Symbolon di Ester Monachino letto da Anna Maria Bonfiglio

photo_2019-10-25_16-15-19Ester Monachino – Symbolon (A&B Editrice)

Il simbolo come filo conduttore nel labirinto umano

Risale all’antica Grecia l’uso di scambiarsi un segno tangibile di riconnessione fra due persone che sentono di avere in comune sensibilità affini e che nel tempo potrebbero doversi allontanare. Simbolo dunque di un’ideale fedeltà e di riconoscimento spirituale è la pietra che due giovani, un ragazzo e una ragazza, dividono in due per tenerne una parte ciascuno. Otù e Ula vivono a Tiaré, un paese che potrebbe trovarsi da qualunque parte del mondo, e seguono le lezioni di vita di Stilu, il Maestro del villaggio, che insegna ai giovani come da ogni cosa, anche la più piccola, possa trarsi magistero di vita. “Era la scuola dell’osservare e del fare; la scuola della parola viva e del silenzio ch’è preparazione di parola o ascolto di quella detta dentro.” Ed è una scuola che non ha muri fisici ma che ha la sua sede all’aperto, fra alberi, piante, fiori, una sorta di agorà senza tempo e senza patria dove Stilu instilla, con esempi e similitudini, il seme buono nell’anima dei suoi giovani.

Muove da qui Symbolon, il racconto di Ester Monachino che conduce il lettore lungo il percorso umano e spirituale di un giovane uomo alla scoperta del senso vero e unico dell’esistenza. Otù compie un cammino travagliato; obbligato, a causa di un nubifragio e della perdita della casa, ad allontanarsi dal paese devastato e da Ula, la sua amata, approda in altro luogo dove inizia a ricostruire la sua vita. Scampati al ‘diluvio’, il giovane e i suoi genitori si stabiliscono nella città di Plurima, arca che li salva e li rigenera, e che già nel nome porta i segni dell’abbondanza. Otù impara a lavorare la creta, diventa vasaio, ‘creatore’ di oggetti e figure a cui infonde il respiro della sua anima, nel tempo sarà egli stesso maestro della sua arte. A Plurima il giovane conosce Nukao e con lui e sua madre Etsuko inizia a prendere contatto con Il grande libro del mondo, e qui, attraverso le pagine di un dialogo fitto e profondo di significati, l’autrice apre uno scenario di vita dove il valore maggiore si rivela nella libertà di operare sempre con e per la verità. “La vita, nel suo continuo manifestarsi e procedere ed espandersi e mutare, è la verità.”

La vicenda di Otù e Ula, predestinati a ricongiungersi e a ricomporre il simbolo spezzato, potrebbe sembrare una delle tante storie di vita di cui si legge, ma così non è. Il valore essenziale del racconto sta nella scelta o, per meglio dire, nella capacità dell’autrice di farne una specie di narrazione mitica, intriso com’è di simboli estetici, letterari, spirituali, esoterici che rimandano alle grandi tradizioni della letteratura di tutti i tempi. Locus è un territorio quasi sovra-naturale, un avamposto della realtà ordinaria dove tutto trae respiro dagli elementi della natura che ne determinano l’essenza: di terra sono le storie del quotidiano, orizzontali, di acqua quelle di nascita e di madri; d’aria quelle governate dalla vita e dalla morte, infine di fuoco sono le storie che anelano alla sacralità umana e divina, verticali, le definisce Monachino, ché innalzano al Supremo, e Otù, archetipo dell’Umano, le attraversa tutte. Il racconto è diviso in brevi capitoli, ognuno dei quali si insedia nel narrato come il tassello di un puzzle dal compimento del quale emerge l’immagine dettagliata e complessa di un’esistenza-paradigma. Storia individuale, fiaba e mito, cammino orfico verso un ordine spirituale che è sempre ricerca dell’Assoluto. La scrittura di Ester Monachino è ricamo prezioso e verità nuda, parola essenziale che entra nella carne come unguento che sana.

