Di luci e ombre di Monica Gentile

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Essere attraversata da un’idea nel momento e nel luogo sbagliato. È l’idea che cercavi, ma tu non puoi lavorarci. Avere tempo e non poterlo impiegare perché quel tempo non è il tempo per scrivere. Buttare giù una frase, farlo di nascosto, sentirti in colpa perché non devi buttare giù una frase lì, in quel tempo, in quel luogo. Smettere, riprendere. Una frase, mezz’ora dopo, un’altra. Fare una pausa caffè per buttare giù un’altra frase e cancellare le precedenti. Sei strozzata dalla voglia di lavorare a quell’idea, sembra così bella, così giusta. Sai che solo se ci lavori, capirai se davvero funziona. Trascrivere un’altra frase tra una telefonata e un’email. Avere paura che l’idea ti abbandoni proprio nel bel mezzo di quel singhiozzo di mail e telefonate. Il sonno ti rimbomba nel cervello, il telefono squilla e tu sei lì col corpo, solo il corpo. Speri che, quando sarai fuori dal luogo in cui non puoi scrivere, riuscirai a grattare un po’ di tempo, a raschiarlo alla stanchezza, a stanarlo nonostante gli obblighi e i doveri. E comunque, anche se dormirai meno, non guarderai la tv, non uscirai a fare una passeggiata, il tempo per lavorare a quella idea, a tutte le idee, sarà sempre un tempo sottratto ad altro, rubato alla vita, forse.

Ho scritto queste parole soltanto un paio di mesi fa, ma sarà perché siamo in quarantena, mi sembra che siano trascorsi anni. Il tempo si dilata, quando ci fermiamo. Lo abbiamo sperimentato tutti e mai come oggi il mondo si è fermato. Quando mai ci ricapiterà tutto questo tempo per noi?

Una decina di giorni fa, al laboratorio di scrittura, abbiamo fatto un’esercitazione: “la tua casa”. Oltre a consegnare un paio di cartelle, dovevamo schizzare il disegno della casa descritta. Io sono un disastro col disegno tecnico. Da adolescente mi piaceva solo il disegno a mano libera, ero bravina a ricopiare i soggetti. Non ero certo un talento. Dopo il diploma, ho lasciato fogli, matite e colori e mi sono dedicata ad altro. Ma visto che ai laboratori di scrittura (e non solo di scrittura) si partecipa per mettersi in discussione, ho disegnato una piantina della mia casa d’infanzia. La piantina che ho disegnato non era buona. Non era nemmeno lontanamente decente, per non perdere tempo non avevo neanche usato il righello. Gli altri colleghi di corso, invece, si sono sbizzarriti. Nessuno ha inviato una piantina. C’è chi ha disegnato il mobilio delle stanze, chi ha inviato quadri astratti, chi schizzi di uomini e di donne che abitavano la casa. Erano così belli quei disegni, anzi no, erano strepitosi, risplendevano di talento. Io avevo preso l’esercitazione troppo alla lettera. Mi sono ripromessa di tentare di nuovo.

Nella libera scrittura sulla casa avevo inserito due immagini che mi piacevano: un tendone verde che da bambina mi terrorizzava, e una gallina che avevano regalato a mio padre quando ero nata io. Ho disegnato un tendone e una gallina. Erano dignitosi. Mi è venuta voglia di riprovarci con più impegno. Ho chiesto consigli ad amici disegnatori e visto qualche tutorial su youtube. Ho iniziato ad esercitare la mano, un paio d’ore al giorno. Mi sono appassionata alla tecnica del chiaro scuro. Ogni volta che tratteggio un’ombra, che sfumo i grigi, l’oggetto viene fuori dalla pagina. L’arte del disegno, mi sono resa conto, non è diversa dalla pratica della scrittura. Si lavora sul dettaglio per dare luce, per rendere tridimensionali oggetti, luoghi, corpi. Stessa fatica, sporcarsi le mani, collo che fa male, i bulbi oculari che punzecchiano, e la meraviglia di qualcosa di vivo sul foglio bianco. Il disegno mi pulisce la mente, allontana i pensieri negativi, sta nutrendo il mio sentire, lo sta amplificando, sta arricchendo anche la scrittura.

Se ho impiegato bene questo tempo di quarantena, lo saprò solo tra alcuni mesi, o forse tra due, tre anni. Vivo dentro una bolla, il futuro prossimo che la bolla ci consegnerà è incerto, complicato, e mi fa paura.

Ma io adesso non voglio pensarci troppo. Cerco di apprendere dal disegno il suo insegnamento più importante: è l’ombra attorno alla luce, a far risaltare la luce.

La notte della civetta di Piero Melati letto da Gilda Terranova

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La notte della civetta di Piero Melati (Zolfo editore, 2020) è uno di quei libri che non riesci a chiudere, a mettere da canto con facilità. Ci pensi, ci ripensi, ti arrovelli, ritorni indietro a quel passo che avevi sottolineato, rileggi. Aspetta! Com’era? Credevi di aver capito e invece no; ti erano sfuggite ancora troppi dettagli, pezzi di surreali biografie palermitane che non ricordavi più. Una, per esempio, è quella dell’agente Natale Mondo, morto per ben tre volte. La prima per accusa di tortura, la seconda per accusa di tradimento e la terza morto per davvero, ammazzato da Cosa Nostra il 14 gennaio 1988.

Due domande ricorrono ossessive in tutto il libro: quand’è che si è fottuta la Sicilia? Si potrà cambiare il finale de Il giorno della civetta? Fata Morgana qualche volta fa brutti scherzi al giornalista: approfitta della caligine estiva e della stanchezza di chi consuma le suole su strade roventi, con un taccuino in mano e una manciata di gettoni nelle tasche. Sarà vero? Avrò visto giusto? Ma è possibile mai che sia andata così? Melati, gloriosa scuola del giornale L’ora, in questa «strana storia» mischia generi e linguaggi, è un personaggio senza nome ma ci avverte subito: questa non è di per sé garanzia di verità. Che storia è la sua? La definisce per negazione: non è auto-fiction, non diario intimo, né memoir e tanto meno confessione. Prova a smarcarsi ma forse La notte della civetta è tutte queste cose insieme e anche di più. Le pagine sul centro storico ripopolato dai giovani negli anni Settanta, su Mondello d’estate allora o sui ragazzi, sulle “tacche” di Villa Sperlinga non sono forse tessere di quel puzzle in fieri del romanzo palermitano di cui qualche critico ogni tanto lamenta l’assenza? Oltre all’autore, i personaggi chiave sono tre: Ninni Cassarà, Rocco Chinnici e Boris Giuliano.

