Terrapiena Carola Susani

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Terrapiena, di Carola Susani, edizioni minimum fax, è un libro da leggere. Con la sua lingua sorprendente e limpida, l’autrice descrive le cose nella loro concretezza, materialità, eppure della realtà trasfigura i contorni. Un modo visionario di affrontare la storia del nostro paese, i passaggi decisivi dal dopoguerra a oggi, quando le spinte al cambiamento hanno innescato piccole rivoluzioni. Che poi non sappiamo mai fino a che punto i cambiamenti produrranno conseguenze, quali semi lasceranno.

In Terrapiena ti sembra di essere proprio lì, nella campagna siciliana, all’inizio degli anni settanta, dove sorge una baraccopoli costruita dopo il terremoto. Lì dove Italo Orlando riappare. Nel precedente romanzo La prima vita di Italo Orlando, il primo di una trilogia, era comparso molti anni prima, nel ‘57, e aveva scombussolato la vita di una intera comunità. Creatura senza tempo e senza storia ha le stesse fattezze di allora quando un gruppo di ragazzini lo trova, a fine estate. “Era nell’acqua a faccia in giù, le braccia stese, i capelli che brillavano come squame. Ricordo il cielo omogeneo che si rifletteva sulla superficie stagnante. Nel punto in cui eravamo il fiume aveva ancora una certa portata, ma subito s’insabbiava, e andava a spegnersi in un rivolo che puntava al mare”. A chiedere chi sia Italo la risposta è sempre la stessa: “La leggenda narrava del figlio di un avvocato Orlando, Mommo non si ricordava se fosse di Corleone o di Marsala, pluribocciato a ingegneria, che era impazzito e aveva cominciato a girare per la Sicilia a piedi scalzi portando fortuna a chi se lo prendeva in casa. Gliela raccontavano in famiglia quand’era piccolo, sua zia sosteneva di averlo incontrato. Ma mi sembrava ridicolo pensare che fosse lo stesso, il ragazzo che avevamo trovato nel fiume non aveva più di vent’anni”. È Ciccio, un bambino di dodici anni, a raccontare quello che accadde in quell’estate, della povertà, del gruppo di attivisti arrivati anche da fuori e chiamati stranieri che con il loro impegno e le loro azioni vorrebbero spingere la popolazione delle baracche a ribellarsi per ottenere il riconoscimento di diritti elementari. Ciccio, con le gambette magre, anche lui vedo nella sua disarmante fame di vita, scapestrato e tenero, impegnato a scorrazzare insieme a Mommo, Dora, Marco, Elia, a cercare, inconsapevole, l’amore che gli manca. “Mia madre non amava picchiarmi. Per farlo avrebbe dovuto alzarsi da una sedia a righe blu o dal letto, separarsi da Maria, appoggiarla in un posto, muoversi, rincorrermi, sudare… Odiava sentire caldo in ogni parte della cute pallidissima, tranne nel punto in cui, di volta in volta, sistemava Maria”. In compenso, le legnate gliele dava un fantomatico zio, malacarne che frequentava la baracca e che, come altri, diffidava degli attivisti. “Mentre si rimetteva la cintura mi fissava contraendo la fronte sudata: “Un cià ghiri chiù, su’ comunisti. Un ti cià ‘mmiscari”.

La povertà, la miseria, il malaffare, le ataviche storture sociali che si contrappongono al brillare di un’ansia di riscatto, una voglia di futuro che si manifesta nelle assemblee, nelle proteste per l’acqua, il lavoro, la ricostruzione. Del resto quelli furono gli anni di Danilo Doci e Peppino Impastato. Nell’ansia disorientata e bollente dell’adolescenza incipiente c’è il corpo di Ciccio che cambia, il desiderio per Dora, e insieme a questo gli scenari interiori. “Quando si sta a cavaliere fra i mondi, massimo è il rischio di cadere. E io stavo così, in bilico”. E cade Saverio, ragazzo omosessuale che si innamora di Italo e che fa di questa sua passione una spada da cavaliere impavido e una croce da portare in un paese in cui ancora la vergogna non consentiva di scegliere chi amare. “Ma Saverio era paralizzato dalla vergogna. Di che cosa si vergognava? Io mi sarei vergognato Di mia madre e di Maria, della nostra casa senza niente; forse per lui era lo stesso, si vergognava di sua madre… O forse si vergognava di Italo, che era anche un dio (cosa poteva essere altrimenti?), lo stesso era finocchio”.

Vedo le luci, le ombre, la notte, sento l’odore dei fichi, dell’umido, i grilli, il rumore delle scarpe di altri che la madre di Dora regala a Ciccio che scarpe non ne ha. E Italo? Dopo avere innescato, ancora una volta, il cambiamento scompare come era ricomparso? Quali semi ha lasciato? Lo ritroveremo in un altro momento decisivo della storia del nostro paese nel terzo volume, che aspettiamo, della trilogia.