Anna Maria Bonfiglio

Una grande epopea del Mondo delle Madri – Una lettura trans-biologica di Horcynus Orca, di Marinella Fiume

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C’era qualcosa che leggendo il romanzo di D’Arrigo vent’anni fa mi rimaneva come in sospeso, una domanda aperta alla quale la recente rilettura grazie al centenario della nascita dell’Autore e agli eventi organizzati dal Comune e dalla Proloco di Alì mi ha permesso di dare una risposta: una vita trascorsa a lavorare su un unico romanzo, il romanzo di una vita, le revisioni ossessive, un lavorio linguistico che mai soddisfa, una novità estrema, l’invenzione di una lingua. La grande metafora dell’Orca non è un’allegoria perché – dantescamente – veri sono sia la lettera che il significato di questo libro-mondo, poema come appunto quello dantesco.

La mia lettura è che la storia biologica dell’Orca corrisponda alla storia biologica della comunità dei pescatori di Cariddi. Il Pod delle Orche di cui ci dicono gli etologi è l’unità familiare in cui si organizzano le orche: un maschio, una femmina, i suoi piccoli e altre femmine anziane sterili, gruppi di 25/30 individui che comunicano tra loro attraverso un “dialetto” proprio del pod e che viene tramandato di generazione in generazione. Tra dialetti di pod differenti che si trovano a vivere in contatto tra di loro si creano influenze che portano così alla nascita di un nuovo “linguaggio”, una fusione dei “dialetti” originari. D’Arrigo crea una lingua che vuole mimare il linguaggio delle pod delle orche metafora delle unità familiari che formano il villaggio dei pescatori di Cariddi il cui dialetto si tramanda di generazione in generazione. Non si tratta di mimesi realistica ma la mia intuizione è che si tratti di trans-biologizzazione, di “orchizzazione” della comunità dei pescatori, di una stessa esistenza, di un destino di morte condiviso. È una storia che definire filosoficamente esistenziale è limitativo, che ha a che fare col mito per la sua ancestrale origine e la distanza temporale, ma che si comprende meglio con la genesi delle specie, la loro comparsa sul pianeta, la minaccia alla sopravvivenza delle specie, la loro scomparsa: 11 milioni di anni fa comparvero i delfini sul pianeta, 5 milioni di anni fa si distinse da essi il genere delle Orche che ora minaccia di scomparire per i pericoli determinati dalla civiltà dell’uomo. 70 milioni di anni fa nascono sulla terra i primati che 4 milioni di anni fa si divisero in scimmie antropomorfe e ominidi che poi si divisero in austrolopiteci – poi estinti – e homo abilis, erectus, sapiens. La seconda guerra mondiale è una delle ultime fasi – ultima per l’Autore che già visionariamente ne ha previsto la fine – di questa trasformazione che porta alla definitiva scomparsa delle specie e della vita stessa sul pianeta. Perciò Cariddi è il paese delle femmine, il paese del creare, ma di un creare che non significa dare la vita per sempre. È questo il significato del personaggio femminile di Cata in stato di incantesimo perché non ha potuto consumare il matrimonio con il marito richiamato in guerra. È simbolo dello stato di disquilibrio creato nella comunità: la guerra ha un forte potere deflagrante in questa catena biologica in cui le femmine dell’uomo sono come le femmine dell’orca. Le figure femminili nel romanzo hanno un ruolo fondamentale nel villaggio composto da Pod, famiglie base matrilineari. Le femminote hanno natura ferina e divina, discendendo, come le fere, dalle Sirene, creature seduttive liminari tra la vita e la morte, tra il mondo marino e quello ctonio, perciò dotate di prescienza. E nell’Horcinus l’elemento notturno, il sogno, è ben presente.

Ecco il passaggio biologico: dalle sirene i delfini, dai delfini le orche, le femminote. Ciccina Circè è una incantatrice che incantesima con la campanella le fere. Dagli etologi sappiamo che tutti i componenti del Pod, della famiglia, comunicano con suoni di vario genere e che ogni Pod ha un proprio dialetto, infine che l’orca ha un organo specifico posto sulla fronte che usa come sonar. Ciccina Circè che comunica con le fere, è essa stessa una fera.