«Cassarà aveva salito sei di nove gradini. Sei di nove, prima che il colpo mortale, un colpo solo, lo abbattesse. La moglie Laura gli siede accanto, lo guarda. Tutto intorno, le targhette disposte dalla polizia scientifica nel pavimento del palazzo. Una per ogni buco, una per ogni proiettile, in ordine alfabetico. Ognuna con una lettera: a, b, c, d, e, f. Non è bastato l’alfabeto intero (p. 13)». Palermo, 6 agosto 1985. Il duplice omicidio di Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, un ragazzo di ventitré anni che rinuncia alle ferie per spirito di servizio, fanno parte della guerra in cui muoiono gli “eroi”; restano le lapidi, che commemorano i morti ammazzati ma nella memoria di chi rilegge e rivede quella scena da far west quei tre gradini mancati non danno pace. Tengono svegli la notte. Cassarà muore a meno di dieci giorni dall’assassinio di Beppe Montana capo della squadra Catturandi a Porticello, il 28 luglio 1985. Due giorni dopo, viene sospettato dell’esecuzione e portato in questura un calciatore originario della Kalsa: Salvatore Marino. Durante la perquisizione in casa sua saranno ritrovati trentaquattro milioni di lire avvolti e una maglietta sporca di sangue. Sarà torchiato, torturato e morirà quella notte stessa per Waterboarding (simulazione d’annegamento). Una volante andrà a gettare il cadavere in mare per farlo scomparire; verrà accusato dell’omicidio, tra gli altri, Natale Mondo. Meno di una settimana dopo, schiverà fortunosamente la pioggia di fuoco di Via Croce Rossa e farà in tempo ad intimare a Laura Jacovoni, moglie di Cassarà e alla figlia Elvira, affacciate al balcone, di mettersi al riparo, salvandole. Dettaglio agghiacciante che negli anni avevo rimosso: Laura tenterà di lasciare la bambina ai vicini per evitarle l’orrore. Nessuno aprirà. L’agente verrà accusato (e poi prosciolto) di essere stato la “talpa”. Palermo, estate 1985.

Per Melati «la Sicilia è una forma di inconscio dell’Italia. E senza il suo inconscio l’Italia non sarebbe un tutto. […] Per questo in Sicilia si è potuto consumare l’orribile dell’Italia (non come eccezione ma come regola) perché al pari di ogni inconscio la Sicilia è il deposito dove scaricare e rimuovere il lato oscuro. Il giardino dei segreti e degli orrori. Ma, ugualmente, ad ogni inconscio non risolto e non rielaborato, la Sicilia ritorna sempre a sbatterti in faccia le sue verità sepolte, inevitabilmente. Ogni volta peggiorando la tua sorte, la sorte dell’Italia» (p.16).

La notte della civetta mette ordine tra le cianfrusaglie di quell’inconscio, tira fuori dall’armadio del rimosso le cose importanti, riparte dal via.

Ma, andando a ritroso, dov’è il via? Pista n. 1: tornare ai mesi che vanno dall’agosto 1985 al maxiprocesso del 1986. Come e cosa si deve ancora indagare, studiare, per raccontare di quell’anno terribile? Si potrebbe, per esempio, approfondire la probabile destabilizzazione della compagine statale che forse condusse allora alla ricerca da parte di Cosa Nostra di nuovi referenti istituzionali. Il libro in più capitoli risuona come un appello agli storici, ai letterati, ai giornalisti per non demordere, lasciando il racconto solo alle procure e alle anti-procure. Per decenni anche da parte dei giornalisti la magistratura è stata difesa “a priori” dalla stampa e dall’opinione pubblica quale unico baluardo, perché baluardi erano stati effettivamente Falcone, Borsellino, Scaglione, Terranova, Ciaccio Montalto, Scopelliti, Chinnici, Costa, Livatino, Saetta e tanti altri.

Pista n.2: ripartire dall’ecatombe dei morti di serie “C”, coloro che sono stati completamente rimossi dalle cronache cittadine, da quelli che non fanno parte dell’elenco ufficiale dei caduti ma che sono morti per la produzione e il traffico di eroina gestito dalla mafia. Cosa Nostra, alla fine degli anni Settanta, dopo un periodo di prova, condotto a braccetto coi marsigliesi, ha fatto del traffico di droga un affare internazionale stabile e sistematico ed è cominciata la strage di ragazzi, quella che Melati chiama la peste post-77. Ogni morto è rimasto un affare di famiglia, pianto nella vergogna e mai fenomeno è stato così sotto gli occhi di tutti avvalendosi di una così potente cultura della rimozione (quanti medici chiamati nella notte per falsificare i certificati di morte!), nonostante ancora c’è chi muore per gli effetti collaterali di quella “peste”. Se si è stati tossici, si muore spesso di Aids, di cirrosi e conseguenze altrettanto mortali di una salute rimasta instabile per sempre. In Sicilia c’erano «appartamenti abitati da una stessa famiglia, che si sedeva in tavola ogni sera per la cena, dove il figlio stava morendo di eroina, mentre il padre usufruiva delle narco-lire che irroravano le sue attività, per uno dei cento canali che rimettevano in circolo i soldi riciclati. La moglie comprava i gioielli con quegli stessi soldi, gioielli che a sua volta il figlio rubava alla madre per assicurarsi la dose. Era il ciclo economico della città di Palermo» (pp. 190-191).

Rocco Chinnici si avvide di questo orrore e lo gridò; in un discorso al Rotary il 29 luglio del 1981 disse davanti ad una platea non abituata a tanto nitore né franchezza «Palermo è una città di zombi. Morti viventi. Cadaveri ambulanti». E proseguì, tra la folla delle signore imbarazzate: «Io definisco così i tossicodipendenti, con una espressione un po’ macabra: morti viventi. E’ terribile ma è così. Le loro capacità di intendere e di volere non sono più integre, non sono più padroni di se stessi…la loro sopravvivenza è legata alla resistenza del proprio organismo».

Quando Chinnici parla, nel 1981, non ci sono statistiche precise e mancano ancora oggi. Venne eliminato esattamente due anni dopo, con un’autobomba, mentre Cosa Nostra cambiava la sua strategia militare, il 29 luglio del 1983, insieme al maresciallo Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta, il portiere dello stabile di Via Pipitone Federico Stefano Li Sacchi. Superstite solo l’autista, Giovanni Paparcuri, poi collaboratore di Falcone e Borsellino.