Un ragazzo d’oro Eli Gottlieb

Todd è autistico, vive da molti anni in un centro per disabili e racconta della sua vita, del passato, della sua famiglia, dei suoi farmaci e dei suoi desideri. Un libro struggente, che Eli Gottlieb (che ha un fratello autistico) delinea con lingua precisa, che scava nella sintesi come gli scrittori americani sanno fare. Per Minimum fax nella traduzione di Assunta Martinese.
Non potevo non pensare alla nostra alunna Giulia ❤️, alle domande che ci facciamo sul destino.

Una donna quasi perfetta Madeleine St John

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Se vi piacciono i dialoghi questo romanzo è per voi. In “Una donna quasi perfetta” di Madeleine St John, uscito alla fine di giugno per Garzanti, la storia di Flora, di suo marito Simon, di Gillian, di Lydia e delle relazioni che si intrecciano fra loro sono costruiti con perizia drammaturgica in un alternarsi di capitoli-scene in cui i personaggi si definiscono attraverso le loro parole.

Come scrive magistralmente Nadia Terranova nella sua prefazione: “Madeleine St John entra nel luogo più esotico e spinoso che la nostra società ha voluto inventare: il matrimonio. Lascia che questa parola si srotoli, si distenda nella quotidianità, prenda il respiro della normalità familiare, e poi, come quando aprendo un armadio ci si ritrova davanti a uno specchio e si salta in aria nel riconoscere la propria immagine, scende nelle piccole bugie che diciamo soprattutto a noi stessi, giù, in fondo, fino al confine tra ingannare sé stessi e ingannare la persona che abbiamo accanto”.

Le situazioni narrate sembrano assai consuete. Simon è uno sceneggiatore che fa del proprio lavoro un punto d’orgoglio e lascia a Flora la cura della casa, dei tre figli, la responsabilità di un matrimonio in cui lui sta comodo sebbene si annoi. Accompagna a casa Gillian quando la famiglia è in vacanza e la sua incapacità d’amare esplode in attrazione e passione, quella attrazione che non provava per Lydia e che era riuscito a decifrare quando aveva provato l’impulso di baciarla. Quel che accade a questi personaggi si muove tra il manifesto dei loro comportamenti e i pensieri, le emozioni nascoste e incoffessabili, movimenti che Medeleine St John tratta con ironia sebbene, scavando, mostrano l’insoddifazione, la malinconia, il rimpianto per la piega che hanno preso le vite. E mentre Simon si trincera dietro un “tutto è così transitorio” che contiene la sua mancanza di coraggio, le donne, ognuna a suo modo, affrntano la realtà con maggiore decisione, ognuna cerca una dimensione che possa dare un senso alla propria esistenza. Come Gillian, commercialista bionda e vitale, che desidera essere una donna indipendente o Lydia, che sembra ritrovarsi attraverso fatti che riguardano gli altri, compresa la scoperta del tradimento di Simon. Come Flora che, sebbene Simon la ostacoli ricordandole che si è convertita all’anglicanesimo quando lo ha sposato, prova ad avvicinarsi alla Chiesa cattolica. In una fede alimentata da frasi del Vangelo e riti domenicali, Flora cerca una stabilità più solida, prova a superare le ansie conciliando scelte autonome e adesione fedele al matrimonio. C’è del commovente in lei. Mentre era con la sua famiglia – tutti insieme per la prima volta dopo mesi e mesi – si sentiva così appagata che non riusciva a immaginare da dove scaturisse quell’ombra scura che la sovrastava… Forse ipindeva dal fatto che li amava tanto. L’amore cresce con il tempo. Più gli dai spazio e più si intensifica…

Madeleine St John cerca le parole giuste per dire ciò che ricaviamo dal miscuglio che si agita in ognuna e ognuno di noi, quel che traspare ma non è difficile da dire. Che è anche la sfida di chi scrive. Flora considerò la faccenda. «Sììì», replicò. «Suppongo che sia proprio questo che intendevo». Ma non era solo questo, c’era dell’altro, qualcosa di più, o di meno, in quellos pazio strano e angusto della mente dove risiedono i significati ma non le parole per trasmetterli.

Cous cous blues Dario La Rosa

photo_2020-07-20_12-03-44Iachìno stava friggendo melanzane quando arrivò la telefonata. Era suo compare Gerlando, che alla cornetta fu perentorio. «Vai a comprare subito Il Giornale delle Pulci», disse «poi richiamami, dobbiamo vederci». Il tono era serio, come il colore delle mezzelune che stava dimenticando nell’olio bollente, lasciando spazio ai suoi pensieri. Se ne accorse giusto in tempo per risparmiarsi il rimprovero di Carmela e dei bambini, che amavano sentire la melanzana dolce dolce insieme al basilico e al pecorino fresco. Una spolverata di sale, un immancabile assaggio ed era già verso l’edicola.

