Un granello di polvere

photo_2020-03-03_20-54-37Mi capita spesso di provare vergogna, un imbarazzo triste quando sui social pubblico belle e ridenti immagini che mi riguardano. I sorrisi pieni, le piccole soddisfazioni, le locandine degli eventi, i progetti a venire. Cosa sarà mai, mi chiedo, a rendere questi momenti significativi agli occhi di chi sta vivendo giorni di dolore, di chi sta lottando con malattie devastanti, disastri economici, precarietà nel lavoro, negli affetti? Mi guardo e mi sento breve, nel tempo e nell’animo, un granello di polvere nella nube globale delle catastrofi insopportabili patite dall’umanità. Nell’era dei media totalizzanti la portata degli eventi arriva tutta a chi la vuole considerare, laddove l’esistenza esplode in guerre abberranti e distruzioni ambientali. Mi sento addosso la colpa dei morti in mare, dei bambini morti di freddo, dei profughi disperati ricacciati indietro alle frontiere, della fame, delle violenze d’ogni genere che fanno inorridire al solo pensiero. E se per un verso non voglio mascherare la realtà né tantomeno ignorare le cronache, d’altra parte mi risulta difficile pubblicare notizie raccapriccinati (anche se ne riconosco una certa utilità di informazione e di denuncia e di certo non critico chi lo fa).

Mi sento un petalo che tenta di restare attaccato allo stelo mentre si alza un vento impetuoso, una foglia pronta a ingiallire repentinamente e a staccarsi dal ramo. In questi momenti ogni parola, ogni figura del vivere mi sembra un atto di inutile vanità e mi vergogno, come se fossi responsabile dei mali del mondo a cui non pongo rimedio. Faccio fatica a ricompormi, a trovare il senso di ogni cosa, a raccogliere briciole di speranza, a ribadire il valore delle azioni quotidiane.

Dal profondo mi scuso, quindi, con chi soffre, mi scuso per la irragionevole disparità tra i destini e invoco la vittoria della luce contro l’oscurità innata degli esseri umani. E nel cercare un raggio che illumini il buio mi dico che anche i petali, facendo lo sforzo di restare attaccati allo stelo, possono centellinare un po’ di fiducia e lanciarla nel vento verso chi sta lottando. Queste nostre comunità virtuali, luoghi di varia quotidianità che si riscalda nelle condivisioni, nel poter esprimere liberamente su faccende private (quando è fatto con intelligenza, per carità), gravità degli affanni, gusti e passioni che io per prima accolgo nella mia vita, conoscono gli estremi e ne subiscono le conseguenze.

Mentre qualcuno muore di freddo nella neve perché fugge dal proprio paese in guerra, mentre gli orsi polari muoiono perché i ghiacciai si sciolgono, l’odore che fanno le giornate può avere il profumo radioso dell’erba, la circospetta malinconia dell’infanzia, il tremore ostinato della paura, la posta in gioco della sfida, l’aspirazione indiscussa alla bellezza, una fonte d’acqua sincera, un alzarsi e cadere, un ricadere e rialzarsi. Rialzarsi lì dove siamo caduti, come insegna il Maestro Daisaku Ikeda. È quello che posso fare, quello che il sorriso mio che può sembrare superficiale ai miei stessi occhi può aggiungere al mondo così conciato che di sicuro non ha bisogno del mio grugno. Che se vale la somma delle esistenze, che se tutti siamo legati e interconnessi, aggiungo un po’ di buono tirato a forza da me, anche per gli altri.