photo_2019-08-24_22-52-20che pena i poveri di cuore che non piangono non soffrono che vivono rinsecchiti senza sentire la terra il mondo le creature tutte che non imparano dalle macerie che non nutrono la casa la pelle di brividi e danze
che pena per la dissennata freddezza cecità immota e morta povero chi ha il cuore di guerra senza speranza e senza amore quando i capelli saranno definitivamente bianchi non resterà per voi una luce
come posso io animare il mio cuore farlo ricco come posso aprire l’alba misurare la disperazione che c’è in me farla canto implorare la parte che all’umanità di musica appartiene
con il cappello dell’innocenza tornare ai paesi della distruzione assaggiare la pace chiamare gli alberi della loro bellezza aria eterna unguento alle ferite

salvezza delle dita intrecciate strette e tu?

Ammagatrici Marinella Fiume

photo_2019-08-08_15-07-06È un libro di racconti, “Ammagatrici” A&B editrice, di Marinella Fiume, 11 storie ognuna dedicata a una persona cara all’autrice. Alla sorella, la storica Giovanna Fiume, all’amica Fulvia Toscano direttrice artistica di Naxoslegge, alle amiche e amici con cui la Fiume si confronta in dialoghi profondi e appassionati: Luisa, Margherita, Piera, Salvo, Katia, Antonio Presti, la scomparsa Maria Sofia Messana studiosa a cui è dedicato il romanzo “La bolgia delle eretiche”, la madre a cui ha dedicato il racconto “L’assaggiatrice di Noto” e di cui scrive A mia madre che mantenne fino all’ultimo l’orgoglio della sua città natale. E questo stesso orgoglio anima Marinella Fiume che conosce la Sicilia, la sua storia, le tradizioni, le stratificazioni culturali, i miti. In questo libro ogni racconto ha un’atmosfera che ammalia, nello sfondo epoche diverse, realtà che fanno emergere figure forti di donne di varie estrazioni sociali e le cui vite hanno incontrato la prevaricazione, la lotta, il pregiudizio, i maltrattamenti, i limiti umani e la cecità culturale.
Ma ciascuna di queste figure trova dentro o fuori di sé una forza ancestrale, a volte divina, che la rende capace di trasformazioni. Perchè il divino si manifesta e si palesa a chi lo riconosce nel tessuto dei gesti quotidiani. C’è, nella scrittura di Marinella Fiume, la convinzione che le donne possono essere capaci di vere e proprie rivoluzioni. E c’è anche la volontà di svelare tale capacità, di mostrarla alle donne stesse, laddove queste non ne siano consapevoli. Del resto, Marinella Fiume è una donna da sempre impegnata in politica, nel sociale, nell’educazione dei giovani e nella diffusione della cultura.
Ma è necessario, sembra suggerire la scrittrice, appellarsi a realtà profonde, a volte invisibili, cercare con occhi aperti e i sensi ben all’erta. Stare sulla soglia dell’indecifrabile, sul quel limitare che rende comunicabili i mondi che abitiamo, compreso il mondo dei morti. Ed è per questo che le storie raccontate da Marinella Fiume sono riconoscibili, hanno una cifra tematica e stilistica ben identificabile che fanno di questa autrice tra le voci più apprezzate del panorama italiano contemporaneo. Storia, mitologia, antichi saperi e tradizioni siciliane sono a fondamento delle sue narrazioni che a più livelli svelano il fascino di fatti realmente accaduti ma rivissuti e reinterpretati alla luce della creazione artistica. Stupisce, dell’opera di Marinella Fiume, la portata delle conoscenze che contiene raccolte in anni e anni di studio e ricerca. Ne sono una prova le sue molteplici pubblicazioni, fra le ultime il romanzo “La bolgia delle eretiche”
A&B editrice, “Viaggio in Sicilia” Edizioni Arianna, o ancora prima “Sicilia esoterica” Newton Compton.