Questo l’incipit di “Le panelle di Tanino Speciale”, il primo dei tre racconti che compongono “Cous cous blues” di Dario La Rosa, il libro edito da bookabook, la casa editrice italiana che pubblica attraverso il crowfunding. Protagonista è Iachìno Bavetta, giornalista che, insieme al suo amico Gerlando, ha fondato “Ulapinu”, giornale di satira che non darà di certo da vivere ma che risulta essere una voce scomoda e divertente. Iachìno ha una moglie dai capelli rossi e dai fianchi morbidi, donna amorevole e determinata, due splendidi picciriddi, il bassotto Arturo che lo accompagna, genitori che gli hanno insegnato l’amore per la terra, il mare, e lui non perde occasione per preparare piatti succulenti, accompagnare con vino e marsala i suoi piatti in un vero tripudio di sapori. Come alcuni siciliani sanno e come ritroviamo in molte narrazioni il senso dell’ironia si accompagna alla curiosità, a un sesto senso che induce a scavare tra fatti apparentemente inspiegabili e Iachìno si ritrova a dipanare misteri, a tradurre le sue intuizioni in soluzioni. Con l’andamento del giallo racconta quindi della morte di Tanino Speciale che aveva prestato la sua lapa a tre ruote per il lancio di “Ulapino” e che lascia una scomoda eredità e un figlio a cui garantire il futuro.

Il secondo mistero da risolvere, dal titolo “La pasta coi ricci di Iachìno Bavetta”, è ambientato nella meravigliosa isola di Favignana tra il sole, le acque luminose, i fondali, il ritrovamento di un anello sott’acqua e il traffico di reperti archeologici. “La salsiccia al pepe rosa del signor Politi” racconta, infine, di grifoni e avvelenamenti tra i boschi dei Nebrodi e Alcara Li Fusi.

Con una scrittura scorrevole, veloce, Dario La Rosa costruisce storie ironiche e divertenti innaffiate di conoscenza attenta e coinvolgente del territorio siciliano. I botta e risposta con l’amico Gerlando, con i vari personaggi tra cui la moglie di Tanino, il pescatore Zu Sarinu che prepara un cous cous di cui sentiamo il profumo e la consistenza, il maresciallo Lorenzini, assessori, politici, sono costruiti con un parlato che restituisce realismo e che fa partecipare i lettori, le lettrici, in un andirivieni di situazioni che a tratti sono cinematografici. La cucina era di mattonelle bianche e decorazioni blu scuro. Al centro un tavolo rettangolare bianco sopportava il peso di una couscousiera di coccio, una brocca d’acqua e la semola da incocciare. «Avanti», disse ancora ai bambini «mettetevi qua». Avvicinò due sedie e i piccoli ci si misero in ginocchio. Zu Sarinu prese la semola, la versò nel contenitore di terracotta e aggiunse dell’acqua. «Mettete le mani qui e fate come me». E sembra che il mettere le mani, provarci, sia il talento di Iachìno che con aromi o pietanze richiama la cura che serve per vivere in armonia. E la sensazione che se ne ricava è che si può accompagnare al mistero dell’esistena il piacere semplice ma profondo delle cose.

 

Cambiare l’acqua ai fiori Valérie Perrin

photo_2020-07-09_17-58-14Un solo essere ci manca e tutto è spopolato

È così forte questo epitaffio in apertura del romanzo Cambiare l’acqua ai fiori di Valérie Perrin, edizioni e/o.

E l’incipit I miei vicini non temono niente. Non hanno preoccupazioni, non si innamorano, non si mngiano le unghie, non credono al caso, non fanno promesse né rumore, non hanno l’assistenza sanitaria, non piangono, non cercano le chiavi né gli occhiali né il telecomando né i figli né la felicità.

Prima di lavorare come guardiana del cimitero in una piccola cittadina della Borgogna, Violette Toussaint azionava negli orari più faticosi un passaggio a livello e prima ancora era stata una giovanissima donna sposata a un uomo bellissimo ma egoista e seduttore fino allo sfinimento. Era stata anche una bambina abbandonata alla nascita a cui nessuna delle famiglie affidatarie aveva dato amore. Quando è costretta a cambiare mestiere ha con sé il marito che in sella alla moto sparisce per giorni e poi una figlia da cui fatti tragici la separeranno per sempre. I dolori che ha accumulato si riverberano sulle tombe, sui funerali, sulle persone che accompagnano o dimenticano i morti e in un caleidoscopico intreccio di vite e personaggi si attraversa continuamente, nel romanzo, la soglia che separa la vita dalla morte. Insieme al parroco, ai seppellitori, a chi si occupa delle sepolture, Violette trova negli anni una dimensione amicale che a tratti pare onirica ma è fatta di cura e ascolto dell’umanità. La struttura narrativa, che procede per quadri e salti temporali tra presente e passato, narra storie che si legano fra loro e che si allungano fino alla ricerca della soluzione di un tragico mistero. Con una lingua semplice e diretta, seguiamo le vicende in prima persona se è Violette a raccontare, in terza se è un narratore esterno e onniscente, ci imbattiamo in storie appassionanti come quella di Julien che si presenta un giorno al cimitero per svelare il segreto che si nasconde nella vita della madre. I capitoli sono scorrevoli, anche se a volte alcuni passaggi appaiono ripetitivi, e introdotti da epitaffi funebri molto poetici che dicono, a loro volta, dei sentimenti eterni che legano i vivi ai morti. Può sembrare un libro funereo ma non lo è sebbene sia intessuto di fatti drammatici e strazianti. La forza della natura, del giardino che Sasha, precedente guardiano, lascia da curare a Violette, dei particolari e degli oggetti descritti, innalzano una luce di forza e consolazione. Sentimenti profondi, nel bene e nel male, danno il senso delle assurdità ma anche delle bellezze dell’esistenza. E Violette, bambina e giovane trascurata, ferita, diviene una protagonista, una Parca che raccoglie e tesse i fili.