Buscetta, nelle sue confessioni a Falcone, pone come condizione essenziale per “parlare” l’omissione dei nomi dei politici e afferma di non aver mai trafficato droga. La trafficava invece dagli anni Cinquanta e forse anche da qui si potrebbe ripartire. Pista n. 3, che Melati invoca come una preghiera. Oltre al 1985, l’altro anno cruciale de La notte della civetta è il 1979, anno in cui viene ammazzato al Bar Lux di Via Di Blasi Boris Giuliano, capo della squadra mobile. Non lontano dal bar teatro dell’omicidio c’è Villa Sperlinga (Sciascia abita in uno dei palazzi che costeggiano la villa) ribattezzata Villa Siringa perché in quegli anni, tra la fine dei Settanta e metà degli Ottanta almeno, si trasforma in un tappeto di siringhe per via del consumo massiccio di eroina. Nell’atto di accusa dei giudici di Palermo è riportato «Nell’ormai lontano 1979 il dottor Giuliano, in esito ad indagini accurate e fruttuose, aveva scritto: dal lavoro investigativo è emerso,come da tempo sospettato, che la mafia siciliana è rientrata nel traffico internazionale di stupefacenti con larga disponibilità di uomini e mezzi, sfruttando soprattutto i canali delle grandi reti contrabbandiere di tabacchi…che operano nel sud d’Italia e nell’Isola sotto la ferrea guida di grossi nomi della mafia». Di droga di ieri e di oggi, della “peste” del post-77, bisognerebbe tornare ad occuparsi per dare voce e storia agli zombi di cui parlava Rocco Chinnici.

Quasi una intera generazione decimata dopo il 1977; restano solo i ricordi degli amici, la vergogna delle famiglie e le troppe lapidi invisibili. Una sola ce n’era in città ed era stata posta il 26 ottobre 1984 dal coordinamento antimafia a Piazza Bologni. La targa recitava così: “In ricordo di Lorelay Mazzola e di tutti giovani uccisi dalla droga”. Qualche anno dopo, quando lo scrittore tornò a cercarla, era sparita, non c’era più. Per parlare oggi della mafia ai ragazzi, nelle scuole, non si può non parlare anche di droga, non si può sorvolare sui motivi per cui Palermo veniva chiamata Tombstone. Il dovere della memoria imporrebbe di raccontarle bene, fino in fondo, la vita, la morte e il lavoro di Boris Giuliano, Rocco Chinnici, di Ninni Cassarà, oltre che di Falcone e Borsellino. I due magistrati sarebbe necessario invece ricominciarli a chiamare per nome e cognome, per esteso, evitando gli assordanti cori da stadio che dalle “navi della legalità” urlano Giovanni e Paolo. La notte della civetta invita a mettere ordine, a ripulire il discorso sulla mafia da tanta retorica inutile e da tante semplificazioni; se di giovani morti di mafia si parla e della guerra tra palermitani e corleonesi per il controllo degli appalti pubblici in cui reinvestire i proventi del traffico di eroina, non si può non raccontare di Peppino Impastato, con cui queste Storie eretiche di mafia, di Sicilia, d’Italia si chiudono, ma anche di Lorelay Mazzola, trovata morta per droga, a ventidue anni, con la siringa ancora in mano nell’androne di un palazzo diroccato del centro storico di Palermo. Omaggio irrinunciabile alla memoria di una generazione travolta dalla catastrofe di una città.

In giardino di Viviana Fiorentino letto da Daìta Martinez

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In giardino di Viviana Fiorentino, nota di lettura

Adesso che eravamo noi l’autunno, / cadere era il peso esatto d’amare. Due versi, un distico perfetto nel grembo del testo Autunno a Berlino. Quindi una stagione tra le pagine, una tra le altre stagioni germogliate In giardino, ultimo lavoro della poeta e scrittrice palermitana Viviana Fiorentino, edito Controluna edizioni 2019.

Autunno che ammalia e discende sulla linea dell’accadere a cadere come di foglie in un sussulto acceso dalla terra nel limitare di un noi che si rotonda sullo sfondo del raccolto e che, forse, nel viaggio di un ramo di rosa, oltrepassando il sogno, si compie a congiunzione di un prima e di un dopo nel nucleo del tempo presente, di un come e di un dove trovarsi dischiuso nello sguardo proposto a compimento del vero.

Ognuno dei più piccoli passaggi e paesaggi, scansioni e visioni tra ragnatele e siepi / di vento o di sparse bave di nuvole, emergono e convincono in autenticità che si accoglie nel profilo verbale dell’autrice a tutto tondo ritratta e indivisa donna nella donna, qui, tra Palermo e Berlino, due città-fulcro di una lei che l’autrice è e lo è quasi come fosse il fulcro di una leva semplice della non semplice flessibilità del vivere e, quindi, in conseguenza, dell’amare.

E nell’amore la distanza si dissolve, ad ogni luogo del giardino percorso, in metafore e mimiche sostanziali così come possono esserlo le conchiglie senza lingua di un giorno fattosi a sé taciturno o nel come degli accenni di un fiocco di neve desiderato nel fiore di un probabile da succedere per così lenire la ferita o le ferite ché si sa ha spine la rosa e se ribadisco rosa e per tornare al viaggio in un ramo, di quel ramo che sorregge ma che lacera anche con acuminata disseminazione il cuore a vivo nella tormenta che avverte dell’inverno la sua forma di gelo e che si vorrebbe allontanare al riparo del sonno che non si avviene in sogno e se non avviene è proprio in forza della verità appartenente alla poetica della Fiorentino che non si addormenta bensì si osserva andare fuori, nel giardino straniero, / e per la rosa, per una speranza, si riflette nel getto alle fondamenta delle camme nell’intento di generare pietre / che si faranno fiori.

Fiori che oso farsi, pensandoli, quali tenui boccioli di rosa rossa.

Rosa che tra le pagine, o per meglio precisare tra le parole dei versi in apertura del libro, potremmo quasi, simbolicamente, immaginarla fiore in attesa dinanzi al cancello schiuso del giardino, e che qui in questa sua postura si offe a noi rosa canina e bambina (mi permetto l’azzardo aggiungendo e pronunciando bambina per assonanza di suono), bambina, nascente come principio di congiunzione, dai petali rosati sulle guance protesa a fiorire poi nel lieve chiarore di quel fiocco di neve.

Anche nel suo lavoro in prosa, Tra mostri ci si ama, edito Transeuropa, Viviana riporta gli elementi simbolo della poetica quando, ad esempio, scrive: << giardino dell’adesso, dove cresci tu, con le tue spine, e dove il tempo non esiste >>, le spine preparano all’eco della rosa (del fermento della donna, dell’amore) nell’adesso del giardino e che pur essendo adesso è il presente di un tempo che non esiste ma che anche esistendo muove in una sua personalissima scansione in quanto, e mi riconduco a In giardino, il susseguirsi delle stagioni non prosegue per compitazione canonica ma per appartenenza del tutto soggettiva all’intima cadenza tempo dell’autrice.

