che Anna Maria Sciascia offre ai lettori per raccontare la complessità del vivere accanto a uomini di tale levatura. Lo fa con garbo e acume psicologico, proprio lei che sa quanto sia difficile, contraddittorio, esaltante ma doloroso il rapporto padri/figlie e figli. Ma lo sguardo, la posizione da cui ricorda e indaga non è quella del critico letterario ma di una donna che cerca di chiarire in maniera documentata il legame d’amore e di sofferenza che legarono Pirandello alla moglie Antonietta Portulano e alla figlia Lietta.

Su di loro posso infatti, giovandomi del mio status naturale di figlia d’arte, ponendomi dal di dentro, fare un discorso non di tipo scientifico letterario da addetto ai lavori, ma umano ed emotivo.

Ma è proprio questo punto di vista che avvince, poiché lei ha vissuto l’enorme riconoscimento che il padre Leonardo tributava a Pirandello che gli era vicino e familiare e di cui si riteneva, per certi versi, affine e successore. Cresciuta in quella casa, oltre all’ammirazione per lo scrittore, anch’io l’ho sempre sentito vicino e familiare, e così è stato per i miei figli: quella fotografia sul tavolo del nonno è il loro primo punto di riferimento, (dov’è Pirandello? Veniva chiesto e una pronta manina puntava subito l’indice).

Attraverso lettere, brani dell’opera pirandelliana, citazioni, ricordi e parallellismi si costruisce un quadro da cui emerge l’emozione profonda da una parte, il tormento dall’altra, per chi vive accanto a uomini di genio, uomini per cui tutto è letteratura. Il suono dell’altra vita, di quella vera, giunge vago.

Da una parte, mette ben in luce Anna Maria Sciascia, si prova la gioia di avere una vita fuori dall’ordinario, immersa in un mondo di cultura e poesia, dall’altra c’è il senso incalzante del non essere o sentirsi all’altezza, la mortificazione dell’inferiorità, la paura di deludere.

In un’epoca in cui il ruolo delle donne era ancora fortemente ridotto a quello di moglie e madre, come doveva sentirsi Antonietta Portulano, quale senso di inadeguatezza e ossessiva ansia del confronto deve aver provato? E, di contro, lei innamorata, quanto deve aver dubitato dell’amore del marito, quanto deve aver patito convinta di valere solo per la propria dote? Attraverso queste e altre domande, che vengono poste e di cui Anna Maria Sciascia cerca le sfumature nascoste, si tenta di entrare nella contorsione dell’uomo Pirandello, e in una sua dimensione sessuale che lo vuole ardente ma assillato da oscuri sensi di colpa.

Sciascia in “Alfabeto pirandelliano” cita Balzac: «“Dio preservi le donne dallo sposare un uomo che scrive libri”» e aggiunge: «E da un uomo che scrive i libri che Pirandello ha scritto?».

Chi sono stati questi uomini e che ne è stato delle donne che sono state loro accanto? Anche la vita della figlia di Pirandello, Lietta, è segnata e tormentata da un amore smisurato per il padre che la ricambia fino a quando lei non giudica con durezza il rapporto con Marta Abba. Da quel momento Lietta, disperatamente, cercherà una riconciliazione, una ricucitura col padre che non le concederà il perdono. Come possiamo leggere dalle pagine del diario riportate nel testo:

Papetto mio, tu sei l’unica persona che per qualche anno ha reso quasi felice questa mia vita disgraziata. Ma del mio affetto a te ormai non t’importa e quindi non puoi trovarmi scuse…

Lietta, che aveva cercato un porto sicuro in un matrimonio che la costringe a spostarsi dall’Italia al Cile e poi di nuovo in Italia con ripetute fughe. Una lontananza da casa insopportabile, uno scambio epistolare con il padre che testimonia di un rapporto esclusivo fra i due amplificato nell’assenza, che si esaspera nel cattivo giudizio di Pirandello per il genero.

