Althénopis Fabrizia Ramondino

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Oggi desidero magnificenza e bellezza, se no soffoco. Fabrizia Ramondino, scrittrice partenopea cittadina del mondo. Una delle grandi nostre madri letterarie. Una scrittura sontuosa che ti conduce dove vuole. Intreccia fili e parole con una maestria rara, imprevedibile, sorprendente. Ritratti indimenticabili: la nonna, la madre, le zie, zii e cugini, bambini e bambine. Le classi sociali, il paesaggio, il mare, i luoghi, le case e gli arredi. In questo libro gli anni tra il 1943 e il 1948.
“… C’era infine, per quel mio arrivo, il fascino dei rocchetti, di fili sparsi, di passamani, lane colorate, fili d’oro, brandelli di merletto, quasi tracce delle storie della famiglia e delle leggende che la nonna raccontava…”
Contributi:
Libri tanto amati: Antonella Cilento e Althènopis – Giacomo
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Fabrizia Ramondino / Gustaw Herling, Titti Marrone, Giuseppe …
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Alessandro Leogrande, Autore a minima&moralia …
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Di luci e ombre di Monica Gentile

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Essere attraversata da un’idea nel momento e nel luogo sbagliato. È l’idea che cercavi, ma tu non puoi lavorarci. Avere tempo e non poterlo impiegare perché quel tempo non è il tempo per scrivere. Buttare giù una frase, farlo di nascosto, sentirti in colpa perché non devi buttare giù una frase lì, in quel tempo, in quel luogo. Smettere, riprendere. Una frase, mezz’ora dopo, un’altra. Fare una pausa caffè per buttare giù un’altra frase e cancellare le precedenti. Sei strozzata dalla voglia di lavorare a quell’idea, sembra così bella, così giusta. Sai che solo se ci lavori, capirai se davvero funziona. Trascrivere un’altra frase tra una telefonata e un’email. Avere paura che l’idea ti abbandoni proprio nel bel mezzo di quel singhiozzo di mail e telefonate. Il sonno ti rimbomba nel cervello, il telefono squilla e tu sei lì col corpo, solo il corpo. Speri che, quando sarai fuori dal luogo in cui non puoi scrivere, riuscirai a grattare un po’ di tempo, a raschiarlo alla stanchezza, a stanarlo nonostante gli obblighi e i doveri. E comunque, anche se dormirai meno, non guarderai la tv, non uscirai a fare una passeggiata, il tempo per lavorare a quella idea, a tutte le idee, sarà sempre un tempo sottratto ad altro, rubato alla vita, forse.

Ho scritto queste parole soltanto un paio di mesi fa, ma sarà perché siamo in quarantena, mi sembra che siano trascorsi anni. Il tempo si dilata, quando ci fermiamo. Lo abbiamo sperimentato tutti e mai come oggi il mondo si è fermato. Quando mai ci ricapiterà tutto questo tempo per noi?

Una decina di giorni fa, al laboratorio di scrittura, abbiamo fatto un’esercitazione: “la tua casa”. Oltre a consegnare un paio di cartelle, dovevamo schizzare il disegno della casa descritta. Io sono un disastro col disegno tecnico. Da adolescente mi piaceva solo il disegno a mano libera, ero bravina a ricopiare i soggetti. Non ero certo un talento. Dopo il diploma, ho lasciato fogli, matite e colori e mi sono dedicata ad altro. Ma visto che ai laboratori di scrittura (e non solo di scrittura) si partecipa per mettersi in discussione, ho disegnato una piantina della mia casa d’infanzia. La piantina che ho disegnato non era buona. Non era nemmeno lontanamente decente, per non perdere tempo non avevo neanche usato il righello. Gli altri colleghi di corso, invece, si sono sbizzarriti. Nessuno ha inviato una piantina. C’è chi ha disegnato il mobilio delle stanze, chi ha inviato quadri astratti, chi schizzi di uomini e di donne che abitavano la casa. Erano così belli quei disegni, anzi no, erano strepitosi, risplendevano di talento. Io avevo preso l’esercitazione troppo alla lettera. Mi sono ripromessa di tentare di nuovo.

Nella libera scrittura sulla casa avevo inserito due immagini che mi piacevano: un tendone verde che da bambina mi terrorizzava, e una gallina che avevano regalato a mio padre quando ero nata io. Ho disegnato un tendone e una gallina. Erano dignitosi. Mi è venuta voglia di riprovarci con più impegno. Ho chiesto consigli ad amici disegnatori e visto qualche tutorial su youtube. Ho iniziato ad esercitare la mano, un paio d’ore al giorno. Mi sono appassionata alla tecnica del chiaro scuro. Ogni volta che tratteggio un’ombra, che sfumo i grigi, l’oggetto viene fuori dalla pagina. L’arte del disegno, mi sono resa conto, non è diversa dalla pratica della scrittura. Si lavora sul dettaglio per dare luce, per rendere tridimensionali oggetti, luoghi, corpi. Stessa fatica, sporcarsi le mani, collo che fa male, i bulbi oculari che punzecchiano, e la meraviglia di qualcosa di vivo sul foglio bianco. Il disegno mi pulisce la mente, allontana i pensieri negativi, sta nutrendo il mio sentire, lo sta amplificando, sta arricchendo anche la scrittura.

Se ho impiegato bene questo tempo di quarantena, lo saprò solo tra alcuni mesi, o forse tra due, tre anni. Vivo dentro una bolla, il futuro prossimo che la bolla ci consegnerà è incerto, complicato, e mi fa paura.

Ma io adesso non voglio pensarci troppo. Cerco di apprendere dal disegno il suo insegnamento più importante: è l’ombra attorno alla luce, a far risaltare la luce.

UNA che sia una

photo_2020-05-05_20-51-18A chi mi chiede come mai io mi dedichi in particolare alla lettura di opere di autrici (non trascuro gli autori, per carità), rispondo con questa foto. Trattasi di un quarto volume di storia della letteratura pubblicato nel 1975, ristampa 1983. 1039 pagine in cui, tra gli autori trattati, non compare UNA che sia una autrice. Qualcosa è cambiato, direte, e certo dico io. Ma una infinità di domande si aprono inquietanti. E comunque, tra le cose che vorrei cambiassero c’è anche questa: NON voglio un mondo monco, indifferenziato, afono di tante voci, risultato di oblio secolare.
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