Nel romanzo Donne che comprano fiori, Vanessa Montfort, compone in un incantevole ritratto l’essenza linguistica del lemma di una rosa: << questo fiore è parente della stella a cinque punte, del pentacolo di Venere, della rosa dei venti! In inglese, francese e tedesco si dice ‘rose’, che è l’anagramma di Eros, il dio greco dell’amore sensuale. Se la trovi su un tavolo impone il silenzio su ciò che si è detto … è il simbolo dell’amore segreto, perché è uno dei pochi fiori che si rinchiudono nel proprio cuore e, quando apre la corolla, è già sul punto di morire … sembra che possa esserci qualcosa di più misterioso di una rosa rossa? >>

Il percorso di una rosa è il percorso di una presenza integra sin dove è alitata e non è un caso, a mio parere, se, i versi della Fiorentino, nel suo indicarsi alla rosa, vengano da lei adagiati in quarta di copertina. Difatti, sembra che la nostra abbia voluto condurre il lettore dentro un suo preciso intento di farsi duplice messaggio del creare il creato intimo luogo dell’amore e ancora il suo fluire oltre il luogo che seppur straniero, la Berlino che l’accoglie, lascia allo spazio la voce fedele ed esile, di un mare come in tasca, quindi l’ingenua fragilità di un impulso emotivo a conservarsi, pur lontana, nel suo tempo dentro il guscio dell’isola, la Sicilia, nella tasca di un amore, man mano che il tempo si avanza da bambina canina seme d’isola a donna che consegna rosso il suo intimo nel cuore umano dell’Inverno.

Il presupposto invernale interno alla nuance del testo malgrado sosti nella gelata che dai muri ripiena l’odore nel pianto e pur anche nell’andamento del battito interrato reso d’eterno, si svicola, al suo interno, nella preghiera di un credo laico immerso in una propria promessa di risveglio entro la semente temporale che riarde a indicare la persistente necessità di cura posta nell’amare intuibile pur anche attraverso una precisa collocazione di ogni elemento di natura atta a rispondere al suo anelato schiudersi al cielo cercato, quindi alla attenzione precisata all’esistente essere che natura per esso stesso è.

Proseguendo nell’architettura testuale, con incedere a passo lento, per meglio intendere il canto del giardino, si scorge, pertanto, un movimento versificato che per sua insita struttura descrittiva approssima a sé oggetti-soggetti del composto naturale, ed è così, che sostando assorti, ci accorgiamo di un cielo viola che sbuca, quasi fosse specchio-occhi nella sembianza d’un volto altro in frantumi, di ogni volto / per il volto d’ognuno tra la lavanda (segno incisivo di purificazione), edera, vie trasparenti, betulle e qualche tralcio di susino, pianta da frutto autofertile che, non so se conscio nell’intenzione dell’autrice, evince in significato d’indipendenza inseguita mentre il trascorso è passato e viene distillato dalla prospettiva di una stanza e per meglio di stanze vissute avanzate sul giardino in una linea di luce cresciuta nell’odore delle alghe.

Terra, la città sul palmo di pianto, e mare, ultimo confine tra mare e mare. Corpo materico, rocce nude, e acqua vivida, ancestrale, acquario di luce, si plasmano nell’uno della memoria che si avvolge e si scopre nella concavità di venti anni. E venti è il solo preciso accenno di tempo quando si aggomitola indaffarato nel guscio di una clessidra, in una carta bianca a modo di preservare e sillabare il respiro nel ricordo per celebrare il corpo in un solo battito, cosicché venti anni ora da quella primavera e ancora dopo venti estati si imprimono a misura di un’analisi che cerca verità sul fondo di una lettera dove tutto è accolto senza esplicita definizione di nome, se non dell’amore, della gioia, / unica o muta, / che tenace rimane / e nasce nel colore di ogni cosa.

A farsi presente tra gli argini dei versi è l’aggettivo indeiscente: frutto indeiscente, le parole quali frutti duri indeiscenti, aggettivo preciso e ponderato che, anche in questo caso, la poeta sembra voler porre in attenzione se lo ha anche riportato in evidenza di significato tra le note, quale frutto che non si apre spontaneamente quando è maturo, concentrato sulla sua vocazione a trattenere, trattenendo a sé il seme di un amore, carne e impulso, casa e cielo, memoria di luogo e di un corpo abitato in un’acqua salata che mai / lascia il respiro del sud e le foglie in mucchi, / sui bordi della strada tra le luci del Nord, nel poi che ancora si trattiene per riemergere dentro la stessa aria, preambolo di una storia raccontata per ricordare o lasciarsi, sotto la pupilla, di lacrima umida, oscillare da una lettera, dalla luce entrata dal bianco del foglio, incassato nel corpo sigillato a ogni parola della parola amore, a volere trattenere nel respiro il perenne riemerge da bocca a bocca, nella stessa aria o nell’aria che si rompe in altra aria sino a diventare luogo fertile o breve silenzio che cela aspettative e conflitti per ripercorrersi e costruirsi sguardo da un io-tu a un noi nutrito di storia, la propria o universale storia, la Storia di un fiore.

Il vero si compone e si fa verso quando quello di cui siamo artefici è il riflesso della nostra costruzione interiore ed è così per il comporsi del tempo, mentre ci si chiede qual è il tempo? il suo reale e la sua traiettoria, perché il mare si rompe in altro mare, / nella clessidra, sabbia rompe sabbia. // Fonte marina delle acque del cuore, / la mia e la tua bocca // trattennero un tempo dentro noi eterno.

E sembra a rispondere sia quell’eterno che si volge nel modo delle ore, dei passaggi della terra e del mare atti a scivolare l’uno nell’altro con affusolata non consequenzialità cosicché all’Inverno, trascorso l’Autunno, sussurra appena l’Estate valicando l’era della mite aria primaverile, un momento della memoriafuori ora della pagina scritta, lontana musica lasciata sulla stesura della pelle amata, momenti della storia, di una storia emersa dall’acqua, senza suono.

È stato già espresso come, In Giardino, il con-in-seguirsi delle stagioni segua una non cronicistica linearità fattuale se non nel timbro temporale dell’autrice che ad ogni trimestre che si distende nel corso dell’anno titola a sé un testo per così far succedere all’Inverno la resa traccia dell’Autunno che a una pioggia sottile mattutina rimedia, alla fine del sentiero, l’intaglio dell’Estate, per emersione senza suono laddove il suono invece viene custodito sulle dita memoria che lo scrivono sulla pelle in un esistersi fuori ora a reggere, poi, nell’insieme-noi, il cielo prima del suo ineluttabile crollo.

E il cielo crolla.

E crolla l’amore che si impara senza mai saperlo davvero.

Crolla l’amore sul capovolto della stanza mentre tutto torna a imbiancarsi nel riparo di un’attesa, di ogni parola salvata nel cavo della gola, sillabe trattenute come semi che aspettano di aprirsi, / per un colpo di vento, / per un raggio di sole, / una domanda.