Anna Maria Sciascia, citando ampiamente non solo il padre Leonardo, ma Gesualdo Bufalino, Maria Luisa Aguirre D’amico, Gaspare Giudici, Andrea Camilleri e altri, non solo allarga la visuale sull’arte di due grandi scrittori siciliani la cui opera è universalmente riconosciuta ma racconta di vite complesse, relazioni potenti, emotività e intellettualismi straripanti, modelli culturali che svelano le logiche di un’epoca. E lo fa “dall’interno”, aggiungendo nuove sfumature per chi voglia indagare su autori, mentalità, costumi, e per chi nella ricostruzione dei panorami del Novecento desidera comporre uno scenario che abbracci il sentire delle donne.

Il dramma di Antonietta, l’inquietudine di Lietta mi hanno portato, per simpatia, a rivedere la mia vita… Antonietta… Non mi è stato difficile comprenderla, come per altro verso non mi è stato difficile capire l’amore incondizionato e totalizzante di Lietta per il padre, il suo disagio… in un perenne nec tecum nec sine te vivere possum.

Oggi che tutti scrivono Marinella Fiume

Scrivere, fare letteratura non è così semplice come qualcuno può superficialmente pensare, non basta afferrare un’idea, trarre uno spunto dagli autori che si leggono, imitare, e nemmeno è solo questione di documentarsi. Non ci si improvvisa scrittori. La creatività si misura con la capacità di conoscere e usare le mille sfaccettature del linguaggio che in letteratura è polisenso e simbolico per eccellenza. E dunque capacità di maneggiare i simboli e perciò i linguaggi, che vengono da lontano. Solo l’uso di una lingua generativa di uno stile permette la trasformazione della materia oggetto di narrazione in letteratura. Scrivere non è una passeggiata, è uno scandaglio che ti fa soffrire, perdere terreno, sprofondare, precipitare all’inferno per compiere, se ne sei capace, se sei allenato, se hai la stoffa, un viaggio che qualche volta porta a “riveder le stelle” e produce la più grande delle gioie, meritevole di essere condivisa con tanti.

Nel suo intervento su Dante e Jung, lo psicoterapeuta Riccardo Mondo dice che “nessuna creatività può nascere dal mancato riconoscimento della realtà ctonia”. I nostri morti, i nostri fantasmi, il nostro Io di ieri, quello contro cui ancora ci dibattiamo, i traumi da elaborare, il dolore da cui non lasciarsi sopraffare. E continua: “accogliere il lamento dei morti, ci conferisce, come per Proserpina, la regalità del mondo di Ade, garantendo per noi non certezza di riuscita o di successo ma possibilità di trasformazione”.

Nel dibattito sollevato sulla questione, la scrittrice e giornalista Alessia Franco aggiunge anche qualcosa che io avevo trascurato solo perché lo ritenevo prerequisito di ogni scrittore: “E bisogna entrare nei terreni sacri della Letteratura con mani pure e con l’assunto di saperle mantenere sempre tali…”.

Insomma, la letteratura è un rischio, una scommessa, una sfida, leviamoci mano se crediamo di fare il compitino in classe… I bluff si svelano presto e rischiano di tornarci sul muso come un boomerang.

Il valore affettivo Nicoletta Verna

Nel suo romanzo d’esordio “Il valore affettivo” Einaudi Stile Libero, Nicoletta Verna si addentra fin dove il dolore non è superabile, fin dove le cause si sovrappongono agli effetti e ne governano famiglie e relazioni.

Due sorelle, la più grande muore a quattordici anni in circostanze poco chiare, l’altra, sette anni meno, resta, con una madre che tenta ripetutamente il suicidio, un padre che a un certo punto non ce la fa più e le molla. Stella era la sorella meravigliosa e perfetta, che brillava come il suo nome. Lei, la voce narrante, è Bianca, costretta a sopravvivere, che si definisce un ossimoro, che nonostante l’agiatezza di cui si è circondata si sente un rifiuto, uno scarto. E il bianco potrebbe essere il colore della cancellazione di ogni cosa. Come si sopravvive alla vita di tutti che si frantuma, come si affronta l’adolescenza, la giovinezza, la convivenza con un cardiochirurgo di fama internazionale, dopo eventi di tale portata? In una esistenza ben ordinata, Bianca lavora in una società di ricerche di mercato, sbobina interviste Il mio lavoro è sbobinare interviste, e allora? Non faccio dire alla gente quello che non ha mai detto. Trascrivo senza interpretare. Non ho la presunzione di capire cosa c’è dietro le parole. Le parole sono parole, sennò si chiamerebbero fatti e si dedica alla casa lussuosa in cui vivono lei e Carlo, uomo affascinante e volitivo che la ama nonostante la totale dedizione alla carriera. Lei lo ha scelto come suo riparo, come l’uomo giusto per portare a termine il suo piano (di cui non sappiamo se non avanti nel romanzo) ma che con la sua mente razionale cerca di dissuaderla dal desiderio irrinunciabile di un figlio a tutti i costi, decisione, questa, che comporterebbe un serio rischio, perché le condizioni dell’utero di Bianca impongono una totale sterilità e la fecondazione assistita è molto pericolosa. Eppure lei vorrebbe adempiere a una sorta di ricomposizione familiare, colmare il vuoto, resistere a un oscuro senso di colpa, c’è sempre in lei un retro pensiero che non corrisponde a quello che mostra, che dice. Vorrebbe riparare, impedire che accada ciò che è già accaduto.

