“Il rumore del latte” di Daìta Martinez

photo_2019-05-19_20-45-40Una carezza, un soffio, concedetevi una pausa dal fragore, sembra suggerire il titolo di questo così ben curato volume di poesie di Daìta Martinez, edito da Spazio Cultura Edizioni nella collana diretta dal poeta Nicola Romano. “Il rumore del latte” è, di certo, un titolo evocatico. Il libro si tiene fra le mani accarezzando la copertina liscia e bianca, impreziosita dal “ritratto”, un carboncino della poeta Franca Alaimo.

L’immaginazione si mette subito in movimento. Se il bianco è bianco, se il latte è il latte, come posso ascoltare il rumore del latte? I sensi si mettono in allerta, il colore inequivocabile del bianco che scorgiamo nei sui abbagli, il suono del latte che cade su una superficie che varia a seconda dell’immaginario che ognuno contiene in sé, e sembra strano che il latte possa produrre un rumore, un suono stridente, forte, o addirittura fastidioso.

E si apre l’attesa di trovare tra le pagine un suono leggero e costante, un tic tic ritmico, quasi un trascorrere interiore del tempo. Un tempo della coscienza, diremmo con Bergson, quel tempo che smonta la cronologia stringente dell’orologio per cedere il passo all’interiorità. Pare, quasi, che l’infanzia sia lì, pronta a svelarsi con le sue incertezze e vibrazioni nascoste, i suoi scenari, i suoi volti dimenticati che riemergono, le sue nostalgie. E arriva alle narici anche l’odore del latte, quell’odore spugnoso, cremoso, portatore di giorni lontani, di dimensioni aurorali, così come sottolinea Lucio Zinna nella delicata prefazione. “L’aurora”, si legge “contiene nel suo prevalente colore roseo… una sorta di biancore primario…”. Il latte bianco sulla pagina bianca. Cosa disegna, quindi, il verso? Latte-infanzia-aurora sono termini che delineano uno scenario dentro cui si muove uno spaesamento, un fuggire dalla realtà per seguire il richiamo della nascita, un’alba della propria e altrui umanità.

allattare l’alba un momento prima che/sia alba e leggerti affacciata sul viso

Leggerti… un invito della poesia a decifrare il mondo che è indecifrabile, a cercare quell’origine dei fenomeni che nell’immaginario della poeta si trasforma. Cosa di più, del resto, può chiedere il poeta se non questo? Che l’universo intero con le sue infinite manifestazioni lo raggiungano e l’attraversino per farsi nuova lingua? E così, la lirica che apre il volume recita: lenta lentamente s’avvicina/colma involontaria mente di

il mondo si sospende sul limitare del verso che è baratro, confine, passaggio

I versi, graficamente ordinati, sono preceduti dalle pagine, a sinistra del volume, segnate da una sola parola. Parole-guida. A pag. 14 la parola-guida è sottosopra. Cosa vuol dire sotto-sopra? Quali sono i luoghi in cui possiamo muoverci? Quali gli incroci tra tempo e spazio di kantiana connotazione? La poesia di Daìta Martinez impone delle domande. E provo quindi a farmi trascinare dal flusso delle parole perché non è poesia di temi, quella di Daìta Martinez, piuttosto un poesia esplosa, disintegrata, sottoposta a un processo di scardinamento. Una poesia in cui ogni parola è generatrice di mondi. È poesia che procede per suggestioni, suggerimenti, che induce a guardare tra le parole, a cercare quello che accade tra una parola e l’altra. Una poesia che pur in una sorta di svitamento sintattico e semantico si confronta con il forsennato impulso del comunicare. Ma appena è possibile, sembra suggerire, appena saprò farlo, appena riusciremo, insieme, a capirci, a sentirci.

Appena è la paola-guida a pag 22 che prepara i versi successivi dentro le cavità nostre della pelle/s’acciambellano silenzi le piccole/fessure d’un sorriso distante in un/valzer nato appena lieve conca di/un bacio a sera di zagara s’odora

Appena è un suggerimento, un affacciarsi che si muove nel corpo fisico della carne e delle cose, un cercare tra gli anfratti di una fisicità che si trasforma. E vediamo le scene che vogliamo vedere, fatte, ancora qui, di labbra che si schiudono in sorriso, e musica e odore di zagara. Il corpo diviene strumento di liberazione. I sensi e le percezioni che ne derivano non rimangono intrappolate ma si librano come a cercare un dio, dèi svernati in terra. Attraverso il corpo, pensiamo a Schopenhauer, stiamo nel mondo e ne facciamo parte, proviamo piacere, dolore, noia, scopriamo in noi la volontà di vivere, ci poniamo il problema dell’apparenza e del rapporto tra verità e apparenza. Vorremmo togliere quel velo di Maya che copre l’essenza delle cose. Cercare attraverso le cose, oltre il buio. La parola-guida è dentro e leggiamo: tutt’e due puntuali anche le persiane/e le mani costruite attorno a ogni buio/per non farsi male e ancora non aver/detto niente dei contrattempi nei visi/nascosti che io dentro un altro corpo

La persiana che apre e chiude, la finestra (pag. 31), oggetti simbolici ricorrenti che svelano la ricerca dentro e fuori le cose, verso la profondità, per un verso, e nella direzione di uno slancio altissimo, dall’altro. A pag. 16 parola-guida l’affondo rivela questa necessità, questo desiderio che sfugge al silenzio ma lo rincorre.

il rumore del latte ha il fragile tepore degli/angeli lentissimo e sciupato nel silenzio, dice Daìta nel componimento Zero e la parola silenzio, comparsa già a pag. 71, i rami del glicine s’imparano silenzio, sembra voglia ritrarsi per cercare nel grembo una lingua necessaria o farsi grembo essa stessa. Una poesia aurorale, dunque, momento della nascita della parola che non si appoggia né si sustanzia grazie a campi semantici espliciti ma che trova il suo amplesso nelle connaturate contraddizioni della vita e del vivere. Il ritmo stesso dei versi non è vincolante, possiamo leggerli seguendo un flusso continuo o le interruzioni che scegliamo, possiamo ragionarci o lasciarci guidare, acchiappare da una mano invisibile. E se anche la poeta dichiara a bassa voce (pag. 32) che dario mangiava di sua fame una camicia, quasi a volerci ricordare che il suo intento è quello di riferirsi a temi quotidiani e minimali detti a fior di labbra, il verso successivo sconferma per dichiarare, invece, la fuga nel sogno e in quella sottile qualità del vivere che smisura ogni fenomeno, lo dilata e lo sfuma

semplice qualche sogno slogato d’antico/imperfetto e tu a bassa voce e noi a breve/arco dilatato come ombra sul confine una/sigaretta gelsomino i 7 giorni del mercato

Arco dilatato che desidera forse lanciare in uno spazio dell’oltre. La poesia di Daìta Martinez lancia sassi e ritrae la mano. Consente a ciascuno di infilarsi nel proprio personalissimo tempo e spazio, fa in modo che possa, ognuno, abitare il mondo in cui entra grazie alla parola.

scena dopo scena seduta fioritura dei seni/la nascita più vicina all’attimo più sospeso

E se per ogni poeta la sfida disperata e amatissima sta nella ricerca dell’unica, sola, parola capace di dire, lo è in modo inequivocabile in questa raccolta poetica. Una poesia dell’immaginario, quella di Daìta Martinez, che si muove tra cielo e terra e non accetta condizioni.