Giorgio Caproni, asseriva: “Il poeta è un minatore che scava / nel suo io per arrivare al noi” … e Viviana scava, scava nel suo io fino al bulbo che tutto contiene e non rimuove, e se lo fa, lo fa per spingersi sin dove sorge l’ombelico noi, il noi dell’amore, il noi che è, principalmente, espressione di umanità. Umanità che sappia amare l’uomo, che sappia concepirsi balsamo per il suo dolore. Umanità che sappia essere espressione solidale di compartecipazione civile. Umanità poetica che sappia denunciare il sopruso, la violenza di una guerra.

Poi la primavera divenne scura.

È il verso che apre il primo testo della sezione Siria.

Così, ecco, che è proprio la primavera, per antonomasia resurrezione, volo di rondini, a raccontare l’immorale di una guerra, di tutto il dolore ingiustificato che al prossimo si rimette e che soffoca nel pianto il passo della terra. Primavera ombrosa che si continua in pagine di vivido impegno civile.

Infatti, in Siria, delle rondini non compare il volo se non quello corrotto delle granate che deflagrano il sole tra i corpi, sole precipitato senza primavera, appunto, ché la primavera in mancanza si deposita estranea in un groviglio di sillabe / in un alfabeto che non conoscevo, sottolinea la poeta.

Primavera che, a differenza delle altre stagioni, come è stato già asserito, non ha mai titolo proprio nella stesura d’indice ma che porta nell’ascesa a sé il coraggio pieno della denuncia. La denuncia del male, male oscuro come il sangue quando si spaccano le vene e la paura scende; denuncia del male che strappa il senso dell’amore e si profonda in cicatrice di macerie tuonate tra rami e rose laddove la notte inghiotte. // Bambini, uomini, donne e ogni casa dagli occhi tramontati senza linea e terra. Solo gemiti e pianti è la pronuncia stridente di rosso colato nella città delle spezie, e ciò nonostante e nonostante lo sfondo di una cruenta effettività per un soffio che si estingue (il riferimento è a Gilles Jacquier, il fotoreporter francese, impegnato nella documentazione della guerra civile, assassinato nel 2012) non viene mai a mancare il tocco poetico che Viviana consegna per rompere la barriera a difesa del bene malgrado tutto, malgrado lo spasimo, mentre nulla veniva risparmiato.

E sotto un tempo accartocciato la Fiorentino non si risparmia nello sterrare dall’abisso le macerie sino a dove il peccato della guerra insidia il pane quando il pane piove dai tetti per farsi gancio dall’altro lato della vita. E ancora scava per accompagnare in emersione il baccello della misericordia antropica; scava e l’io rende baricentro di un noi che ci edifica a mani prese nella presa compassione dell’umano esistere In Giardino, un giardino senza più confini che dalla finestra o dall’ultima sponda / di granito o riva sappia di una vela / ancora aperta dentro di noi / ed è cielo schiarito oltre, altra latitudine.

daìta martinez

 

Symbolon di Ester Monachino letto da Anna Maria Bonfiglio

photo_2019-10-25_16-15-19Ester Monachino – Symbolon (A&B Editrice)

Il simbolo come filo conduttore nel labirinto umano

Risale all’antica Grecia l’uso di scambiarsi un segno tangibile di riconnessione fra due persone che sentono di avere in comune sensibilità affini e che nel tempo potrebbero doversi allontanare. Simbolo dunque di un’ideale fedeltà e di riconoscimento spirituale è la pietra che due giovani, un ragazzo e una ragazza, dividono in due per tenerne una parte ciascuno. Otù e Ula vivono a Tiaré, un paese che potrebbe trovarsi da qualunque parte del mondo, e seguono le lezioni di vita di Stilu, il Maestro del villaggio, che insegna ai giovani come da ogni cosa, anche la più piccola, possa trarsi magistero di vita. “Era la scuola dell’osservare e del fare; la scuola della parola viva e del silenzio ch’è preparazione di parola o ascolto di quella detta dentro.” Ed è una scuola che non ha muri fisici ma che ha la sua sede all’aperto, fra alberi, piante, fiori, una sorta di agorà senza tempo e senza patria dove Stilu instilla, con esempi e similitudini, il seme buono nell’anima dei suoi giovani.

Muove da qui Symbolon, il racconto di Ester Monachino che conduce il lettore lungo il percorso umano e spirituale di un giovane uomo alla scoperta del senso vero e unico dell’esistenza. Otù compie un cammino travagliato; obbligato, a causa di un nubifragio e della perdita della casa, ad allontanarsi dal paese devastato e da Ula, la sua amata, approda in altro luogo dove inizia a ricostruire la sua vita. Scampati al ‘diluvio’, il giovane e i suoi genitori si stabiliscono nella città di Plurima, arca che li salva e li rigenera, e che già nel nome porta i segni dell’abbondanza. Otù impara a lavorare la creta, diventa vasaio, ‘creatore’ di oggetti e figure a cui infonde il respiro della sua anima, nel tempo sarà egli stesso maestro della sua arte. A Plurima il giovane conosce Nukao e con lui e sua madre Etsuko inizia a prendere contatto con Il grande libro del mondo, e qui, attraverso le pagine di un dialogo fitto e profondo di significati, l’autrice apre uno scenario di vita dove il valore maggiore si rivela nella libertà di operare sempre con e per la verità. “La vita, nel suo continuo manifestarsi e procedere ed espandersi e mutare, è la verità.”

La vicenda di Otù e Ula, predestinati a ricongiungersi e a ricomporre il simbolo spezzato, potrebbe sembrare una delle tante storie di vita di cui si legge, ma così non è. Il valore essenziale del racconto sta nella scelta o, per meglio dire, nella capacità dell’autrice di farne una specie di narrazione mitica, intriso com’è di simboli estetici, letterari, spirituali, esoterici che rimandano alle grandi tradizioni della letteratura di tutti i tempi. Locus è un territorio quasi sovra-naturale, un avamposto della realtà ordinaria dove tutto trae respiro dagli elementi della natura che ne determinano l’essenza: di terra sono le storie del quotidiano, orizzontali, di acqua quelle di nascita e di madri; d’aria quelle governate dalla vita e dalla morte, infine di fuoco sono le storie che anelano alla sacralità umana e divina, verticali, le definisce Monachino, ché innalzano al Supremo, e Otù, archetipo dell’Umano, le attraversa tutte. Il racconto è diviso in brevi capitoli, ognuno dei quali si insedia nel narrato come il tassello di un puzzle dal compimento del quale emerge l’immagine dettagliata e complessa di un’esistenza-paradigma. Storia individuale, fiaba e mito, cammino orfico verso un ordine spirituale che è sempre ricerca dell’Assoluto. La scrittura di Ester Monachino è ricamo prezioso e verità nuda, parola essenziale che entra nella carne come unguento che sana.