Almarina Valeria Parrella

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Cosa ci salva, cosa ci mantiene a galla nonostante tutto? sembra suggerire la splendida copertina di “Almarina” Einaudi Editore, il romanzo di Valeria Parrella candidato allo Strega 2020.

Di ferite ne ha la protagonista, Elisabetta Maiorano che insegna nel carcere minorile di Nisida e che ha perso il marito tre anni prima dopo un matrimonio fatto d’amore, slanci e distanze, con la mancanza di figli e le traversie per adottarne uno. Si sente in colpa ogni volta che la sbarra si alza per farla entrare in quel mondo parallelo al mondo di fuori in cui si entra e da cui si esce trasformati ogni volta “…trovarsi dopo la sbarra e prima del carcere, lasciando tutta la città sotto le sue ansie: che sono le mie…”. Elisabetta si racconta e sposta l’orizzonte continuamente da sé agli altri, dal fuori al dentro, dalla città di Napoli bellissima e dolorosa al “…mare inaccessibile tutto d’intorno, che a destra finisce dentro il Vesuvio e a sinistra dentro l’Italsider…”. Eppure, oltre la sbarra, “…mentre avanzo verso i vetri antiproiettile, sento che finalmente mollerò gli ormeggi da quella vita di usura che mi è capitata. È il regolamento, io non c’entro: per le prossime cinque ore non sarà responsabilità mia: come ciascuno che entri a Nisida torno libera, torno bambina…”. Lei prova un senso di sollievo come se quel mondo chiuso potesse, forse, controllarlo, conoscerne le regole, visitarne “i gironi” a seconda della gravità delle pene. Muri, guardie, chiavi, controlli, documenti, attese, percorsi che nella loro ripetitiva meticolosità acquistano un distanziamento che si trasforma in relazione, in rispsetto per gli alunni carcerati, che fa incontrare Elisabetta con Almarina “che ha sedici anni, che è una romena (o quello che ne resta, dopo che il padre la violentò e la rovinò a mazzate)”. Con una lingua che non tralascia nulla della tragica realtà descritta ma che si dirama in sentimenti e riflessioni, la storia di Elisabetta, del suo vissuto, dell’amore con il marito Antonio si allargano nei ricordi e per paradosso il confronto con la cattività dei detenuti diventa una leva per liberare il dolore. Matematica, conti, formule e calcoli che tanto pazientemente Elisabetta cerca di insegnare, hanno il valore di ogni atto educativo quando questo è un immedesimarsi, un non volere condannare, un considerare le colpe come risultato di una responsabilità collettiva e sociale (mi viene in mente l’antipsichiatria, il lavoro di Franco Basaglia e Franca Ongaro), quando è sostenuto dalla speranza che possa realizzarsi un cambiamento. “La nostra speranza, credo, è che quel giorno, ora lontano, in cui avranno scontato tutta la pena, tornerà loro nelle mani questa chiave, e dagli archivi spalancati voleranno fogli bianchi senza più inchiostro sopra, immacolati, come il bucato alle terrazze”. E lei, Elisabetta, cinquant’anni, che si riempie di gocce, che non prende sonno né calore nel letto, che pensa sia infarto il male al braccio e appendicite il mal di pancia, che non sa come andare avanti è lì in mezzo agli allievi detenuti che la giudicano, anche loro come il resto del mondo. “… che non sei nessuno, che stanno perdendo tempo con te, e tu stai perdendo il tuo, che quello che sanno di matematica è abbastanza, tanto i conti della cocaina sono addizioni e sottrazioni…”. Ma chi insegna lo sa, c’è una tensione amorevole che unisce, uno scontrarsi e accettarsi, un prenderla a ridere, talvolta, che fa guardare laddove altri non guardano, un cercare tra le parole dei compiti, negli occhi e nelle minacce. Silenzi e sorrisi che diventano confessioni, il corpo di Almarina che porta i segni della violenza, Nisida che è vascello, attracco da dove andare e venire e da cui si spera di uscire per tornare a casa. “Una casa è un posto dove si mangia e si sta caldi e ci si allena ad andare per strade sconosciute senza paura dell’altro, portando per se stessi un grande rispetto”. E sono ancora bambini e lei che è insegnante potrebbe, dall’oggi al domani, non trovarli più perché trasferiti, portati chissà dove. “Mi ricordo cosa tenevo in testa a tredici anni, direttore, e lo so che è tutto diverso, ma il corpo. Il corpo è lo stesso, i brufoli, le mestruazioni, il freddo o il caldo, il benessere o la fame. Io mi metto a letto e penso che Almarina sta dormendo e mi addormento. E poi all’alba mi sveglio e penso che un giorno non la troverò più, come questi qua che non ho trovato più negli anni, e allora non dormirò più”. È lì, nello spazio di realistica compassione, di cura, preoccupazione, di racconti sulla Romania, sul fratello di Almarina che lei ha dovuto abbandonare e che vorrebbe ritrovare, che si apre nel romanzo una felice trasformazione narrativa. Un forte e conflittuale, al tempo stesso, sentire la maternità. Un liquido che dal mare, dal fluire dei ricordi, dal fare profumi che Almarina vorrebbe essere il suo lavoro da libera, che dall’odio e dalla violenza scivola verso il legame dell’essere madri e figlie. In condizioni estreme, disincarnate ma fisiche, in necessità coercitive ma sentite che spingono Elisabetta a cercare, cercare cosa potrà salvarle entrambe.

