Inferno

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Brucia la Sicilia nuova Troia assediata.
Vite in pericolo, distruzione di beni e case, morte di animali aria piante creature che hanno impiegato decenni a crescere alimentare la vita di tutti.
Che inferno avete nel cuore per scatenare l’inferno sulla terra?
Ma davvero pensate che non ne avrete conseguenze, che le leggi dell’universo non vi riguarderanno? Siete ciechi nel cuore come negli occhi e della coscienza non conoscete la bellezza. Poveri voi per quello che pagherete e sarà carico delle vostre nefandezze, delle notti e dei giorni avvelenati, della paura, del dolore che oggi proviamo e del pianto.

Esplorazione

Esplora la luce il battito cangiante spera dispera e nuovamente spera oh! sapessi come riscalda il ventre l’ostinata resistenza della pietra dal verde azzurro confortata sospese ombre si smarriscono
alito puoi del tempo

#PianadegliAlbanesi #storia #paesisiciliani #esplorazione

Terrapiena Carola Susani

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Terrapiena, di Carola Susani, edizioni minimum fax, è un libro da leggere. Con la sua lingua sorprendente e limpida, l’autrice descrive le cose nella loro concretezza, materialità, eppure della realtà trasfigura i contorni. Un modo visionario di affrontare la storia del nostro paese, i passaggi decisivi dal dopoguerra a oggi, quando le spinte al cambiamento hanno innescato piccole rivoluzioni. Che poi non sappiamo mai fino a che punto i cambiamenti produrranno conseguenze, quali semi lasceranno.

In Terrapiena ti sembra di essere proprio lì, nella campagna siciliana, all’inizio degli anni settanta, dove sorge una baraccopoli costruita dopo il terremoto. Lì dove Italo Orlando riappare. Nel precedente romanzo La prima vita di Italo Orlando, il primo di una trilogia, era comparso molti anni prima, nel ‘57, e aveva scombussolato la vita di una intera comunità. Creatura senza tempo e senza storia ha le stesse fattezze di allora quando un gruppo di ragazzini lo trova, a fine estate. “Era nell’acqua a faccia in giù, le braccia stese, i capelli che brillavano come squame. Ricordo il cielo omogeneo che si rifletteva sulla superficie stagnante. Nel punto in cui eravamo il fiume aveva ancora una certa portata, ma subito s’insabbiava, e andava a spegnersi in un rivolo che puntava al mare”. A chiedere chi sia Italo la risposta è sempre la stessa: “La leggenda narrava del figlio di un avvocato Orlando, Mommo non si ricordava se fosse di Corleone o di Marsala, pluribocciato a ingegneria, che era impazzito e aveva cominciato a girare per la Sicilia a piedi scalzi portando fortuna a chi se lo prendeva in casa. Gliela raccontavano in famiglia quand’era piccolo, sua zia sosteneva di averlo incontrato. Ma mi sembrava ridicolo pensare che fosse lo stesso, il ragazzo che avevamo trovato nel fiume non aveva più di vent’anni”. È Ciccio, un bambino di dodici anni, a raccontare quello che accadde in quell’estate, della povertà, del gruppo di attivisti arrivati anche da fuori e chiamati stranieri che con il loro impegno e le loro azioni vorrebbero spingere la popolazione delle baracche a ribellarsi per ottenere il riconoscimento di diritti elementari. Ciccio, con le gambette magre, anche lui vedo nella sua disarmante fame di vita, scapestrato e tenero, impegnato a scorrazzare insieme a Mommo, Dora, Marco, Elia, a cercare, inconsapevole, l’amore che gli manca. “Mia madre non amava picchiarmi. Per farlo avrebbe dovuto alzarsi da una sedia a righe blu o dal letto, separarsi da Maria, appoggiarla in un posto, muoversi, rincorrermi, sudare… Odiava sentire caldo in ogni parte della cute pallidissima, tranne nel punto in cui, di volta in volta, sistemava Maria”. In compenso, le legnate gliele dava un fantomatico zio, malacarne che frequentava la baracca e che, come altri, diffidava degli attivisti. “Mentre si rimetteva la cintura mi fissava contraendo la fronte sudata: “Un cià ghiri chiù, su’ comunisti. Un ti cià ‘mmiscari”.

La povertà, la miseria, il malaffare, le ataviche storture sociali che si contrappongono al brillare di un’ansia di riscatto, una voglia di futuro che si manifesta nelle assemblee, nelle proteste per l’acqua, il lavoro, la ricostruzione. Del resto quelli furono gli anni di Danilo Doci e Peppino Impastato. Nell’ansia disorientata e bollente dell’adolescenza incipiente c’è il corpo di Ciccio che cambia, il desiderio per Dora, e insieme a questo gli scenari interiori. “Quando si sta a cavaliere fra i mondi, massimo è il rischio di cadere. E io stavo così, in bilico”. E cade Saverio, ragazzo omosessuale che si innamora di Italo e che fa di questa sua passione una spada da cavaliere impavido e una croce da portare in un paese in cui ancora la vergogna non consentiva di scegliere chi amare. “Ma Saverio era paralizzato dalla vergogna. Di che cosa si vergognava? Io mi sarei vergognato Di mia madre e di Maria, della nostra casa senza niente; forse per lui era lo stesso, si vergognava di sua madre… O forse si vergognava di Italo, che era anche un dio (cosa poteva essere altrimenti?), lo stesso era finocchio”.

