Di tanto vivere Anna Maria Bonfiglio

IMG_20190519_173504Sebbene uno dei temi più ricorrenti nell’opera poetica di A.M. Bonfiglio sia il trascorrere del tempo che si accompagna allo struggimento dell’assenza e della perdita, la sua poesia mantiene una forza e una caparbietà del verso che sono propri delle voci più sensibili, sincere e durature. Senza scadere mai nel sentimentalismo sfilacciato o ammiccante, i versi si dispiegano con sentimento ma si tratta di quel tipo di sentimento che, nelle sue variegate forme, abbraccia ampiamente il sentire umano. Non a caso la parola affetto compare spesso nelle dediche con cui la poeta accompagna le copie dei suoi numerosi libri, richiamando quell’ampio spettro di intensità che “s’acuisce sotto l’impulso di cause atte a commuovere l’animo”, così si legge nella definizione da dizionario. Da afficere, quindi, impressionare. E imprimere, lasciare il segno. Il segno che del tanto vivere accompagna l’esistenza di chi riconosce l’amore così come l’odio, l’ira, lo sdegno e la pietà, di chi non si è sottratto o non ha potuto alle sferzate impietose del destino, alle vicende della vita di cui A.M. Bonfiglio ha sempre fatto legna da ardere per il suo canto. Di singolare, e quindi riconoscibile cifra, l’equilibrio che sostiene i versi in un continuo confronto, scontro e dialogo tra le parti di sé che fanno a gara per imporsi. La grandezza e nobiltà dell’animo, la miseria della sconfitta laddove questa è impedimento, la quotidiana cura delle cose che brillano anche nella loro finitezza e la noia di un quotidiano svilente, l’arroganza del desiderio che tormenta e la compassione per il niente, per ciò che sfiorisce e finisce.

La raccolta“Di tanto vivere” (Caosfera Edizioni) racconta tutto questo, distinta in quattro sezioni: Discorsi, Stanze, Atterraggi, Miserere. Si apre con la composizione Canto minimo come a voler dichiarare che non c’è da aspettarsi cose eccezionali e che quel che si dirà si muove in una dimensione contenuta. Ma il canto, che non accetta imposizioni e lacci, neanche quelli imposti da chi lo compone, detta la sua rivalsa e si lancia attraverso parole quali: arco (che fa pensare alla freccia da scagliare), incendio che espode, festa, geometria di voli, albero più alto, gioco pazzo.

Il canto, il verso sono la strada, sono i contorni delle cose che diramano luce e se anche la tristezza accompagna i sogni svaniti rimane quella luce che nella poesia di A.M. Bonfiglio si accende, poi sfuma, poi si riaccende. La parola poetica è, per lei, un lirico alfabeto come nella poesia Insonnia in cui si ribadisce la necessità del dire che si muove tra il silenzio parlato e la parola muta. Ossimori sembrerebbero eppure efficaci a manifestare l’inconciliabilità delle tensioni interne. E il sonno che non arriva perché impennato ad un lirico alfabeto pone un’ulteriore tensione: da una parte il desiderio di placarsi addormentandosi e dall’altra l’arrovellarsi che tormenta ma che in quanto lirico è altrettanto desiderato. “O poesia, non venirmi addosso…” direbbe Alda Merini “sei come una montagna pesante/mi schiacci come un moscerino/poesia, non schiaccirmi/ l’insetto è alacre e insonne…” in Vuoto d’amore. L’insonnia veste un abito dismesso dice A.M.B. e ne intuiamo il logorìo, lo scomposto errare della mente e del corpo, la parola insonnia così densa che richiama i versi di Alejandra Pizarnik “Parola per parola io scrivo la notte” in Sous la nuit.