Anna Maria Bonfiglio

Una grande epopea del Mondo delle Madri – Una lettura trans-biologica di Horcynus Orca, di Marinella Fiume

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C’era qualcosa che leggendo il romanzo di D’Arrigo vent’anni fa mi rimaneva come in sospeso, una domanda aperta alla quale la recente rilettura grazie al centenario della nascita dell’Autore e agli eventi organizzati dal Comune e dalla Proloco di Alì mi ha permesso di dare una risposta: una vita trascorsa a lavorare su un unico romanzo, il romanzo di una vita, le revisioni ossessive, un lavorio linguistico che mai soddisfa, una novità estrema, l’invenzione di una lingua. La grande metafora dell’Orca non è un’allegoria perché – dantescamente – veri sono sia la lettera che il significato di questo libro-mondo, poema come appunto quello dantesco.

La mia lettura è che la storia biologica dell’Orca corrisponda alla storia biologica della comunità dei pescatori di Cariddi. Il Pod delle Orche di cui ci dicono gli etologi è l’unità familiare in cui si organizzano le orche: un maschio, una femmina, i suoi piccoli e altre femmine anziane sterili, gruppi di 25/30 individui che comunicano tra loro attraverso un “dialetto” proprio del pod e che viene tramandato di generazione in generazione. Tra dialetti di pod differenti che si trovano a vivere in contatto tra di loro si creano influenze che portano così alla nascita di un nuovo “linguaggio”, una fusione dei “dialetti” originari. D’Arrigo crea una lingua che vuole mimare il linguaggio delle pod delle orche metafora delle unità familiari che formano il villaggio dei pescatori di Cariddi il cui dialetto si tramanda di generazione in generazione. Non si tratta di mimesi realistica ma la mia intuizione è che si tratti di trans-biologizzazione, di “orchizzazione” della comunità dei pescatori, di una stessa esistenza, di un destino di morte condiviso. È una storia che definire filosoficamente esistenziale è limitativo, che ha a che fare col mito per la sua ancestrale origine e la distanza temporale, ma che si comprende meglio con la genesi delle specie, la loro comparsa sul pianeta, la minaccia alla sopravvivenza delle specie, la loro scomparsa: 11 milioni di anni fa comparvero i delfini sul pianeta, 5 milioni di anni fa si distinse da essi il genere delle Orche che ora minaccia di scomparire per i pericoli determinati dalla civiltà dell’uomo. 70 milioni di anni fa nascono sulla terra i primati che 4 milioni di anni fa si divisero in scimmie antropomorfe e ominidi che poi si divisero in austrolopiteci – poi estinti – e homo abilis, erectus, sapiens. La seconda guerra mondiale è una delle ultime fasi – ultima per l’Autore che già visionariamente ne ha previsto la fine – di questa trasformazione che porta alla definitiva scomparsa delle specie e della vita stessa sul pianeta. Perciò Cariddi è il paese delle femmine, il paese del creare, ma di un creare che non significa dare la vita per sempre. È questo il significato del personaggio femminile di Cata in stato di incantesimo perché non ha potuto consumare il matrimonio con il marito richiamato in guerra. È simbolo dello stato di disquilibrio creato nella comunità: la guerra ha un forte potere deflagrante in questa catena biologica in cui le femmine dell’uomo sono come le femmine dell’orca. Le figure femminili nel romanzo hanno un ruolo fondamentale nel villaggio composto da Pod, famiglie base matrilineari. Le femminote hanno natura ferina e divina, discendendo, come le fere, dalle Sirene, creature seduttive liminari tra la vita e la morte, tra il mondo marino e quello ctonio, perciò dotate di prescienza. E nell’Horcinus l’elemento notturno, il sogno, è ben presente.

Ecco il passaggio biologico: dalle sirene i delfini, dai delfini le orche, le femminote. Ciccina Circè è una incantatrice che incantesima con la campanella le fere. Dagli etologi sappiamo che tutti i componenti del Pod, della famiglia, comunicano con suoni di vario genere e che ogni Pod ha un proprio dialetto, infine che l’orca ha un organo specifico posto sulla fronte che usa come sonar. Ciccina Circè che comunica con le fere, è essa stessa una fera.

circe

Circe

Si spiega così quella teoria che può apparire apparentemente strampalata di Simone: una teoria ittiologica secondo cui alla morte l’anima è trasportata dal pesce rondine. C’è assoluta simmetria tra uomini e pesci. La guerra come la carestia è l’ultima causa della scomparsa dell’orca come dei pescatori nell’ecosisistema del pianeta. Il reduce Ndrja Cambria trova un mondo sottosopra di miserie materiali e morali, l’antieroe non sa, non può integrarsi. L’epica è rovesciata. La storia è devastatrice del Mito, del tempo ciclico di Morte/Rinascita, la barca diviene bara, ma anche biblica arca, in viaggio verso il paese dei morti; Cariddi è ricoperta di calce viva per evitare il contagio, lo Stretto è una carcassa di sale. È la fine del mondo. Solo la letteratura può salvare e rendere l’orca immortale perché essa è immortale ma eternamente muore, è la morte stessa. Il romanzo è tutto costruito su un chiasmo:

MARE – AMORE

MORTE MADRE

Con la morte di Ndrja, colpito da una portaerei inglese, si completa la metafora della fine del mondo millenario dei pescatori dello Stretto. Muore l’Orca, muore Ndrja. Solo nella morte può trovarsi la fine della depressione più profonda, solo nella regressione al prenatale. È questo il significato del chiasmo su cui tutto il romanzo è costruito, con le sue M e le sue R liquide contenute in ognuna delle sue parole: nel MARE- MADRE c’è l’AMORE-MORTE.

Per concludere, il romanzo mi pare una grande epopea del Mondo delle Madri, la favola tragica dell’individuo che ha smarrito se stesso e che tenta di ritrovarsi, passando per numerose peripezie e incontrando diversi personaggi, attraverso quel nostos, il viaggio del ritorno a casa, da cui è partito: un mondo straziato dalla guerra. Le Madri sono le femminote, archetipo ambivalente ora in veste di creatrici ora di divoratrici, sono deesse e sirene, un archetipo che scorre tra Napoli, patria di Partenope, da cui il viaggio comincia, allo stretto di Messina, patria di Scilla e Cariddi e dell’approdo, “frattura”, “utero” da cui si nasce. Il trasbordo solo le Madri possono garantirlo perché solo loro conservano e custodiscono il Mito. Ciccina Circè è una magàra incinta di parole, perché le parole vengono dall’origine dei tempi e bisogna sempre ricrearle per far rivivere il Mito. E la dualità dell’archetipo, la sua contraddittorietà e ambivalenza, è quella che Jung ci ha insegnato a riconoscere.