L’onda andava e veniva e si infrangeva e mi lasciava bagnata e intanto era scesa notte, e grandi fari, come quelli degli attracchi mercantili, illuminavano la strada e facevano brillare il portone antiproiettile…”. Una luce tragica e amorevole che si accende nelle parole di questo romanzo costruito a lampi squarci, con una lingua che si flette nel dialetto e restituisce così verità e concretezza. Un romanzo che dice degli abiti nuovi che ognuna e ognuno può indossare per andare incontro al futuro.

Come una storia d’amore Nadia Terranova

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Sakura, ho pensato ammaliata già dalla copertina, appena ho avuto fra le mani Come una storia d’amore, Giulio Perrone Editore, l’ultimo libro di Nadia Terranova. Ho sorriso pensando ai fiori di ciliegio che in Giappone sbocciano ogni anno in primavera e la cui fioritura strabiliante spinge milioni di persone ad andare per parchi e viali a celebrare la festa tradizionale, l’Hanani, che significa infatti guardare i fiori.

(Fiori che farebbero pensare al mandorlo in fiore ma che in foto ho sostituito con i gerani siciliani di cui disponevo).

Può sembrare un accostamento azzardato visto che i dieci racconti che compongono il libro sono tutti ambientati a Roma e in particolare in alcuni quartieri non centrali della città come il Pigneto, Casalbertone, ma l’andare e guardare lì dove vive una umanità variegata, multietnica, stratificata per appartenenza sociale, vicende personali, età, mi ha spinto a considerare come ogni cosa, anche quella consueta, può sbocciare di inaspettata meraviglia.

A leggere queste dieci storie tornava in mente ricorrente il primo sentire, l’immagine del fiore di ciliegio che si apre in tutta la sua luminosa bellezza ma la cui fioritura dura pochi giorni strappando a chi lo ammira un sentimento profondissimo che contiene in sé la maestosità della vita e la sua caducità. L’esistenza che si mostra caparbiamente effimera in una parola che tanto mi affascina del pensiero orientale: impermanenza. E così come il fiore di ciliegio fiorisce al massimo della propria energia nonostante il vento lo spazzerà via, così le parole di Nadia Terranova condensano il transitare e quindi l’incertezza, lo stare in mezzo e da nessuna parte pur contenendo in sé ogni aspetto dei luoghi, dei ricordi, delle mancanze, di c che rimane e rimane. Dieci racconti-universi (finalmente la pubblicazione di racconti) in cui lo sguardo della scrittrice osserva e scandaglia una Roma insolita e brulicante, non era facile raccontare la città eterna così tanto narrata nei libri, nelle canzoni, i film, le guide turistiche. Ma in questo caso la forza perturbante della capitale, scelta per viverci ma nello stesso tempo mai appartenuta fino in fondo, è descritta attraverso uno sguardo che si muove dall’esterno all’interno delle cose e che da una frazione di tempo, un particolare, un oggetto, una condizione specifica fissata in un sentimento immobile, dirama linee, appigli di costruzione narrativa che coinvolgono chi legge. Si può immaginare come sono le vite dei personaggi che si sfiorano, si incrociano per strada, al mercato, guardano dalla finestra, aspettano l’autobus. Come Teresa che in Via della Devozione c’è arrivata quando si è sposata e aveva vent’anni e ora colpita da ictus è distante da se stessa e dagli altri ma che non perde il piacere di piluccare la frutta sui banchi del mercato né si tira indietro nel compiere un gesto di pietà quando viene ucciso il trans gentile Andrea. Potremo incrociare le due sorelle che la mattina di Natale prendono il tram come se dovessero andare a scuola, scendono a Porta Maggiore e rimangono sedute su una panchina per sfuggire alle liti dei genitori. Ritroviamo Natale nel racconto Il primo giorno di scuola in cui la protagonista vuole imparare una lingua nuova, un nuovo alfabeto capace di ricomporre domande e risposte.

In un settembre esageratamente triste mi ero messa in testa di studiare due cose: l’ebraico e le persone felici.

