Periferie


Le periferie lasciano un sapore amaro, il sapore acido indigesto di un riscatto mai realizzato. Sono luoghi lontani per chi non li riconosce come parte della nostra realtà e non importa quanto siano fisicamente distanti dal centro della città, è una lontananza d’altra natura.

A Brancaccio, quartiere dell’est periferico di Palermo, io ci insegno da diciassette anni, da quando è nato il Liceo Danilo Dolci che a quell’epoca aveva il nome di Quinto Istituto Magistrale. Non si poteva neanche chiamare scuola, ci avevano assegnato una palazzina tra quelle espropriate alla mafia e non avevamo nulla. Non c’era segreteria né sala insegnanti, e poi: porte divelte, pezzi di ferro che spuntavano dai pavimenti come piante selvatiche, vetri rotti, non c’erano telefono, computer, materiali, libri. Quando arrivavamo poggiavamo le borse sull’unico tavolino all’ingresso e il vicepreside arrivava con il suo computer personale per potere lavorare. Abbiamo iniziato l’anno scolastico con banchi e sedie recuperati alla meno peggio e con i genitori infuriati di ritrovarsi le figlie e i figli iscritti in una specie di scuola fantasma nata d’ufficio per dotare quella parte della città di un nuovo polo d’istruzione. Eravamo 19 insegnanti e una preside che si dava un gran da fare per ottenere i servizi essenziali. Eppure quello è stato un anno d’esperienza irripetibile, il gruppo era compatto, gli insegnanti motivati, si lavorava per la sopravvivenza e per non scomparire. Ci vorrebbero tante parole per raccontare degli anni successivi in cui alla crescita esponenziale degli iscritti si accompagnavano atti vandalici che ci impedivano di entrare nei locali allagati o con la schiuma degli estintori che invadeva le aule. O delle giornate di grande slancio e passione per realizzare lavori e iniziative di ogni tipo e progetti in ogni area: legalità, sport, arte, lettura, scienze, educazione di genere, lotta contro ogni forma di violenza e di violenza contro le donne. Abbiamo fatto manifestazioni, cortei, parate, abbiamo accolto moltissimi ragazzi disabili, per il servizio CIC abbiamo ascoltato, anche con l’ausilio di una psicologa, le storie difficili e drammatiche di tante giovani vite con cui abbiamo diviso ore e ore di umanità. Abbiamo intitolato l’Aula Magna a Peppino Impastato. Oggi siamo 180 insegnanti, tre succursali, più di 1500 alunne e alunni che arrivano anche dai paesi limitrofi. Per il Liceo che oggi è delle Scienze Umane e Linguistico abbiamo avuto premi e riconoscimenti. L’anno scorso abbiamo realizzato un progetto contro la violenza sulle donne e realizzato il docu-film “Bambina, go home” con la regia di Alberto Castiglione per il quale siamo stati selezionati dall’Ufficio Scolastico regionale della Sicilia per rappresentare la regione all’inaugurazione dell’anno scolastico 2017/18 alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Siamo andati a Taranto, con tanto di diretta RAI. Be’, cosa deve fare di più una scuola per educare? Eppure siamo con i doppi turni, in una zona di Brancaccio dove non c’è l’illuminazione pubblica e non ci sono mezzi di trasporto. Si esce e ti pare di dovere incontrare l’orco cattivo. Le ragazze e i ragazzi, per arrivare in via Oreto dove passa l’autobus, devono fare a piedi un budello di strada lungo e buio, e si può morire arrotati da chi arriva a tutta velocità. Come mai, direte? Si è aperta una questione infinita su permessi, locali, procedure, documentazioni, leggi e leggine per cui il piano scantinato dove ci sono aule e laboratori è stato chiuso. Il nostro dirigente ci sta perdendo il senno. La vicepreside affronta una mole di lavoro insostenibile. Non abbiamo riscaldamenti e l’umidità si è ormai ampiamente impossessata delle nostre ossa. Vicino non c’è un bar dove rifocillarsi e prendere magari un caffè che non sia quello della macchinetta. E quando si arriva di primo mattino può capitare di vedere la rete che separa lo spiazzo dove si posteggia dal terreno incolto su cui dovrebbe sorgere la chiesa dedicata a Don Puglisi, decorata da preservativi lasciati nella notte. Quindi non si tratta solo di scuola o di istruzione, si tratta di costringere la periferia a non alzare la testa come ben sapeva Don Puglisi che è stato fatto fuori a colpi di pistola. Significa togliere l’idea di cura e bellezza dalle ipotesi di futuro. E non si tratta soltanto di noi insegnanti ma di tutte e tutti quelli che lavorano o vivono a Brancaccio.

Ecco, se una cosa mi insegna la periferia è la resistenza. Che ogni cosa anche piccola, che ogni risultato apparentemente insignificante ha un valore in sé anche se il giorno dopo è peggio di prima. E per me che non ho mai considerato l’insegnamento come una missione, anzi mi infastidisce sentirlo dire, l’unica cosa che vorrei è continuare a pensare quando entro in classe: Se fossero figli miei?

Signora delle scarpe

Nella Giornata internazionale della poesia, questa mia di molti anni fa pubblicata nel volume “Signora delle scarpe”

Dio, se vuole
venga a cercarmi
Io, signora delle scarpe
tante e tante ne ho cambiate
per battere strade
infinite nel numero
senza che nessuno mai
una per me
ne abbia indicata
o tracciata
Ho rosicchiato e morso
tante e tante mura
che nascondevano frammenti di vita
indispensabili
Ma non posseggo
la perseveranza degli stolti
né la lungimiranza
dei deboli di cuore
né la fermezza
di un animo sazio
Ancora scarpe
chiedo
per una strada sola

signora delle scarpe.jpg

Benvenute e benvenuti nel mio blog

Benvenute e benvenuti! Questo è il mio primo scritto, non so cosa esattamente vorrò farne di questo spazio ma so che avevo il desiderio di trovare il modo per esprimere alcune considerazioni su cose che mi passano per la testa. Mi piace scrivere e lo faccio per professione anche se non ci guadagno (avverrà, prima o poi?). Ci troverete, quindi, roba che riguarda i libri (non solo i miei), la poesia, la lettura, il teatro,  le arti. Non temete, non sono una critica letteraria né lo diventerò, ma mi piace discutere anche delle tensioni umane e sociali, le faccende che viviamo, che ci fanno gioire, indignare, terrorizzare. Se vorrete lo faremo insieme. Questo blog, per la verità, è il risultato di una “pressante” insistenza del mio compagno Nicola il quale non ne può più di sentirmi parlare delle cose di cui vi ho detto. Spera forse di sottrarsi così ai miei eccessi? Non sa, il poverino, che io di questioni tecnologiche mi intendo poco e che quindi lo infastidirò per la gestione di questo nuovo spazio?

Insomma, io sono Clelia Lombardo e vi dirò a poco a poco di me. Voi fate lo stesso.

IMG_0366