Scilla                                                          Cariddi
Giovanni Angelo Montorsoli,
(1507 -1563) Museo Nazionale, Messina

La frequentazione da studente dell’Università di Messina, un vivacissimo ambiente culturale dove insegnava Galvano della Volpe che D’Arrigo cita parlando della sua tesi di laurea su Holderlin, di cui pure egli non fu il Relatore, conforta questa intuizione. “Eppure sembra che a scuola fossi svelto. Me lo hanno ricordato dei compagni. Facevo prima i loro compiti, poi i miei. La tesi di laurea su Holderlin, però, l’ho fatta oralmente, vestito in divisa da caporale. Parlai di Holderlin non nazista pazzo, che si cambia il nome in uno italiano. Non credo che piacque molto… c’era Galvano della Volpe… rimasi sempre caporale” (G. Massari, L’Orca nasce da una piccola poesia. Intervista con S. D’Arrigo, “Tuttolibri” – La Stampa, 29 settembre 1977).
Non è distante da Alì Terme Letoianni dove Bianca Garufi, la Leucò di Pavese, nata a Roma nel 1918 da una madre ribelle, l’unica superstite di una numerosa famiglia aristocratica siciliana sopravvissuta al terremoto di Messina del 1908, trascorre la giovinezza fino alla laurea in Lettere e Filosofia conseguita a Messina nel 1951, discutendo una tesi di laurea, la prima in Italia, su Carl Gustav Jung, “Struttura e dinamica della personalità nella psicologia di C. G. Jung” con il professor Galvano della Volpe. Dagli anni Settanta la Garufi si dedicherà all’attività di psicoterapeuta junghiana, diventerà vice presidente dell’Associazione Internazionale di Psicologia Analitica e membro dell’Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA), fondata nel 1961 da Ernst Bernhard, con l’intento di diffondere in Italia la conoscenza del pensiero di Carl Gustav Jung, il grande antagonista di Freud.
L’infanzia di Stefano D’Arrigo, nato da Agata Miracolo e da Giuseppe che, quando il figlio non ha che un anno, lascia la famiglia ed emigra in Australia dove si fa una nuova famiglia, per non dare più notizie di sé, mentre tornerà con la nuova famiglia ad Alì nei primi anni Trenta interrompendo totalmente il rapporto con il figlio, getta una luce particolare e nuova sul romanzo. Possiamo leggere l’Horcinus come il viaggio del figlio senza padre verso il mondo esclusivo della Madre, un rapporto che ha metaforicamente dell’incestuoso (vedi la relazione con Ciccina Circè), risolutorio del complesso di castrazione derivato dall’abbandono paterno. Una madre reale amatissima malgrado le chiacchiere paesane sul suo conto, malgrado le risatine e le prese in giro dei compagni, un rapporto complesso, un groviglio, un trauma che ci riconduce alle pagine del romanzo. Ma, mentre tutto crolla solo il Mondo delle Madri sembra resistere ed è capace di salvare riportando nel proprio grembo in una eterna ri-gestazione. Per questo, forse, è stato detto che il romanzo è un deposito di segreti…

Marinella Fiume

Dall’Irlanda

Oggi si inaugura un nuovo spazio in questo blog: Confluenze. Ho immaginato un fiume di acque feconde che scorre e si alimenta grazie alle acque di altri fiumi. Ospita voci e contributi di chi vorrà trovare un luogo per esprimere pareri e pubblicare scritti, un modo per costruire ponti di dialogo.

Diamo inizio alle danze con le voci di due poete che ringrazio, che ci inviano i loro testi dall’Irlanda: Viviana Fiorentino e Maria McManus. Spero vogliate leggere con passione e interesse seguendo il tracciato delle loro sensibilità, il racconto di una esperienza straordinaria che ha a che fare con i diritti umani e i centri di detenzione per immigrati.

                                                                            Viviana3

Viviana Fiorentino nasce a Palermo. Dopo gli studi in Toscana, viaggia per l’Europa, tra la Germania, la Svizzera e l’Irlanda, paese dove attualmente vive e dove insegna letteratura italiana per stranieri. Dal 2018, partecipa a festival di letteratura italiani e irlandesi, viene invitata a poetry readings in Irlanda e Italia, al Belfast Book Festival e al progetto di poesia itinerante “LabeLLit” e Poetry M’app (selezionata tra 60 poeti irlandesi). Nel 2018 vince premi di poesia o viene segnalata (tra i quali, Arcipelago Itaca; Bologna in Lettere). Sue poesie compaiono su blog letterari (come Poetarum Silva, Carteggi Letterari, Unarosadipiu), sulle riviste internazionali di letteratura e poesia Brumaria e FourXFour Poetry Journal. Una sua silloge è pubblicata da Arcipelago Itaca nel 2018. Nel 2019 pubblica la raccolta di poesie In giardino per Controluna Edizioni e il suo primo romanzo, Tra mostri ci si ama, per Transeuropa Edizioni. Nell’autunno 2019, una sua silloge poetica verrà pubblicata nell’Antologia ‘Writing Home: the New Irish poets’, per Dedalus Press. 

          Maria McManus

Maria McManus (Poet) is the author of Available Light (Arlen House, 2018), We are Bone (2013)The Cello Suites(2009) and Reading the Dog (2006) (Lagan Press). She has collaborated extensively with others producing performance pieces for choir (18, with composer Keith Acheson) dance (TURF and DUST with Eileen McClory) and multi-art form collaborations such as Splendid. Liberal. Lofty. with composer Simon Waters and artist Helen Sharp.   She is Artistic Director and curator of Poetry Jukebox, an on-street audio installation of contemporary poetry.

Maria McManus (poeta) è autrice di Available Light (Arlen House, 2018), We are Bone (2013), The Cello Suites (2009) e Reading the Dog (2006) (Lagan Press). Ha collaborato con molti artisti, producendo con loro performance teatrali per coro (18, con il compositore Keith Acheson), performance di danza (TURFDUST con Eileen McClory) e collaborazioni multi-artistiche, come Splendid. Liberal. Lofty. con il compositore Simon Waters e l’artista Helen Sharp. È direttore artistico e curatore del Poetry Jukebox, un’istallazione audio di strada di poesia contemporanea.

Ci racconta Viviana Fiorentino: “Da alcuni anni vivo in Irlanda del nord, a Belfast. Tre anni fa circa, mi unisco al Larne House Visitor Group. Il centro di detenzione per immigrati “Larne House” ha sede nella omonima stazione di polizia del paesino nord irlandese. Un edificio in mattoni rossi e un’inferriata in pesante metallo nero sovrastata da una rete. Si tratta di una short term facility, ovvero un centro nel quale i detenuti vengono rinchiusi per un massimo di sette giorni per poi venire spostati in uno degli altri sette centri di detenzione (Immigration Removal Centres) in Scozia o in Inghilterra.

