#napoli

Nuova stagione la pioggia
allaga il verde evaporato
antiche luminescenze risplendono
dalle strade chiese palazzi vicoli
ricordi riflessi sulle facciate
sono passi che battono senti il battito?
sui selciati passi popolani e nobili
splendori antichi rimediati nel degrado
vecchi peccati poteri occulti

la morte si sa ci fa uguali
altare dei morti altare dei vivi

a centinaia lo mostrano i teschi
a centinaia hanno trovato nuova vita
dignitosa vita nel cimitero delle Fontanelle
il ceppo della morte scompare
al cospetto di sogni così tanto umani

metti una moneta sul cranio
sarà tua la cura il miracolo la grazia ricevuta
dentro cave di tufo alte sonanti
per sempre ci sarà riparo

Paola Cereda “Quella metà di noi”

La metà di noi stupisce noi stessi, la sua luce a photo_2019-04-17_18-38-12intermittenza riverbera e si moltiplica, si attorciglia nella memoria come fosse un rampicante che nasconde il fusto. Nel romanzo dalla copertina raffinata “Quella metà di noi”, Giulio Perrone Editore, Paola Cereda racconta con toni a volte leggeri le vicende di Matilde, maestra in pensione che ha alle spalle una storia non certo semplice, una vedovanza, la necessità di trovare un lavoro. Dal quartiere periferico di Barriera, nella zona nord-est di Torino, ogni giorno prende l’autobus per andare in casa dei benestanti signori Dutto, dove lavora come badante del signor Giacomo. Ci sono tante persone che ruotano intorno a Matilde Mezzalama (il cognome richiama la metà, il taglio) eppure è sempre sola: c’è la figlia sposata con un dentista, che vive in collina e che non la va a trovare se non a Natale o per chiederle soldi, ci sono le due nipoti che, cresciute in un mondo socialmente distante, non nutrono per la nonna nessun sentimento d’affetto, c’è la signora Laura che ha reagito alle insoddisfazioni di un matrimonio senza amore e senza figli con il vizio del gioco e che fa sparire ciondoli, libri d’arte, porcellane e persino l’orologio che i colleghi avevano regalato al marito per il pensionamento. C’è Dora, la domestica rumena con cui la signora litiga ma di cui non può fare a meno. E c’è un Lui che conosciamo a poco a poco, che nel racconto è come un soffio d’aria buona, un respiro profondo, finalmente. Ma perché quest’uomo non compare nella vita quotidiana e solitaria di Matilde? Cosa ne è stato di lui? C’è un segreto, una cartolina fissata sul frigorifero con la calamita a forma di ciliegia lo mostra. Anche l’ingegnere Giacomo Dutto ne ha uno ed è forse questo riconoscersi in un vissuto mai compiuto che rende il rapporto tra badante e badato autentico, rispettoso, complice. “Matilde”. “La ascolto, ingegnere”. “Pietro ha ragione quando dice come sarebbe bello…”. “Tornare bambini?”. “Di più. Desiderare come desiderano i bambini”.

Con una scrittura ricca di sfumature, attenta a delineare le vite dei personaggi che osserviamo intrecciarsi e allontanarsi in un flusso di relazioni, delusioni, desideri, omissioni, Paola Cerida costruisce un quadro complesso che alle questioni sociali, economiche, culturali dell’oggi connette dimensioni umane profonde e universali. Spinge il racconto, lo tende come un arco. Ci fa tifare per Matilde. Sarà capace, questa donna, di trovare il coraggio di dispiegare le ali per concedersi ancora una parte di vita piena di parole nuove, una ampiezza del corpo e della mente che possa aprire un modo di sentire finalmente libero?