In giardino di Viviana Fiorentino letto da Daìta Martinez

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In giardino di Viviana Fiorentino, nota di lettura

Adesso che eravamo noi l’autunno, / cadere era il peso esatto d’amare. Due versi, un distico perfetto nel grembo del testo Autunno a Berlino. Quindi una stagione tra le pagine, una tra le altre stagioni germogliate In giardino, ultimo lavoro della poeta e scrittrice palermitana Viviana Fiorentino, edito Controluna edizioni 2019.

Autunno che ammalia e discende sulla linea dell’accadere a cadere come di foglie in un sussulto acceso dalla terra nel limitare di un noi che si rotonda sullo sfondo del raccolto e che, forse, nel viaggio di un ramo di rosa, oltrepassando il sogno, si compie a congiunzione di un prima e di un dopo nel nucleo del tempo presente, di un come e di un dove trovarsi dischiuso nello sguardo proposto a compimento del vero.

Ognuno dei più piccoli passaggi e paesaggi, scansioni e visioni tra ragnatele e siepi / di vento o di sparse bave di nuvole, emergono e convincono in autenticità che si accoglie nel profilo verbale dell’autrice a tutto tondo ritratta e indivisa donna nella donna, qui, tra Palermo e Berlino, due città-fulcro di una lei che l’autrice è e lo è quasi come fosse il fulcro di una leva semplice della non semplice flessibilità del vivere e, quindi, in conseguenza, dell’amare.

E nell’amore la distanza si dissolve, ad ogni luogo del giardino percorso, in metafore e mimiche sostanziali così come possono esserlo le conchiglie senza lingua di un giorno fattosi a sé taciturno o nel come degli accenni di un fiocco di neve desiderato nel fiore di un probabile da succedere per così lenire la ferita o le ferite ché si sa ha spine la rosa e se ribadisco rosa e per tornare al viaggio in un ramo, di quel ramo che sorregge ma che lacera anche con acuminata disseminazione il cuore a vivo nella tormenta che avverte dell’inverno la sua forma di gelo e che si vorrebbe allontanare al riparo del sonno che non si avviene in sogno e se non avviene è proprio in forza della verità appartenente alla poetica della Fiorentino che non si addormenta bensì si osserva andare fuori, nel giardino straniero, / e per la rosa, per una speranza, si riflette nel getto alle fondamenta delle camme nell’intento di generare pietre / che si faranno fiori.

Fiori che oso farsi, pensandoli, quali tenui boccioli di rosa rossa.

Rosa che tra le pagine, o per meglio precisare tra le parole dei versi in apertura del libro, potremmo quasi, simbolicamente, immaginarla fiore in attesa dinanzi al cancello schiuso del giardino, e che qui in questa sua postura si offe a noi rosa canina e bambina (mi permetto l’azzardo aggiungendo e pronunciando bambina per assonanza di suono), bambina, nascente come principio di congiunzione, dai petali rosati sulle guance protesa a fiorire poi nel lieve chiarore di quel fiocco di neve.

Anche nel suo lavoro in prosa, Tra mostri ci si ama, edito Transeuropa, Viviana riporta gli elementi simbolo della poetica quando, ad esempio, scrive: << giardino dell’adesso, dove cresci tu, con le tue spine, e dove il tempo non esiste >>, le spine preparano all’eco della rosa (del fermento della donna, dell’amore) nell’adesso del giardino e che pur essendo adesso è il presente di un tempo che non esiste ma che anche esistendo muove in una sua personalissima scansione in quanto, e mi riconduco a In giardino, il susseguirsi delle stagioni non prosegue per compitazione canonica ma per appartenenza del tutto soggettiva all’intima cadenza tempo dell’autrice.

Nel romanzo Donne che comprano fiori, Vanessa Montfort, compone in un incantevole ritratto l’essenza linguistica del lemma di una rosa: << questo fiore è parente della stella a cinque punte, del pentacolo di Venere, della rosa dei venti! In inglese, francese e tedesco si dice ‘rose’, che è l’anagramma di Eros, il dio greco dell’amore sensuale. Se la trovi su un tavolo impone il silenzio su ciò che si è detto … è il simbolo dell’amore segreto, perché è uno dei pochi fiori che si rinchiudono nel proprio cuore e, quando apre la corolla, è già sul punto di morire … sembra che possa esserci qualcosa di più misterioso di una rosa rossa? >>