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Circe

Si spiega così quella teoria che può apparire apparentemente strampalata di Simone: una teoria ittiologica secondo cui alla morte l’anima è trasportata dal pesce rondine. C’è assoluta simmetria tra uomini e pesci. La guerra come la carestia è l’ultima causa della scomparsa dell’orca come dei pescatori nell’ecosisistema del pianeta. Il reduce Ndrja Cambria trova un mondo sottosopra di miserie materiali e morali, l’antieroe non sa, non può integrarsi. L’epica è rovesciata. La storia è devastatrice del Mito, del tempo ciclico di Morte/Rinascita, la barca diviene bara, ma anche biblica arca, in viaggio verso il paese dei morti; Cariddi è ricoperta di calce viva per evitare il contagio, lo Stretto è una carcassa di sale. È la fine del mondo. Solo la letteratura può salvare e rendere l’orca immortale perché essa è immortale ma eternamente muore, è la morte stessa. Il romanzo è tutto costruito su un chiasmo:

MARE – AMORE

MORTE MADRE

Con la morte di Ndrja, colpito da una portaerei inglese, si completa la metafora della fine del mondo millenario dei pescatori dello Stretto. Muore l’Orca, muore Ndrja. Solo nella morte può trovarsi la fine della depressione più profonda, solo nella regressione al prenatale. È questo il significato del chiasmo su cui tutto il romanzo è costruito, con le sue M e le sue R liquide contenute in ognuna delle sue parole: nel MARE- MADRE c’è l’AMORE-MORTE.

Per concludere, il romanzo mi pare una grande epopea del Mondo delle Madri, la favola tragica dell’individuo che ha smarrito se stesso e che tenta di ritrovarsi, passando per numerose peripezie e incontrando diversi personaggi, attraverso quel nostos, il viaggio del ritorno a casa, da cui è partito: un mondo straziato dalla guerra. Le Madri sono le femminote, archetipo ambivalente ora in veste di creatrici ora di divoratrici, sono deesse e sirene, un archetipo che scorre tra Napoli, patria di Partenope, da cui il viaggio comincia, allo stretto di Messina, patria di Scilla e Cariddi e dell’approdo, “frattura”, “utero” da cui si nasce. Il trasbordo solo le Madri possono garantirlo perché solo loro conservano e custodiscono il Mito. Ciccina Circè è una magàra incinta di parole, perché le parole vengono dall’origine dei tempi e bisogna sempre ricrearle per far rivivere il Mito. E la dualità dell’archetipo, la sua contraddittorietà e ambivalenza, è quella che Jung ci ha insegnato a riconoscere.

Scilla                                                          Cariddi
Giovanni Angelo Montorsoli,
(1507 -1563) Museo Nazionale, Messina

La frequentazione da studente dell’Università di Messina, un vivacissimo ambiente culturale dove insegnava Galvano della Volpe che D’Arrigo cita parlando della sua tesi di laurea su Holderlin, di cui pure egli non fu il Relatore, conforta questa intuizione. “Eppure sembra che a scuola fossi svelto. Me lo hanno ricordato dei compagni. Facevo prima i loro compiti, poi i miei. La tesi di laurea su Holderlin, però, l’ho fatta oralmente, vestito in divisa da caporale. Parlai di Holderlin non nazista pazzo, che si cambia il nome in uno italiano. Non credo che piacque molto… c’era Galvano della Volpe… rimasi sempre caporale” (G. Massari, L’Orca nasce da una piccola poesia. Intervista con S. D’Arrigo, “Tuttolibri” – La Stampa, 29 settembre 1977).
Non è distante da Alì Terme Letoianni dove Bianca Garufi, la Leucò di Pavese, nata a Roma nel 1918 da una madre ribelle, l’unica superstite di una numerosa famiglia aristocratica siciliana sopravvissuta al terremoto di Messina del 1908, trascorre la giovinezza fino alla laurea in Lettere e Filosofia conseguita a Messina nel 1951, discutendo una tesi di laurea, la prima in Italia, su Carl Gustav Jung, “Struttura e dinamica della personalità nella psicologia di C. G. Jung” con il professor Galvano della Volpe. Dagli anni Settanta la Garufi si dedicherà all’attività di psicoterapeuta junghiana, diventerà vice presidente dell’Associazione Internazionale di Psicologia Analitica e membro dell’Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA), fondata nel 1961 da Ernst Bernhard, con l’intento di diffondere in Italia la conoscenza del pensiero di Carl Gustav Jung, il grande antagonista di Freud.
L’infanzia di Stefano D’Arrigo, nato da Agata Miracolo e da Giuseppe che, quando il figlio non ha che un anno, lascia la famiglia ed emigra in Australia dove si fa una nuova famiglia, per non dare più notizie di sé, mentre tornerà con la nuova famiglia ad Alì nei primi anni Trenta interrompendo totalmente il rapporto con il figlio, getta una luce particolare e nuova sul romanzo. Possiamo leggere l’Horcinus come il viaggio del figlio senza padre verso il mondo esclusivo della Madre, un rapporto che ha metaforicamente dell’incestuoso (vedi la relazione con Ciccina Circè), risolutorio del complesso di castrazione derivato dall’abbandono paterno. Una madre reale amatissima malgrado le chiacchiere paesane sul suo conto, malgrado le risatine e le prese in giro dei compagni, un rapporto complesso, un groviglio, un trauma che ci riconduce alle pagine del romanzo. Ma, mentre tutto crolla solo il Mondo delle Madri sembra resistere ed è capace di salvare riportando nel proprio grembo in una eterna ri-gestazione. Per questo, forse, è stato detto che il romanzo è un deposito di segreti…