Vedo le luci, le ombre, la notte, sento l’odore dei fichi, dell’umido, i grilli, il rumore delle scarpe di altri che la madre di Dora regala a Ciccio che scarpe non ne ha. E Italo? Dopo avere innescato, ancora una volta, il cambiamento scompare come era ricomparso? Quali semi ha lasciato? Lo ritroveremo in un altro momento decisivo della storia del nostro paese nel terzo volume, che aspettiamo, della trilogia.

Un ragazzo d’oro Eli Gottlieb

Todd è autistico, vive da molti anni in un centro per disabili e racconta della sua vita, del passato, della sua famiglia, dei suoi farmaci e dei suoi desideri. Un libro struggente, che Eli Gottlieb (che ha un fratello autistico) delinea con lingua precisa, che scava nella sintesi come gli scrittori americani sanno fare. Per Minimum fax nella traduzione di Assunta Martinese.
Non potevo non pensare alla nostra alunna Giulia ❤️, alle domande che ci facciamo sul destino.

Una donna quasi perfetta Madeleine St John

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Se vi piacciono i dialoghi questo romanzo è per voi. In “Una donna quasi perfetta” di Madeleine St John, uscito alla fine di giugno per Garzanti, la storia di Flora, di suo marito Simon, di Gillian, di Lydia e delle relazioni che si intrecciano fra loro sono costruiti con perizia drammaturgica in un alternarsi di capitoli-scene in cui i personaggi si definiscono attraverso le loro parole.

Come scrive magistralmente Nadia Terranova nella sua prefazione: “Madeleine St John entra nel luogo più esotico e spinoso che la nostra società ha voluto inventare: il matrimonio. Lascia che questa parola si srotoli, si distenda nella quotidianità, prenda il respiro della normalità familiare, e poi, come quando aprendo un armadio ci si ritrova davanti a uno specchio e si salta in aria nel riconoscere la propria immagine, scende nelle piccole bugie che diciamo soprattutto a noi stessi, giù, in fondo, fino al confine tra ingannare sé stessi e ingannare la persona che abbiamo accanto”.

Le situazioni narrate sembrano assai consuete. Simon è uno sceneggiatore che fa del proprio lavoro un punto d’orgoglio e lascia a Flora la cura della casa, dei tre figli, la responsabilità di un matrimonio in cui lui sta comodo sebbene si annoi. Accompagna a casa Gillian quando la famiglia è in vacanza e la sua incapacità d’amare esplode in attrazione e passione, quella attrazione che non provava per Lydia e che era riuscito a decifrare quando aveva provato l’impulso di baciarla. Quel che accade a questi personaggi si muove tra il manifesto dei loro comportamenti e i pensieri, le emozioni nascoste e incoffessabili, movimenti che Medeleine St John tratta con ironia sebbene, scavando, mostrano l’insoddifazione, la malinconia, il rimpianto per la piega che hanno preso le vite. E mentre Simon si trincera dietro un “tutto è così transitorio” che contiene la sua mancanza di coraggio, le donne, ognuna a suo modo, affrntano la realtà con maggiore decisione, ognuna cerca una dimensione che possa dare un senso alla propria esistenza. Come Gillian, commercialista bionda e vitale, che desidera essere una donna indipendente o Lydia, che sembra ritrovarsi attraverso fatti che riguardano gli altri, compresa la scoperta del tradimento di Simon. Come Flora che, sebbene Simon la ostacoli ricordandole che si è convertita all’anglicanesimo quando lo ha sposato, prova ad avvicinarsi alla Chiesa cattolica. In una fede alimentata da frasi del Vangelo e riti domenicali, Flora cerca una stabilità più solida, prova a superare le ansie conciliando scelte autonome e adesione fedele al matrimonio. C’è del commovente in lei. Mentre era con la sua famiglia – tutti insieme per la prima volta dopo mesi e mesi – si sentiva così appagata che non riusciva a immaginare da dove scaturisse quell’ombra scura che la sovrastava… Forse ipindeva dal fatto che li amava tanto. L’amore cresce con il tempo. Più gli dai spazio e più si intensifica…

Madeleine St John cerca le parole giuste per dire ciò che ricaviamo dal miscuglio che si agita in ognuna e ognuno di noi, quel che traspare ma non è difficile da dire. Che è anche la sfida di chi scrive. Flora considerò la faccenda. «Sììì», replicò. «Suppongo che sia proprio questo che intendevo». Ma non era solo questo, c’era dell’altro, qualcosa di più, o di meno, in quellos pazio strano e angusto della mente dove risiedono i significati ma non le parole per trasmetterli.