Il percorso di una rosa è il percorso di una presenza integra sin dove è alitata e non è un caso, a mio parere, se, i versi della Fiorentino, nel suo indicarsi alla rosa, vengano da lei adagiati in quarta di copertina. Difatti, sembra che la nostra abbia voluto condurre il lettore dentro un suo preciso intento di farsi duplice messaggio del creare il creato intimo luogo dell’amore e ancora il suo fluire oltre il luogo che seppur straniero, la Berlino che l’accoglie, lascia allo spazio la voce fedele ed esile, di un mare come in tasca, quindi l’ingenua fragilità di un impulso emotivo a conservarsi, pur lontana, nel suo tempo dentro il guscio dell’isola, la Sicilia, nella tasca di un amore, man mano che il tempo si avanza da bambina canina seme d’isola a donna che consegna rosso il suo intimo nel cuore umano dell’Inverno.

Il presupposto invernale interno alla nuance del testo malgrado sosti nella gelata che dai muri ripiena l’odore nel pianto e pur anche nell’andamento del battito interrato reso d’eterno, si svicola, al suo interno, nella preghiera di un credo laico immerso in una propria promessa di risveglio entro la semente temporale che riarde a indicare la persistente necessità di cura posta nell’amare intuibile pur anche attraverso una precisa collocazione di ogni elemento di natura atta a rispondere al suo anelato schiudersi al cielo cercato, quindi alla attenzione precisata all’esistente essere che natura per esso stesso è.

Proseguendo nell’architettura testuale, con incedere a passo lento, per meglio intendere il canto del giardino, si scorge, pertanto, un movimento versificato che per sua insita struttura descrittiva approssima a sé oggetti-soggetti del composto naturale, ed è così, che sostando assorti, ci accorgiamo di un cielo viola che sbuca, quasi fosse specchio-occhi nella sembianza d’un volto altro in frantumi, di ogni volto / per il volto d’ognuno tra la lavanda (segno incisivo di purificazione), edera, vie trasparenti, betulle e qualche tralcio di susino, pianta da frutto autofertile che, non so se conscio nell’intenzione dell’autrice, evince in significato d’indipendenza inseguita mentre il trascorso è passato e viene distillato dalla prospettiva di una stanza e per meglio di stanze vissute avanzate sul giardino in una linea di luce cresciuta nell’odore delle alghe.

Terra, la città sul palmo di pianto, e mare, ultimo confine tra mare e mare. Corpo materico, rocce nude, e acqua vivida, ancestrale, acquario di luce, si plasmano nell’uno della memoria che si avvolge e si scopre nella concavità di venti anni. E venti è il solo preciso accenno di tempo quando si aggomitola indaffarato nel guscio di una clessidra, in una carta bianca a modo di preservare e sillabare il respiro nel ricordo per celebrare il corpo in un solo battito, cosicché venti anni ora da quella primavera e ancora dopo venti estati si imprimono a misura di un’analisi che cerca verità sul fondo di una lettera dove tutto è accolto senza esplicita definizione di nome, se non dell’amore, della gioia, / unica o muta, / che tenace rimane / e nasce nel colore di ogni cosa.

A farsi presente tra gli argini dei versi è l’aggettivo indeiscente: frutto indeiscente, le parole quali frutti duri indeiscenti, aggettivo preciso e ponderato che, anche in questo caso, la poeta sembra voler porre in attenzione se lo ha anche riportato in evidenza di significato tra le note, quale frutto che non si apre spontaneamente quando è maturo, concentrato sulla sua vocazione a trattenere, trattenendo a sé il seme di un amore, carne e impulso, casa e cielo, memoria di luogo e di un corpo abitato in un’acqua salata che mai / lascia il respiro del sud e le foglie in mucchi, / sui bordi della strada tra le luci del Nord, nel poi che ancora si trattiene per riemergere dentro la stessa aria, preambolo di una storia raccontata per ricordare o lasciarsi, sotto la pupilla, di lacrima umida, oscillare da una lettera, dalla luce entrata dal bianco del foglio, incassato nel corpo sigillato a ogni parola della parola amore, a volere trattenere nel respiro il perenne riemerge da bocca a bocca, nella stessa aria o nell’aria che si rompe in altra aria sino a diventare luogo fertile o breve silenzio che cela aspettative e conflitti per ripercorrersi e costruirsi sguardo da un io-tu a un noi nutrito di storia, la propria o universale storia, la Storia di un fiore.

Il vero si compone e si fa verso quando quello di cui siamo artefici è il riflesso della nostra costruzione interiore ed è così per il comporsi del tempo, mentre ci si chiede qual è il tempo? il suo reale e la sua traiettoria, perché il mare si rompe in altro mare, / nella clessidra, sabbia rompe sabbia. // Fonte marina delle acque del cuore, / la mia e la tua bocca // trattennero un tempo dentro noi eterno.