così evito di dirgli che pagherei perché davvero dietro a tutto questo ci fosse un iceberg, un immenso paradiso di ghiaccio che intorpidisce tutto, lo anestetizza, lo rende insensibile al dolore. Invece no: c’è un incendio che si allarga di giorno in giorno, come in una foresta dove nessuno interviene, come in una città disabitata…

Gli eventi, i compagni d’infanzia, gli anni dell’università, il passato si intrecciano al racconto del presente e il mondo interiore di Bianca emerge grazie a una scrittura accurata e dialoghi incalzanti, in un crescendo che svela il comportamento ossessivo-compulsivo della protagonista che vuole controllare la realtà facendo liste mentali dei rifiuti che ordina, divide per dimensioni e funzioni, allinea per la raccolta differenziata e persino pesca dall’immondizia se qualcun’altro li ha pasticciati. Proprio lei, che ha un lavoro di tutto rispetto e va in giro con il cappotto Valentino e il tacco dodici. Una narrazione che taglia e coinvolge, che si misura con l’inevitabile e le strategie per sopravvivere.

Riesco a svegliarmi a comando. Il mio corpo è una macchina di cui controllo ogni piccolo meccanismo, come quando sono arrivata prima alla gara di nuoto. Vado in cucina, infilo i guanti di lattice e immergo le mani nel bidone dell’immondizia… Stendo un telo di plastica sul ripiano prima di depositarvi sopra i rifiuti, uno a uno ben separati. Decido che la cosa migliore è catalogarli a seconda dell’odore, ovvero allo stato di decomposizione… Annuso di nuovo i rifiuti. È l’odore della vita quando la spogliamo del maquillage che le spalmiamo sopra…

Il corpo e la vita marchiati dalla morte. Cosa ne sarà di Bianca, riuscirà nel suo progetto nascosto di rimettere a posto le cose?

Cara Lia Silvia Chiello 13 anni

Cara Lia,

sono Silvia, un’alunna dell’Istituto Comprensivo Carducci – Gramsci di Bagheria e frequento la classe terza. Tu non mi conosci ma io ho avuto modo di studiare a scuola la tua storia durante le lezioni d’italiano e di leggere il libro di Clelia Lombardo “La ragazza che sognava la libertà”, (Gruppo Editoriale Raffaello) in cui si parla delle crudeli regole di Cosa Nostra che ti hanno portata alla morte. Figlia di Antonino Pipitone, capomafia di Palermo, sei stata colpevole di aver voluto vivere senza imposizioni ribellandoti a tutto questo. Tu eri solo uno spirito libero che aveva deciso di sganciarsi da quel mondo che non condivideva, tu eri solo una ragazza di 24 anni che aveva un futuro davanti, tu, amante della vita, desideravi vivere secondo le tue aspirazioni, i tuoi ideali, i tuoi desideri, seguendo il tuo cuore ma non ti è stato permesso. I nostri padri non ci possiedono, ognuno di noi deve poter realizzare i propri sogni liberamente, anche se questi sogni spesso non coincidono con quelli dei nostri genitori.