Vigilia di Natale anche in L’ora di libertà tra il bicchiere di pessimo vino e qualche patatina rattrappita per provare a concedersi un’ora di libertà prima che gli obblighi, i ruoli, possano intrappolarla in forme ansiose. far finta di non essere soli per desiderare di essere soli, e in qualche caso essere soli per davvero e desiderare una persona precisa, una persona che non può esserci, e quella persona sono le mille persone che nella nostra vita abbiamo lasciato andare. Perchè si sa le feste amplificano l’inadeguatezza. Mi siedo al centro del mondo, cioè nel bar più anonimo e sciatto del mio quartiere, dietro un bicchiere di vino frizzante e delle noccioline… Il centro del mondo è nel rigore della scrittura, nel raccontare di quel rovello nascosto che accompagna ogni singolo istante. Mostrare la qualità del condensare gli opposti e mantenerli palesi, concedersi la libertà di affermare qualcosa di cui non si è affatto sicuri. Sdoppiare la realtà che rivela un dietro le quinte come nel racconto La felicità sconosciuta in cui Paola spia ossessivamente il profilo Facebook di una sconosciuta che mostra la vita che lei vorrebbe… uguale le sembrava tutta la sua esistenza: un’esistenza in cui ogni cosa si poteva toccare e invece non si toccava, perché niente accadeva per davvero. La depressione e l’irrealtà si avvicinavano fino a toccarsi, univano i propri lembi.

Personaggi e donne che si misurano con il dolore che li ha immobilizzati, colti in quel frammento di esistenza in cui qualcosa li svela, in cui qualcosa deve cambiare mentre una forza li spinge in avanti ma li frena. Freezing, il titolo di un altro bellisssimo racconto in cui Veronica, in seguito a uno shock, rimane congelata nelle emozioni. Lei che avrebbe voluto studiare e non ha potuto perché i genitori hanno privilegiato il fratello che poi ha finito col fare il meccanico, lei che fa la parrucchiera ma ha sognato un’altra vita. E non c’è possibilità di fuga nel chiedersi quali ghiacci contiene il nostro cuore, dove siamo rimasti impigliati, quali passaggi abbiamo evitato e di cui ci assale il rimpianto.

È così la scrittura di Nadia Terranova, ti arriva dritta in petto senza sconti di realtà ma ti commuove per la sua ostinata bellezza che arriva leggera come un soffio, come una luce limpida nel viaggio che dall’infanzia arriva all’istante presente.

L’unica e raccontarsela come una storia d’amore… E puoi tendere l’orecchio verso l’amore che si consuma ma non scompare, che sedimenta nell’atto impossibile dell’abbandonare.

 

 

Althénopis Fabrizia Ramondino

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Oggi desidero magnificenza e bellezza, se no soffoco. Fabrizia Ramondino, scrittrice partenopea cittadina del mondo. Una delle grandi nostre madri letterarie. Una scrittura sontuosa che ti conduce dove vuole. Intreccia fili e parole con una maestria rara, imprevedibile, sorprendente. Ritratti indimenticabili: la nonna, la madre, le zie, zii e cugini, bambini e bambine. Le classi sociali, il paesaggio, il mare, i luoghi, le case e gli arredi. In questo libro gli anni tra il 1943 e il 1948.
“… C’era infine, per quel mio arrivo, il fascino dei rocchetti, di fili sparsi, di passamani, lane colorate, fili d’oro, brandelli di merletto, quasi tracce delle storie della famiglia e delle leggende che la nonna raccontava…”
Contributi:
Libri tanto amati: Antonella Cilento e Althènopis – Giacomo
Verrigiacomoverri.wordpress.com › 2020/01/10 › libri-tanto amati

Fabrizia Ramondino / Gustaw Herling, Titti Marrone, Giuseppe …
www.youtube.com › watch

Alessandro Leogrande, Autore a minima&moralia …
www.minimaetmoralia.it › author › leogrande

Giovanissimi Alessio Forgione

photo_2020-04-10_15-04-27Una prosa scabra per raccontare la storia di Marocco, ragazzino di quattordici anni che cerca se stesso nell’universo instabile e magmatico dell’adolescenza. Scritto in prima persona, il romanzo Giovanissimi di Alessio Forgione, NN Editore, ambientato negli anni ‘90, ha la durezza delle domande che ci poniamo anche quando l’adolescenza l’abbiamo già lasciata alle spalle, ha la giusta dose di minimalismo che disincarna la realtà senza esagerare ma che arriva come lama e scava. Ha la tenerezza necessaria a scivolare sulla meraviglia della crescita, sull’essere fragili e arditi al tempo stesso. Marocco vive a Soccavo, periferia napoletana ma che potrebbe trovarsi in un’altra città poiché spesso le periferie si somigliano nelle solitudini, nelle dinamiche che sembrano rendere gli abitanti impermeabili alla speranza. Divide con il padre, che lavora tutto il giorno come contabile in una fabbrica di scarpe, una casa fin troppo grande per due da quando la madre è andata via e non ha dato più notizie di sé. Di lei riaffiorano labili ricordi, particolari del corpo che Marocco teme di dimenticare, frammenti d’allegria, le urla, la disperazione delle liti prima dell’abbandono. Il vuoto che ha lasciato si materializza nel silenzio interrotto dal rumore dei piatti e della tv all’ora di cena quando padre e figlio si incontrano-scontrano per dividere i momenti di una quotidianità ripetitiva ma che nasconde un cumulo di emozioni rapprese. E c’è un bene tra i due che non viene nominato ma che traspare dalle raccomandazioni continue del padre, dalle ostinate disubbidienze del figlio. Il padre non conserva nulla della moglie, Controllai nelle tasche delle sue giacche, nel cappotto, ovunque potessi: non trovai nulla, non una foto, non un indirizzo, niente. Non c’era più traccia di mia madre, in quella stanza come nel resto delle nostre vite. La vita di prima rimane in un’impronta senza rumore.