Ma chi sono le protagoniste dei racconti di “Ammagatrici”? Nel primo racconto del volume, La sirena Lighea, una donna è “sdraiata sulla sua vecchia poltrona delle letture a leggere come ogni pomeriggio di quelle estati quando il caldo appiccicoso stordiva impedendo profondità di sonni”. La donna rilegge la nota storia di Sasà e della sirena Lighea, pagina indimenticabile di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. In un racconto nel racconto, l’amore per la lettura e la scrittura, la voce dei personaggi e dei classici diventano materia viva in un equilibrio che nutre l’immaginario. La donna scopre nel testo che sta leggendo delle righe nascoste scritte con inchiostro trasparente: una sorprendente lettera d’amore che la sirena ha scritto a Sasà. E il lettore si immerge nel mondo di Lighea e del suo corpo seducente profumato di alghe, si proietta in una dimensione abitata dagli dei “Ricordi ancora il luogo del nostro incontro? Era quel pezzo di costa deserta che chiamano Punta Izzo, ad Augusta, in quel piccolo golfo dietro la collina che sovrasta le saline, là dove il mare è del colore dei pavoni, la costa selvaggia e, al di là delle onde cangianti, l’Etna si eleva non più minacciosa ma simile all’Olimpo”.

Margarita, strega erborista, vissuta nel ‘600 a Noto, invece, racconta in prima persona della conoscenza di erbe e rimedi miracolosi, dell’abilità nel mischiare le tante piante raccolte in accordo con i cicli della natura e nel rispetto di Dio e dei santi. Perché la luna è femmina e il suo ciclo riproduce precisamente quello delle femmine, e la luna abita nella terra di mezzo tra i vivi e i morti, per questo ha tutti questi poteri e concede questa potenza di virtù alle erbe”, dice Margarita e mostra la sua profondità di donna sapiente contro cui si scagliarono gli inquisitori accusandola di stregoneria. Nei racconti di “Ammagatrici” la luna si fa personaggio, diviene luce che guida, discorso unificante che lega le storie raccontate. Diviene la voce delle donne nella storia, quelle dimenticate, quelle che non hanno avuto parola, quelle le cui azioni sembra che non abbiano lasciato traccia.
Margarita, lei che non chiedeva soldi per le guarigioni “perché l’Arte non si fa per denaro, ma quelli che sanavo o i loro parenti mi davano di loro spontanea volontà qualche soldo o mi facevano dei piccoli regali in natura, quattro uova, un quarticello di vino, un fazzoletto per la testa, e così campavo onestamente”, finisce nelle carceri dello Steri e per non impazzire comincia a ripetere ossessivamente l’elenco dei nomi delle erbe e poi a disegnarle sul muro della cella.