In Wait for sleep pag. 37 troviamo ancora il tempo della notte e mi pare un buio illuminato quando A.M.B. scrive Mezzanotte/Mi perdo come sempre/nei ripetuti righi dei poeti/che scrivono di senso/e di non senso/seminando scarti semantici/a belletto di pensieri stranianti… La visione abituale della realtà viene sconvolta e la poeta ne coglie le trame nascoste, la illumina, viene sovvertito l’uso stesso della lingua e mentre il mondo perde le sue certezze il verso diviene belletto, farmaco, appiglio. Nella tecnica teatrale di Bertol Brecht lo straniamento è l’effetto di distanza che l’attore suscita nello spettatore non identificandosi col personaggio al fine di suscitare un atteggiamento critico e analitico dei fatti rappresentati. Ho pensato a questo sentendo, da sempre, nei versi di A.M.B. un voler prendere, a tratti, le distanze dal dolore, dall’eccesso di sentimento, e la cosa straordinaria è che l’effetto di straniamento è interno alla poesia stessa. Questa presa di distanza, quasi a voler allontanare lo sguardo quando si fa troppo acuto e lacerante produce, inoltre, delle impennate ironiche che non temono la dissacrazione. L’oroscopo aveva bene emesso/la sentenza: Per quelli dell’ariete/imprese a lieto fine/il lavoro procede a gonfie vele/la salute più florida che mai/e l’amore…per quello mirabilia… pag. 66

Nelle seconda sezione del libro, Stanze, la poesia si muove in luoghi dipinti con cura, sono i luoghi fisici della casa e del corpo dentro cui abitano le storie, i passi e i respiri che hanno costruito passioni e giorni felici, richiami sensuali, i dolori della fine e dell’abbandono. Ci sembra di poterci andare anche noi, di potere, come in un film, guardare le scene in cui le stagioni si sono avvicendate. Chiudi quella finestra:/il vento porta in grembo nostalgie/e le depone sopra il davanzale. Raccogliersi e rannicchiarsi nello spazio proprio, una stanza-grembo a difesa del dentro. Sono le stanze della coscienza e della riflessione su di sé, non a caso il richiamo a “Una stanza tutta per sè” di Virginia Woolf, anche nella bella prefazione di Valentina Meloni, sono le stanze di una donna che ha cercato e difeso la propria libertà. Anche se Anna Maria Bonfiglio vive intensamente i rapporti umani e sociali che coltiva anche attraverso la sua intensa attività culturale, come non pensare a Emily Dickinson, che nel 1861 si recluse nella propria stanza, in cui compose più di 1700 poesie, ritrovate dopo la sua morte dalla sorella? La parola della Dickinson lega i piccoli gesti quotidiani al mondo del divino e alla ricerca metafisica, attraverso un io lirico che cambia continuamente e che esprime un universo femminile che è sempre alla ricerca di una lingua che possa interpretare sé e il mondo. Attraverso la poesia, sogna la propria libertà oltre le convenzioni e le costrizioni di un’epoca, in una sorta di forma ante litteram di hikikomori.

Per quanto siano accorti ed efficaci/gli artifici del cuore e della mente/il tempo che scompone i nostri giorni/è un’arida montagna/che non si fa scalare… pag. 54

Aspirare alle altezze, spingersi oltre e ritrovarsi depredata, osservare quello che resta/dopo i vandalismi/e le piraterie/perpetrati ai miei danni…pag. 72, avere la pretesa/di pareggiare i conti con la vita e ricacciare indietro i sogni, disporre atterraggi e prendere contatto con la terra, per non illudersi troppo, per guardare in faccia la realtà senza troppi complimenti. Atterraggi è la parola-titolo della terza sezione del libro che fa i conti con una profonda amarezza che diviene poi sdegno e orrore nella sezione finale dal titolo Miserere. Ha, quest’ultima, un carattere civile poiché le parole pietose si rivolgono alle vittime, tante, del nostro tempo disumano. Gli orrori della guerra, delle stragi, della violenza brutale sulle donne, della morte dei migranti urlano dalle pagine e lasciano agghiacciati e inermi. …dall’inferno che brucia la pelle… pag. 81, le lacrime sono dell’umanità vittima e offesa. Della poesia è l’impareggiabile dono della combinazione sia in quanto capacità poetica del produrre effetti nuovi e imprevedibili, sia del dire esattamente ciò che il poeta intende. Così Hermann Hesse, in Una biblioteca della letteratura universale (1929,) scrive: “La vera lirica, quella che non si accontenta di affastellare un bel contenuto entro versi gradevolmente costruiti, ma in cui la musica di un linguaggio creativo si trasforma in vibrante simbolo del mondo e della vita, una tale lirica resterà sempre legata all’inimitabile linguaggio del poeta… a quello suo poetico personale, di cui egli solo è capace e che pertanto è intraducibile.”Ad Anna Maria Bonfiglio , di questa lingua, è stato fatto dono e ce ne dona, a sua volta.