Il gruppo di volontari è composto da persone di tutte le età che visitano la struttura ogni settimana. Offrono amicizia, consigli pratici, una lista di avvocati gratuiti, prelevano ciò che il detenuto ha dovuto lasciare per strada quando è stato bloccato dalla polizia, ricaricano il telefono, cercano i medici specialisti se è necessario.

Tutto questo perché ogni anno, circa una decina di migliaia di persone, inclusi minori (nonostante le linee guida lo proibirebbero), vengono rinchiusi in strutture che assomigliano a delle prigioni. Indefinitely, senza limite temporale (il Regno Unito è uno dei pochi paesi europei dove vige ancora un regime di indefinitive detention) e con un inadeguato accesso a servizi legali e medici.

Da questa esperienza come volontaria nel centro di detenzione è nata una raccolta di poesie bilingui, in italiano e in inglese.

Il lavoro di traduzione con la poeta irlandese Maria McManus, a partire dai testi italiani scritti da me, è stato un vero e proprio lavoro di ricerca verso la possibilità, più ampia, per i poeti e gli artisti provenienti da background e lingue differenti, di lavorare con diverse lingue attorno a una idea, una visione, un’ispirazione comune.

L’idea che sottostà a questa raccolta è, infatti, la possibilità di trasformare le infinite barriere di ogni giorno, siano esse culturali, linguistiche o mentali, in ponti creativi.

I testi in Inglese non sono una traduzione letterale dei testi italiani, bensì uno spazio più ampio di espressione creativa, sui temi di migrazione, appartenenza, insicurezza, paura, trauma, senso di ciò che è casa.

Maria e io abbiamo provato a delineare gli spazi multipli di “casa” ed esprimere l’esperienza della migrazione e del travaglio di qualsiasi “trasloco” esistenziale che chiunque affronta nella propria vita.

Tra parola e assenza, tra respiro e apnea, la poesia e i suoi fragili meccanismi salvano dall’annegare. I frammenti della parola, le radici linguistiche comuni, significano e portano in grembo ciò che ci rimane del tempo, del passato, di ognuno di noi. Per un momento possiamo vederli dinanzi, assorbirne la gioia.

Tra cielo e terra, ma anche da una lingua a un’altra, nello spazio aperto dalla traduzione, là dove immaginiamo senza toccare. Tra vita e morte, tra sillaba e suono, nel silenzio della parola e della pagina bianca. Un luogo nel quale la lingua si liquefà e rimanda ad altro – una identità si fa altra.

Propongo qui alcuni testi della raccolta, che troveranno spazio a ottobre 2019 nella Antologia ‘Writing Home: the New Irish poets’ per Dadalus Press”.

 

Approdo

I

Cielo, tu sei troppo grande;

blu di Persia –

non ti conosco

II

io ti chiamo, Terra;

dammi un suolo per questi piedi

una casa alle mie incertezze

un rifugio per dubitare.

III

Un posto per vivere.

Landing

I

Sky, you are too big;

Persian Blue –

I cannot know you.

II

Instead, I call on you, Land;

give me a place to put my feet,

a home for my uncertainty,

a place to doubt.

III

A place to live.

Tra i denti

Io ti racconto e ti racconto

così il tempo passa,

e ti piace, perché poi c’è voglia

anche di questo,

di lasciarsi come squagliare

del gelo, come qualcosa di dolce

rappreso lì tra i denti.

Io lo so che il vento

le spore e altro e poi altro ancora trasporta.

Perché sono le possibilità

di terre, altre, e speranze

come funghi tra muschi

e sfagni e altro, altro, ancora.

Come quella luce che è bianca in te,

che è venuta lei fuori dal seme

di quel dolore che avevi sepolto

nel tuo cuore fatto latente

occulto come pietra.

Between the Teeth

We blether, idling, chittering,

time passes,

like ice melting

or something sweet

dissolving in the mouth

yet thickening there between the teeth.

I know the wind

carries more than spores;

chances, places to fall, or settle

and root in moss, like Chanterelles

in Carraigin or Sphagnum

and others, and yet others…

There is white light in you still

grown from the heart of your sorrow’s seed

hesitant, and latent,

secret as stone.

Rosa

Perché poi tutto il rosa

se ne è andato sotto la pelle

a commemorare eventi del cuore,

i luoghi che abbiamo certo avuto

in una pompa di sangue e tessuti,

ed è ritmo costante.

Perché poi sono scesa a riva e ho visto

quella stessa pece che da bambina

mi si attaccava alla pelle dei piedi,

e non vi è dubbio che anche era quello

un posto tra la carne e il cuore.

Perché a volte capita anche questo,

ci si lascia scendere,

le maniglie del cervello slegate,

il delirio della gioia, il frastuono

come è di una essenza.

E anche tra le perle delle scelte,

sommersi come se fino alla bocca,

io serro le labbra

la testa

indietro non respiro

emergo

ed è il richiamo delle beccacce

alte sul mare dopo la pioggia

o il cigno di Socrate

ribelle pieno canta e canta ancora

ancora

vivo

vivo.

Roses

In my mind

I can still tend the rose garden

of my childhood –

inside me, as if it is my blood

as if it is serum, pulsing, season on season.

Back then, at the shore

beach-tar on my feet,

I was a child,

but a space remained,

plump, pink, liminal and pure

between its cloying stain

and the life in me.

Life happens this way –

that even now

when I am at risk of drowning

I close my lips tight

against the pressing saltwater

my head tilting backwards

refusing to breathe in

and I am surfacing, like the call of oystercatchers

piping after the rain,

a pool of pure joy, or like Socrates’

swans, full throated and defiant

singing,

I live.

I live.

Un incontro

Oggi troppo strana la coincidenza

e le tue mani lontane

e le mie immobili

alla tavola degli eventi.

Sotto la luce a neon,

c’è anche questo

l’orrore delle cose,

e il sentirsi sbagliati.

E non tremiamo perché siamo

corde slacciate o spezzate dal caso.

Mi avevi detto il cielo

perché poi era compatto

per cigni e sterne

ma non più per noi,

mi avevi detto che pure stranieri

attraversano confini e l’aria

la respirano tutta

come fosse ossigeno.

E senza differenza.

Allora io ero uscita

e dopo il cancello

avevo cercato dov’era il punto

che tu indicavi,

quella crepa del cielo

dove per noi le cose si spezzano.

Forse da lì fuggiamo perché siamo

come ali che si alzano da noi dentro.

An Encounter

You ask me

why is the sky

open and without limits

for swans, for geese, for terns

but not for us.

Here, we cannot even see the sky;

this room is suffocating,

hot, without windows,

strip lights cast shadows

of our hands across this table.

Like birds

we are trapped

and disorientated

in white light

milling

crying out into the dark.

Left to our own instincts

we could find our way

on cool nights

navigating

with the stars

the coastline

landmarks.