E sembra a rispondere sia quell’eterno che si volge nel modo delle ore, dei passaggi della terra e del mare atti a scivolare l’uno nell’altro con affusolata non consequenzialità cosicché all’Inverno, trascorso l’Autunno, sussurra appena l’Estate valicando l’era della mite aria primaverile, un momento della memoriafuori ora della pagina scritta, lontana musica lasciata sulla stesura della pelle amata, momenti della storia, di una storia emersa dall’acqua, senza suono.

È stato già espresso come, In Giardino, il con-in-seguirsi delle stagioni segua una non cronicistica linearità fattuale se non nel timbro temporale dell’autrice che ad ogni trimestre che si distende nel corso dell’anno titola a sé un testo per così far succedere all’Inverno la resa traccia dell’Autunno che a una pioggia sottile mattutina rimedia, alla fine del sentiero, l’intaglio dell’Estate, per emersione senza suono laddove il suono invece viene custodito sulle dita memoria che lo scrivono sulla pelle in un esistersi fuori ora a reggere, poi, nell’insieme-noi, il cielo prima del suo ineluttabile crollo.

E il cielo crolla.

E crolla l’amore che si impara senza mai saperlo davvero.

Crolla l’amore sul capovolto della stanza mentre tutto torna a imbiancarsi nel riparo di un’attesa, di ogni parola salvata nel cavo della gola, sillabe trattenute come semi che aspettano di aprirsi, / per un colpo di vento, / per un raggio di sole, / una domanda.

Giorgio Caproni, asseriva: “Il poeta è un minatore che scava / nel suo io per arrivare al noi” … e Viviana scava, scava nel suo io fino al bulbo che tutto contiene e non rimuove, e se lo fa, lo fa per spingersi sin dove sorge l’ombelico noi, il noi dell’amore, il noi che è, principalmente, espressione di umanità. Umanità che sappia amare l’uomo, che sappia concepirsi balsamo per il suo dolore. Umanità che sappia essere espressione solidale di compartecipazione civile. Umanità poetica che sappia denunciare il sopruso, la violenza di una guerra.

Poi la primavera divenne scura.

È il verso che apre il primo testo della sezione Siria.

Così, ecco, che è proprio la primavera, per antonomasia resurrezione, volo di rondini, a raccontare l’immorale di una guerra, di tutto il dolore ingiustificato che al prossimo si rimette e che soffoca nel pianto il passo della terra. Primavera ombrosa che si continua in pagine di vivido impegno civile.

Infatti, in Siria, delle rondini non compare il volo se non quello corrotto delle granate che deflagrano il sole tra i corpi, sole precipitato senza primavera, appunto, ché la primavera in mancanza si deposita estranea in un groviglio di sillabe / in un alfabeto che non conoscevo, sottolinea la poeta.

Primavera che, a differenza delle altre stagioni, come è stato già asserito, non ha mai titolo proprio nella stesura d’indice ma che porta nell’ascesa a sé il coraggio pieno della denuncia. La denuncia del male, male oscuro come il sangue quando si spaccano le vene e la paura scende; denuncia del male che strappa il senso dell’amore e si profonda in cicatrice di macerie tuonate tra rami e rose laddove la notte inghiotte. // Bambini, uomini, donne e ogni casa dagli occhi tramontati senza linea e terra. Solo gemiti e pianti è la pronuncia stridente di rosso colato nella città delle spezie, e ciò nonostante e nonostante lo sfondo di una cruenta effettività per un soffio che si estingue (il riferimento è a Gilles Jacquier, il fotoreporter francese, impegnato nella documentazione della guerra civile, assassinato nel 2012) non viene mai a mancare il tocco poetico che Viviana consegna per rompere la barriera a difesa del bene malgrado tutto, malgrado lo spasimo, mentre nulla veniva risparmiato.

E sotto un tempo accartocciato la Fiorentino non si risparmia nello sterrare dall’abisso le macerie sino a dove il peccato della guerra insidia il pane quando il pane piove dai tetti per farsi gancio dall’altro lato della vita. E ancora scava per accompagnare in emersione il baccello della misericordia antropica; scava e l’io rende baricentro di un noi che ci edifica a mani prese nella presa compassione dell’umano esistere In Giardino, un giardino senza più confini che dalla finestra o dall’ultima sponda / di granito o riva sappia di una vela / ancora aperta dentro di noi / ed è cielo schiarito oltre, altra latitudine.

daìta martinez