Le parole diventano quindi salvifiche, indicano ciò per cui la persona vive e, se ne ha, compie una missione. Anche nel bellissimo racconto Virdimura, medichessa ebrea ambientato nel 1380 a Catania, il sapere dell’unica donna medico catanese dell’epoca sfida i pregiudizi e l’ignoranza in nome della vita e del rispetto profondo per gli esseri umani. In questo racconto la giovane Sarah riceve l’aiuto dalla medichessa che con modi amorevoli e sicuri le dà il soccorso necessario in un momento molto difficile. Nell’età complicata dell’adolescenza Sarah è sola ma le parole della madre morta che la ragazza continua a cercare e ascoltare la conducono a Virdimura. Ho trovato commovente questo percorso d’amore tra le tre donne che rappresenta non solo un rito di passaggio tra le stagioni e dimensioni della vita e della morte ma la tangibile quanto misteriosa dimostrazione dei legami tra le vite.
Nella scrittura di Marinella Fiume il dialogo tra le generazioni è prioritario, nelle storie che racconta assume talvolta carattere mistico nel richiamo forte e deciso al valore spirituale delle nostre parole e delle nostre azioni. Come nel racconto Sibilla etnea in cui una ragazza di 16 anni, nella notte di capodanno si allontana dalla sala dei festeggiamenti e nel giardino della villa in cui si trova le sembra di scorgere una figura che poi si rende visibile e le parla. Si apre, quindi, in una dimensione quasi fiabesca tra realtà e illusione, un lungo dialogo tra la ragazza e la Sibilla che le svela i misteri di una concezione del mondo profonda e inconsueta non legata alla materialità del vivere e del morire. Sono i misteri dell’Universo, della Grande Madre primordiale a cui la ragazza si avvicina con stupore nel desiderio di trovare risposte alle tante domande che tragicamente la vita le ha posto davanti. Ha perso la madre in circostanze terribili a causa della violenza del padre e questa assenza le è rimasta dentro come un marchio che le impedisce di sperare e di costruire il proprio futuro. È la Sibilla, con lingua profetica, a indurla ad abbandonare la paura, a riconsiderare il valore dell’agire individuale a fronte del comportamento scellerato degli uomini caratterizzato da odio, sfruttamento, prevaricazione, violenza. È la Sibilla che le canta il poema delle divinità femminili che riscattano la presunta fragilità e inferiorità delle donne per approdare ad un mondo libero da condizionamenti e falsificazioni. “Ogni donna è depositaria di saperi, pratiche e regole, antiche eredità che la Madre vi lasciò per nutrire gli altri. Serbatene la memoria, custodite questo sapere profondo, siate Madri rispetto al mondo, alla natura, alle future generazioni”. È un inno alla fiducia nelle nuove e giovani generazioni. In un mondo complicato e martoriato, la voce delle donne diviene strumento di riscatto nel rintracciare, anche, la necessità di una genealogia femminile. La ragazza, dopo questo incontro con la Sibilla-madre è cambiata. “Pensa di avere fatto un sogno, un sogno meraviglioso e terribile insieme… se ne torna … verso la grande sala dove si balla e si beve. Ma non è più quella che ne era uscita”.

Per noi tutti, abituati a un uso sconsiderato delle parole e della comunicazione, a volte sembra che ogni cosa si mischi alle altre in una contemporanea torre di Babele. Nella scrittura di Marinella Fiume ogni parola ha un peso esistenziale, i significati rimandano a realtà che anche se evocate o immaginate non sono scollegate dal senso del vivere nel presente. Oltre alle storie e ai personaggi, è il paesaggio che parla, i luoghi e i loro genius loci, è il mare con i suoi flutti, è la costa variegata dell’isola, sono i boschi e le campagne dell’entroterra, sono i borghi che Marinella setaccia palmo a palmo, come il borgo di Motta Camastra descritto a pag. 106 e dove, peraltro, è stato realizzato il progetto “Il borgo delle storie” di cui la Fiume è stata attiva protagonista e animatrice. E poi c’è l’Etna con tutta l’energia ctonia che racchiude, un grande ventre con le sue divinità e i suoi miti, la scrittura di Marinella Fiume è come il magma del vulcano sempre attivo e roboante, sempre pronto a portare alla luce nuove narrazioni.
Altre atmosfere nel racconto L’ultima viaggiatrice, in cui Daphne Phelps, dalla terrazza di Casa Cuseni a Taormina, può abbracciare con lo sguardo le colline, la baia di Naxos, la cima dell’Etna imbiancata di neve. Nel 1948 ha deciso di lasciare l’Inghilterra, la sua professione di neuropsichiata infantile per trasferirsi in quella villa-museo lasciatale in eredità dallo zio Robert Kitson. Per mantenere la villa si trasforma in dotta e raffinata locandiera di ospiti illustri che con la loro creatività e i loro talenti rendono quel luogo uno scrigno di tesori intellettuali e materiali. Una vicenda che descrive gli anni del dopoguerra, gli stili di vita, l’incontro-scontro tra la straniera e gli uomini e le donne del luogo. Un incontro-scontro che si fa ancora più stridente quando Daphne decide di incontrare il boss mafioso don Ciccio.

Oggi è possibile visitare il museo di Casa Cuseni e andare alla ricerca dei luoghi che Marinella Fiume cita nelle sue opere. Da ammaliatrice qual è ci fa viaggiare con una lingua “mischiata”, costruisce personaggi indimenticabili e della Sicilia ci mostra sia il volto misterioso e arcaico che il vissuto di noi donne e uomini dell’oggi.