Le domande sulla mancanza d’amore, su quella forma di impotenza che lasciano le ferite più profonde, su che cosa dell’amore resiste o c’è stato, sulla paura della cattiveria di chi amiamo dicono non solo dell’enorme buco d’assenza lasciato in Marocco, ma delle resistenti forme di adattamento che le vicende dell’adolescenza, e ancor prima dell’infanzia, impongono. Dell’arrovellarsi in cerca di una spiegazione definitiva che non arriverà. Domande e spiegazioni sul vivere che Marocco cerca nei fumetti di Dylan Dog, nei giornaletti in cui legge di storie di Ufo, fantasmi e fenomeni paranormali. Sono storie di autocombustione di un corpo, del finto allunaggio sulla luna, dell’Ufo di Mussolini, dei fantasmi del castello di Edimburgo. Un tratto, questo, di Marocco che lo rende affascinante, con questo suo sguardo diretto sulle cose ma anche trasversale, di chi ricerca, forse, una dimensione immaginaria ma ipotetica che apre squarci d’ignoto, di fuga da una vita svilente e tutta da costruire.

Tornai e non mangiai. Mi stesi sul letto, aprii il Dylan Dog e lessi di questo Ufo parcheggiato nel giardino di una villa e del padrone di casa, che viene rapito, si risveglia e chiama la moglie. Poi vanno in un bosco e le scatta delle foto, riappare l’Ufo e lei scatta delle foto a lui e io pensai che volevo comprarmi una macchina fotografica.

Attraverso il pensiero e le emozioni di Marocco vive anche il quartiere-mondo della periferia che non viene descritto ma vissuto, che non fa da sfondo né è contesto separato dalle azioni dei personaggi, piuttosto ne innerva le scelte. Diviene voce tra le voci. Una narrazione “dentro il dentro” che coinvolge per la ricerca di ogni passaggio di realtà, una visione senza fronzoli e senza giudizio.

Dietro di lui c’erano i palazzi e i pini. Sulla testa aveva la solita caotica riga di lato, ma scolpita dal gel e mi stupì molto l’idea che potesse passare del tempo davanti allo specchio e impegnarsi per dei cambiamenti. Dietro i suoi piedi c’erano i mattoni rossi che separavano la strada in cemento dall’aiuola composta di solo terreno. Tra un mattone e l’altro spuntavano dei fili d’erba.

Borsone in spalla Marocco gioca a calcio, è uno dei Giovanissimi Regionali della Pro calcio Napoli, riempie le sue giornate con gli allenamenti e le partite della domenica e seppure abbastanza promettente non gli importa di eccellere, forse vorrebbe diventare solo un po’ più deciso, un po’ più attrezzato per non sentirsi da meno dei suoi amici, per sopravvivere alla violenza, per attraversare quell’età in cui non si è ancora abbastanza forti e in cui si sbaglia per sentirsi vivi. Del primo anno di liceo scientifico che frequenta non gliene importa niente, la scuola non ha per lui una funzione salvifica, alla mancanza di dialogo con l’insegnante, in particolare con quella di latino, Marocco risponde con un assoluto disinteresse. Nei pomeriggi preferice girovagare con gli amici, Gioiello, Fusco, Lenno che amico lo è ma non fino in fondo, che gli propone di fare soldi spacciando droga, che gli soffia la ragazza che gli piace ma che poi gli presenta Serena, raggio di stupore, morbida e sorridente, corpo da esplorare, zizze strepitose, intraprendente. È l’amore che trasforma ma difficile da sperimentare, che spinge alle prime volte del sesso ma che può ferire, che stordisce di paura. Perché Marocco lo sa bene, l’amore disarma e può lasciarti tramortito da un momento all’altro. Ma immobilizzare gli eventi e le emozioni può bastare a salvarsi? O piuttosto gli altri, le cose che ci accadono sono l’occasione per stare al mondo? Non anticipiamo di certo le altre storie che si intrecciano né la conclusione di questo bellissimo romanzo di formazione entrato nella dozzina dei candidati al Premio Strega 2020. Spero vogliate leggerlo.

 

 

 

 

Il treno dei bambini Viola Ardone

photo_2020-04-01_16-23-16Il treno è stato da sempre il mio mezzo di trasporto preferito. Le soste nelle stazioni, il paesaggio che scorre oltre il finestrino (almeno per i treni non velocissimi), la lentezza del pensare che ne consegue, l’adattarsi ai cambiamenti nel lungo tragitto. Mi ricorda l’infanzia, il tempo in cui dalla provincia di Messina dove sono nata ci spostavamo per andare a trovare le zie, i nonni. Un sentire che oggi può apparire desueto, “antico”, come una scrittrice molti anni fa giudicò un mio scritto, ma in quel caso non era un complimento.

Dei libri che incontriamo nella nostra vita, di quelli che scegliamo da leggere, ce ne sono alcuni che di sicuro rievocano antichi sentiri, o richiami insospettabili, o addirittura ricordi evidenti a un primissimo sguardo.