Marinella Fiume

Dall’Irlanda

Oggi si inaugura un nuovo spazio in questo blog: Confluenze. Ho immaginato un fiume di acque feconde che scorre e si alimenta grazie alle acque di altri fiumi. Ospita voci e contributi di chi vorrà trovare un luogo per esprimere pareri e pubblicare scritti, un modo per costruire ponti di dialogo.

Diamo inizio alle danze con le voci di due poete che ringrazio, che ci inviano i loro testi dall’Irlanda: Viviana Fiorentino e Maria McManus. Spero vogliate leggere con passione e interesse seguendo il tracciato delle loro sensibilità, il racconto di una esperienza straordinaria che ha a che fare con i diritti umani e i centri di detenzione per immigrati.

                                                                            Viviana3

Viviana Fiorentino nasce a Palermo. Dopo gli studi in Toscana, viaggia per l’Europa, tra la Germania, la Svizzera e l’Irlanda, paese dove attualmente vive e dove insegna letteratura italiana per stranieri. Dal 2018, partecipa a festival di letteratura italiani e irlandesi, viene invitata a poetry readings in Irlanda e Italia, al Belfast Book Festival e al progetto di poesia itinerante “LabeLLit” e Poetry M’app (selezionata tra 60 poeti irlandesi). Nel 2018 vince premi di poesia o viene segnalata (tra i quali, Arcipelago Itaca; Bologna in Lettere). Sue poesie compaiono su blog letterari (come Poetarum Silva, Carteggi Letterari, Unarosadipiu), sulle riviste internazionali di letteratura e poesia Brumaria e FourXFour Poetry Journal. Una sua silloge è pubblicata da Arcipelago Itaca nel 2018. Nel 2019 pubblica la raccolta di poesie In giardino per Controluna Edizioni e il suo primo romanzo, Tra mostri ci si ama, per Transeuropa Edizioni. Nell’autunno 2019, una sua silloge poetica verrà pubblicata nell’Antologia ‘Writing Home: the New Irish poets’, per Dedalus Press. 

          Maria McManus

Maria McManus (Poet) is the author of Available Light (Arlen House, 2018), We are Bone (2013)The Cello Suites(2009) and Reading the Dog (2006) (Lagan Press). She has collaborated extensively with others producing performance pieces for choir (18, with composer Keith Acheson) dance (TURF and DUST with Eileen McClory) and multi-art form collaborations such as Splendid. Liberal. Lofty. with composer Simon Waters and artist Helen Sharp.   She is Artistic Director and curator of Poetry Jukebox, an on-street audio installation of contemporary poetry.

Maria McManus (poeta) è autrice di Available Light (Arlen House, 2018), We are Bone (2013), The Cello Suites (2009) e Reading the Dog (2006) (Lagan Press). Ha collaborato con molti artisti, producendo con loro performance teatrali per coro (18, con il compositore Keith Acheson), performance di danza (TURFDUST con Eileen McClory) e collaborazioni multi-artistiche, come Splendid. Liberal. Lofty. con il compositore Simon Waters e l’artista Helen Sharp. È direttore artistico e curatore del Poetry Jukebox, un’istallazione audio di strada di poesia contemporanea.