Una cosa non sono riuscita a capire della tua storia: come possa accadere che un padre acconsenta all’uccisione di una figlia, come possa accadere che le regole della mafia vengano prima di quelle del cuore. Dov’è finito l’amore, quel legame indistruttibile che dovrebbe unire padre e figlio per tutta la vita e anche oltre? L’amore non si insegna, o si ha o non si ha, l’amore è dentro di noi e questa triste storia mi ha fatto capire come le leggi imposte da una cultura mafiosa abbiano soffocato ogni sentimento, utilizzando la violenza al posto dell’affetto e la prepotenza al posto dell’amore. Penso che la tua morte abbia insegnato tanto a tutti noi e che l’amore infinito di tuo figlio, cresciuto orfano fin dall’età di 4 anni, ti abbia dimostrato quanto bene sei riuscita a seminare nel terreno della legalità e dell’amore. Non riesco ad immaginare quanta sofferenza e dolore abbiano caratterizzato le tue giornate in una ragazza ancora troppo piccola e quanti interrogativi ti sarai posta: a chi chiedere aiuto? Come liberarsi da questo inferno? Come convincere tuo padre e, soprattutto, come demolire la sua mentalità? Chissà quanto ti è mancato avere un padre “normale”, che si preoccupa per la figlia, che la protegge, la consola e la consiglia per il suo bene, che l’ama indipendentemente da ogni difetto o da ogni sbaglio. E tutto questo solo per la tua “colpa” di non seguire le leggi mafiose che la tua famiglia cercava di importi.

Purtroppo tante sono state, nel corso degli anni, le vittime di mafia, tanti uomini e donne sono caduti sotto i colpi dei proiettili per il desiderio di potere, di prepotenza, di denaro o di vendetta; e oggi, cara Lia, io mi ricordo di te grazie alla Memoria, cioè alla necessità di ricordare voi vittime innocenti, perché solo attraverso essa potremo essere migliori, capire chi ha sbagliato e perché, comprendere le conseguenze di un’azione illegale, riflettere che ciò che è stato non deve continuare ad esserci se ha seminato morte e dolore. Tu oggi vivi ancora per questo motivo e il tuo ricordo non si spegnerà mai. Grazie per averci insegnato tanto, anche a costo della tua vita, ma ti prometto che io e le prossime generazioni faremo tesoro di ciò che ci hai lasciato e cercheremo di coltivare sempre la tua memoria e quelle di tutti gli altri innocenti come te, rendendoti orgogliosa di tutti noi. Ricordati che ora non sei più sola e che per noi non morirai mai perché la nostra memoria vi rende e vi renderà immortali. Ti abbraccio forte

Silvia Chiello

Questa lettera di una ragazzina di 13 anni mi commuove oltre misura. La sua insegnante, la prof.ssa Francesca Pitarresi ha curato la lettura del testo “La ragazza che sognava la libertà” e ne ha fatto strumento di prezioso lavoro con molte classi. La ringrazio dal più profondo del mio cuore. Quando ho scritto il libro sapevo con certezza che la storia di Lia Pipitone bisognava raccontarla e ho cercato di farlo con il massimo del rispetto. Ho scelto di fare in modo che sentissimo la memoria come presente e desideravo che fossero proprio i più giovani a tenere vivo il senso degli eventi raccontati. Per questo motivo ho scelto la voce narrante Caterina, una ragazzina di 12 anni.

Ma non potevo di certo prevedere che il libro sarebbe arrivato al cuore di tantissime e tantissimi ragazzi, che le insegnanti, gli educatori, l’avrebbero riconosciuto come strumento di dialogo tra le generazioni. Non potevo immaginare che in tempi di pandemia, avrei visto brillare gli occhi sullo schermo del computer, avrei ascoltato commenti, pensieri, riflessioni di una profondità, curiosità e intelligenza straordinari. Non avrei mai immaginato che un ragazzo di primo anno di un istituto tecnico mi dicesse: Devo dirle una cosa, questo è il primo libro che finisco in vita mia.

E tutto questo lo considero un dono anche per Alessio Cordaro, figlio di Lia Pipitone

Quindi grazie, immensamente grazie.