Mi sono così ritrovata dentro il treno, questo, del romanzo “Il treno dei bambini”, Einaudi Stile Libero, di Viola Ardone. Ho sentito lo sferragliare di allora, quando la povertà aveva messo in ginocchio persone che già conoscevano l’indigenza e le cui risorse non sarebbero bastate alla sopravvivenza. La storia, ambientata nel 1946, subito dopo la fine della guerra, richiama una vicenda vera. Su iniziativa del Partito Comunista e dell’UDI, migliaia di bambini vennero trasferiti dal sud, in particolare da Napoli, per essere “affidati” a famiglie dell’Emilia Romagna che potessero accoglierli per un certo periodo, nutrirli, curarli, sottrarli alla fame e alle malattie. Nel romanzo compaiono infatti figure che ebbero un ruolo decisivo nell’organizzazione e nel trasferimento di quei bambini che si intrecciano con personaggi straordinari, primo fra tutti Amerigo, bambino di sette anni, voce narrante tenera e smaliziata al tempo stesso. Amerigo è un personaggio che non si dimentica, già nell’incipit folgorante del romanzo. Si arrangia, disubbidisce, impara dalla strada, si fa mille domande e come i bambini sanno fare si costruisce un mondo fatto per sopravvivere, d’amicizia e tenerezza.

Il nome me l’ha dato mio padre. Io non l’ho mai conosciuto e, ogni volta che chiedo, mia mamma alza gli occhi al cielo come quando viene a piovere e lei non ha fatto in tempo a entrare i panni stesi. Dice che è proprio un grand’uomo. È partito per l’America per fare fortuna. Tornerà?, ho chiesto. Prima o poi, ha risposto. Non mi ha lasciato niente, solo il nome. Sempre qualcosa è.

Amerigo vive nei bassi di Napoli con la madre Antonietta Speranza che nel cognome dice di sé l’assurda beffa del destino e l’ostinata volontà di resistenza. Amerigo va in giro a raccogliere pezze che la madre pulisce e rammenda per darle a Capa ’e Fierro che le vende al mercato. Con una prosa appassionata e sanguigna, Viola Ardone ci conduce in un mondo di poveri cristi che anima i bassi. C’è la Zandragliona, la Panchiochia, Capa ’e Fierro, Tommasino, amico di Amerigo, c’è la suora che vuole dissuadere Antonietta, donna che parla poco e che gli stenti hanno chiuso in un mondo duro e senza fiducia, dal consegnare il figlio ai comunisti di cui aver paura perché con il treno porteranno i bambini in Russia dove taglieranno loro mani e piedi. C’è l’ardire delle sfide da una parte e l’arretratezza, l’ignoranza superstiziosa dall’altra. Ma cosa può fare Antonietta che ha già perso un figlio con l’asma bronchiale se non credere a Maddalena Criscuolo che ha combattuto nelle Quattro giornate e acconsentire che Amerigo salga su quel treno?

Osservo mia mamma attraverso il finestrino. Lei si stringe nello scialle, in silenzio. Il silenzio è arte sua. Poi il treno urla forte, più forte della maestra con la scucchia quando scoprì lo scarafone morto che le avevamo nascosto sotto il sillabario. Allora le mamme fuori al treno incominciano a muovere le braccia avanti e indietro e io credo che ci stanno salutando. Invece no. Tutte le creature sopra al treno si sfilano i cappotti e li buttano dai finestrini per darli alle mamme, pure Mariuccia e Tommasino. Io dico: – Ma che madonna state facendo? Nell’alta Italia, poi, vi puzzate di freddo. E Tommasino risponde: – Questo era il patto: i bambini che partono lasciano i cappotti ai fratelli che restano, perché nell’Alta Italia l’inverno è freddo, ma pure qua non è che fa caldo.

La voce di Amerigo è quella di bambini e di adulti costretti a separarsi, di chi in nome di un bene superiore sceglie un sacrificio d’amore. L’amore grande di chi accetta il lasciare andare. E la trama, intessuta di un dialetto che scava con i suoni del parlato colloquiale e quotidiano, pur toccando corde di profonda commozione non si consuma in melensi sentimentalismi perché la realtà svela il suo volto più crudo, le sue ingiuste disparità sociali. Cosa accadrà presso le nuove famiglie, come si incontreranno mondi e persone così diversi? Ma questo è anche il romanzo di un riscatto sofferto e cercato, di uno stringere i denti, di un ingoiare assenze, di separazioni difficili ma colmate da gesti concreti e solidali.

– Sono contenti che ci andiamo a mangiare le cose loro? – chiede il biondo, che non riesce a crederci. – E perché? – Per la so-li-da-rie-tà, -dice Maddalena. – È come la di-gni-tà? – dico io facendo la stessa faccia della Panchiochia, ma senza sputare tra i denti. Maddalena spiega che la solidarietà è come una dignità verso gli altri. – Se io oggi ho due salami, allora ne do uno a te, così se tu domani hai due caciotte, me ne dai una a me.

Penso all’oggi, a quello che stiamo vivendo, in questi tempi così difficili e bui d’emergenza e la storia di Amerigo e di tutti quelli che insieme a lui vissero quegli anni mi sembra proprio qui, vicino vicino.