Ci racconta Viviana Fiorentino: “Da alcuni anni vivo in Irlanda del nord, a Belfast. Tre anni fa circa, mi unisco al Larne House Visitor Group. Il centro di detenzione per immigrati “Larne House” ha sede nella omonima stazione di polizia del paesino nord irlandese. Un edificio in mattoni rossi e un’inferriata in pesante metallo nero sovrastata da una rete. Si tratta di una short term facility, ovvero un centro nel quale i detenuti vengono rinchiusi per un massimo di sette giorni per poi venire spostati in uno degli altri sette centri di detenzione (Immigration Removal Centres) in Scozia o in Inghilterra.

Il gruppo di volontari è composto da persone di tutte le età che visitano la struttura ogni settimana. Offrono amicizia, consigli pratici, una lista di avvocati gratuiti, prelevano ciò che il detenuto ha dovuto lasciare per strada quando è stato bloccato dalla polizia, ricaricano il telefono, cercano i medici specialisti se è necessario.

Tutto questo perché ogni anno, circa una decina di migliaia di persone, inclusi minori (nonostante le linee guida lo proibirebbero), vengono rinchiusi in strutture che assomigliano a delle prigioni. Indefinitely, senza limite temporale (il Regno Unito è uno dei pochi paesi europei dove vige ancora un regime di indefinitive detention) e con un inadeguato accesso a servizi legali e medici.

Da questa esperienza come volontaria nel centro di detenzione è nata una raccolta di poesie bilingui, in italiano e in inglese.

Il lavoro di traduzione con la poeta irlandese Maria McManus, a partire dai testi italiani scritti da me, è stato un vero e proprio lavoro di ricerca verso la possibilità, più ampia, per i poeti e gli artisti provenienti da background e lingue differenti, di lavorare con diverse lingue attorno a una idea, una visione, un’ispirazione comune.

L’idea che sottostà a questa raccolta è, infatti, la possibilità di trasformare le infinite barriere di ogni giorno, siano esse culturali, linguistiche o mentali, in ponti creativi.

I testi in Inglese non sono una traduzione letterale dei testi italiani, bensì uno spazio più ampio di espressione creativa, sui temi di migrazione, appartenenza, insicurezza, paura, trauma, senso di ciò che è casa.

Maria e io abbiamo provato a delineare gli spazi multipli di “casa” ed esprimere l’esperienza della migrazione e del travaglio di qualsiasi “trasloco” esistenziale che chiunque affronta nella propria vita.

Tra parola e assenza, tra respiro e apnea, la poesia e i suoi fragili meccanismi salvano dall’annegare. I frammenti della parola, le radici linguistiche comuni, significano e portano in grembo ciò che ci rimane del tempo, del passato, di ognuno di noi. Per un momento possiamo vederli dinanzi, assorbirne la gioia.

Tra cielo e terra, ma anche da una lingua a un’altra, nello spazio aperto dalla traduzione, là dove immaginiamo senza toccare. Tra vita e morte, tra sillaba e suono, nel silenzio della parola e della pagina bianca. Un luogo nel quale la lingua si liquefà e rimanda ad altro – una identità si fa altra.

Propongo qui alcuni testi della raccolta, che troveranno spazio a ottobre 2019 nella Antologia ‘Writing Home: the New Irish poets’ per Dadalus Press”.

 

Approdo

I

Cielo, tu sei troppo grande;

blu di Persia –

non ti conosco

II

io ti chiamo, Terra;

dammi un suolo per questi piedi

una casa alle mie incertezze

un rifugio per dubitare.

III

Un posto per vivere.

Landing

I

Sky, you are too big;

Persian Blue –

I cannot know you.

II

Instead, I call on you, Land;

give me a place to put my feet,

a home for my uncertainty,

a place to doubt.

III

A place to live.

Tra i denti

Io ti racconto e ti racconto

così il tempo passa,

e ti piace, perché poi c’è voglia

anche di questo,

di lasciarsi come squagliare

del gelo, come qualcosa di dolce

rappreso lì tra i denti.

Io lo so che il vento

le spore e altro e poi altro ancora trasporta.

Perché sono le possibilità

di terre, altre, e speranze

come funghi tra muschi

e sfagni e altro, altro, ancora.

Come quella luce che è bianca in te,

che è venuta lei fuori dal seme

di quel dolore che avevi sepolto

nel tuo cuore fatto latente

occulto come pietra.

Between the Teeth

We blether, idling, chittering,

time passes,

like ice melting

or something sweet

dissolving in the mouth

yet thickening there between the teeth.