Transito Aixa de la Cruz

Le ombre della sera illuminate da “Transito” di Aixa de la Cruz, con la traduzione di Matteo Lefèvre, appena pubblicato da Giulio Perrone Editore e già molto letto #Lettureweek #paroleperiferiche “Alla soglia dei trent’anni, Aixa de la Cruz raccoglie i ricordi dei momenti più significativi della sua vita: dal giorno in cui una delle sue migliori amiche rimane gravemente ferita in un incidente stradale al divorzio, dai rapporti sessuali con altre donne all’infanzia passata senza un biopadre. Come in un vortice, risucchia i legami, la famiglia, l’identità. Li mastica e li risputa. Si interroga sull’idea di colpa, non sulla sua accezione religiosa, ma come l’intercapedine in cui si forma la giustizia poetica. Riflette sull’attualità che la circonda e che influenza la sua generazione, il movimento #MeToo, lo scandalo delle torture di Abu Ghraib, la femminilizzazione della politica… tra narrazione e saggio sull’identità sessuale, letteratura confessionale e autofiction, rassegna di tweet e insieme di teorie. Ma questa litania viene interrotta quando l’io incontra l’altro e le fantasticherie si fanno carne e le cicatrici riprendono a sanguinare”.

Blu Giorgia Tribuiani

Lettureweek di oggi è BLU di Giorgia Tribuiani, Fazi Editore

Una scrittura trascinante, che incalza e si insinua nella mente, che segue le ossessioni di Blu, i suoi rituali. E ne svela il desiderio del bene e del male e viceversa, del richiamo dell’oscuro e del miraggio della purezza. Il corpo, il deterioramento, le smanie del tempo che nell’adolescenza si innervano per cercare il proprio essere, la propria identità.

“Ginevra, per tutti Blu fin da bambina, ha diciassette anni, frequenta il liceo artistico ed è una ragazza solitaria intrappolata in un mondo tutto suo fatto di rituali ossessivi e gesti scaramantici. I suoi genitori sono divorziati e Blu vive con la madre, una donna che lavora molto ed è spesso fuori casa. Blu ha un fidanzato, che non riesce a lasciare perché divorata dai sensi di colpa, un ragazzo che vorrebbe amare e di cui, invece, sopporta appena la presenza. L’unica cosa che ama davvero è l’arte, e disegnare risulta un’attività in cui dimostra di avere talento. Così, quando durante una gita scolastica assiste a un’esibizione di performance art, resta folgorata da quel modo di esprimere l’atto creativo e dall’artista stessa, fino a sviluppare per lei una vera e propria ossessione. A questo punto, i pensieri maniacali si fanno via via più opprimenti, finché la sua determinazione a essere una brava ragazza la porta a vivere uno sdoppiamento della personalità subdolo e pericoloso…” Fazi Editore

L’acqua del lago non è mai dolce Giulia Caminito

Ho sentito pioggia di foglie sul mio corpo, le parole di Giulia Caminito hanno la forza di un eterno presente #Lettureweek #paroleperiferiche di oggi è il romanzo candidato al Il Premio Strega “L’acqua del lago non è mai dolce”, Bompiani Leggete questo libro, poi mi direte!

“Odore di alghe limacciose e sabbia densa, odore di piume bagnate. È un antico cratere, ora pieno d’acqua: è il lago di Bracciano, dove approda, in fuga dall’indifferenza di Roma, la famiglia di Antonia, donna fiera fino alla testardaggine che da sola si occupa di un marito disabile e di quattro figli. Antonia è onestissima, Antonia non scende a compromessi, Antonia crede nel bene comune eppure vuole insegnare alla sua unica figlia femmina a contare solo sulla propria capacità di tenere alta la testa. E Gaia impara: a non lamentarsi, a salire ogni giorno su un regionale per andare a scuola, a leggere libri, a nascondere il telefonino in una scatola da scarpe, a tuffarsi nel lago anche se le correnti tirano verso il fondo. Sembra che questa ragazzina piena di lentiggini chini il capo: invece quando leva lo sguardo i suoi occhi hanno una luce nerissima…Sono gli anni duemila, Gaia e i suoi amici crescono in un mondo dal quale le grandi battaglie politiche e civili sono lontane, vicino c’è solo il piccolo cabotaggio degli oggetti posseduti o negati, dei primi sms, le acque immobili di un’esistenza priva di orizzonti..” dalla pagina Bompiani