I know the wind

carries more than spores;

chances, places to fall, or settle

and root in moss, like Chanterelles

in Carraigin or Sphagnum

and others, and yet others…

There is white light in you still

grown from the heart of your sorrow’s seed

hesitant, and latent,

secret as stone.

Rosa

Perché poi tutto il rosa

se ne è andato sotto la pelle

a commemorare eventi del cuore,

i luoghi che abbiamo certo avuto

in una pompa di sangue e tessuti,

ed è ritmo costante.

Perché poi sono scesa a riva e ho visto

quella stessa pece che da bambina

mi si attaccava alla pelle dei piedi,

e non vi è dubbio che anche era quello

un posto tra la carne e il cuore.

Perché a volte capita anche questo,

ci si lascia scendere,

le maniglie del cervello slegate,

il delirio della gioia, il frastuono

come è di una essenza.

E anche tra le perle delle scelte,

sommersi come se fino alla bocca,

io serro le labbra

la testa

indietro non respiro

emergo

ed è il richiamo delle beccacce

alte sul mare dopo la pioggia

o il cigno di Socrate

ribelle pieno canta e canta ancora

ancora

vivo

vivo.

Roses

In my mind

I can still tend the rose garden

of my childhood –

inside me, as if it is my blood

as if it is serum, pulsing, season on season.

Back then, at the shore

beach-tar on my feet,

I was a child,

but a space remained,

plump, pink, liminal and pure

between its cloying stain

and the life in me.

Life happens this way –

that even now

when I am at risk of drowning

I close my lips tight

against the pressing saltwater

my head tilting backwards

refusing to breathe in

and I am surfacing, like the call of oystercatchers

piping after the rain,

a pool of pure joy, or like Socrates’

swans, full throated and defiant

singing,

I live.

I live.

Un incontro

Oggi troppo strana la coincidenza

e le tue mani lontane

e le mie immobili

alla tavola degli eventi.

Sotto la luce a neon,

c’è anche questo

l’orrore delle cose,

e il sentirsi sbagliati.

E non tremiamo perché siamo

corde slacciate o spezzate dal caso.

Mi avevi detto il cielo

perché poi era compatto

per cigni e sterne

ma non più per noi,

mi avevi detto che pure stranieri

attraversano confini e l’aria

la respirano tutta

come fosse ossigeno.

E senza differenza.

Allora io ero uscita

e dopo il cancello

avevo cercato dov’era il punto

che tu indicavi,

quella crepa del cielo

dove per noi le cose si spezzano.

Forse da lì fuggiamo perché siamo

come ali che si alzano da noi dentro.

An Encounter

You ask me

why is the sky

open and without limits

for swans, for geese, for terns

but not for us.

Here, we cannot even see the sky;

this room is suffocating,

hot, without windows,

strip lights cast shadows

of our hands across this table.

Like birds

we are trapped

and disorientated

in white light

milling

crying out into the dark.

Left to our own instincts

we could find our way

on cool nights

navigating

with the stars

the coastline

landmarks.

Incontri

photo_2019-10-06_19-35-33 Ti lasciano parole a vorticare nella testa pensieri incontrovertibili nomi. Ci provi a fermare i frammenti incorniciarli a colori farne quadri non perderli di vista salvaguardarli dall’affastellamento quotidiano vorresti che le voci intrecciate a dovere rimanessero a parlarti con l’emozione di quell’istante esatto in cui ti hanno raccolta e lanciata in alto. Un’aria bella un volo soddisfatto un planare perché qualcosa si aggiunge e si risveglia qualcosa ti coglie e ti intreccia da vita a vita anche se poco vi conoscete. Non dimenticare impossibile sostieni impossibile conservare intatto il bagliore della sera tra i vicoli il luccichio dei bicchieri gli spaghetti fritti il baccalà in polpette lo strombazzare convulso di chi vuole infilarsi tra la gente che continua a bere in piedi a fumare a parlare poi di poesia ti infiammi cardine che stride calpestio dei passi considerare la fragilità e non temerla. Passare da luogo a luogo transitare da storia a storia vivere nell’intercapedine alloggiare tra cosa e cosa ti accomodi a cercarti raccontare il tempo in poco e le distanze concentrare gli anni in fiati e definire gli accaduti senza conclusioni. Trasferirsi dall’altro a te e non abituarsi mai a questo appartenersi seguito dall’abbandonarsi.