Cous cous blues Dario La Rosa

photo_2020-07-20_12-03-44Iachìno stava friggendo melanzane quando arrivò la telefonata. Era suo compare Gerlando, che alla cornetta fu perentorio. «Vai a comprare subito Il Giornale delle Pulci», disse «poi richiamami, dobbiamo vederci». Il tono era serio, come il colore delle mezzelune che stava dimenticando nell’olio bollente, lasciando spazio ai suoi pensieri. Se ne accorse giusto in tempo per risparmiarsi il rimprovero di Carmela e dei bambini, che amavano sentire la melanzana dolce dolce insieme al basilico e al pecorino fresco. Una spolverata di sale, un immancabile assaggio ed era già verso l’edicola.

Questo l’incipit di “Le panelle di Tanino Speciale”, il primo dei tre racconti che compongono “Cous cous blues” di Dario La Rosa, il libro edito da bookabook, la casa editrice italiana che pubblica attraverso il crowfunding. Protagonista è Iachìno Bavetta, giornalista che, insieme al suo amico Gerlando, ha fondato “Ulapinu”, giornale di satira che non darà di certo da vivere ma che risulta essere una voce scomoda e divertente. Iachìno ha una moglie dai capelli rossi e dai fianchi morbidi, donna amorevole e determinata, due splendidi picciriddi, il bassotto Arturo che lo accompagna, genitori che gli hanno insegnato l’amore per la terra, il mare, e lui non perde occasione per preparare piatti succulenti, accompagnare con vino e marsala i suoi piatti in un vero tripudio di sapori. Come alcuni siciliani sanno e come ritroviamo in molte narrazioni il senso dell’ironia si accompagna alla curiosità, a un sesto senso che induce a scavare tra fatti apparentemente inspiegabili e Iachìno si ritrova a dipanare misteri, a tradurre le sue intuizioni in soluzioni. Con l’andamento del giallo racconta quindi della morte di Tanino Speciale che aveva prestato la sua lapa a tre ruote per il lancio di “Ulapino” e che lascia una scomoda eredità e un figlio a cui garantire il futuro.

Il secondo mistero da risolvere, dal titolo “La pasta coi ricci di Iachìno Bavetta”, è ambientato nella meravigliosa isola di Favignana tra il sole, le acque luminose, i fondali, il ritrovamento di un anello sott’acqua e il traffico di reperti archeologici. “La salsiccia al pepe rosa del signor Politi” racconta, infine, di grifoni e avvelenamenti tra i boschi dei Nebrodi e Alcara Li Fusi.

Con una scrittura scorrevole, veloce, Dario La Rosa costruisce storie ironiche e divertenti innaffiate di conoscenza attenta e coinvolgente del territorio siciliano. I botta e risposta con l’amico Gerlando, con i vari personaggi tra cui la moglie di Tanino, il pescatore Zu Sarinu che prepara un cous cous di cui sentiamo il profumo e la consistenza, il maresciallo Lorenzini, assessori, politici, sono costruiti con un parlato che restituisce realismo e che fa partecipare i lettori, le lettrici, in un andirivieni di situazioni che a tratti sono cinematografici. La cucina era di mattonelle bianche e decorazioni blu scuro. Al centro un tavolo rettangolare bianco sopportava il peso di una couscousiera di coccio, una brocca d’acqua e la semola da incocciare. «Avanti», disse ancora ai bambini «mettetevi qua». Avvicinò due sedie e i piccoli ci si misero in ginocchio. Zu Sarinu prese la semola, la versò nel contenitore di terracotta e aggiunse dell’acqua. «Mettete le mani qui e fate come me». E sembra che il mettere le mani, provarci, sia il talento di Iachìno che con aromi o pietanze richiama la cura che serve per vivere in armonia. E la sensazione che se ne ricava è che si può accompagnare al mistero dell’esistena il piacere semplice ma profondo delle cose.

 

Cambiare l’acqua ai fiori Valérie Perrin

photo_2020-07-09_17-58-14Un solo essere ci manca e tutto è spopolato

È così forte questo epitaffio in apertura del romanzo Cambiare l’acqua ai fiori di Valérie Perrin, edizioni e/o.

E l’incipit I miei vicini non temono niente. Non hanno preoccupazioni, non si innamorano, non si mngiano le unghie, non credono al caso, non fanno promesse né rumore, non hanno l’assistenza sanitaria, non piangono, non cercano le chiavi né gli occhiali né il telecomando né i figli né la felicità.

Prima di lavorare come guardiana del cimitero in una piccola cittadina della Borgogna, Violette Toussaint azionava negli orari più faticosi un passaggio a livello e prima ancora era stata una giovanissima donna sposata a un uomo bellissimo ma egoista e seduttore fino allo sfinimento. Era stata anche una bambina abbandonata alla nascita a cui nessuna delle famiglie affidatarie aveva dato amore. Quando è costretta a cambiare mestiere ha con sé il marito che in sella alla moto sparisce per giorni e poi una figlia da cui fatti tragici la separeranno per sempre. I dolori che ha accumulato si riverberano sulle tombe, sui funerali, sulle persone che accompagnano o dimenticano i morti e in un caleidoscopico intreccio di vite e personaggi si attraversa continuamente, nel romanzo, la soglia che separa la vita dalla morte. Insieme al parroco, ai seppellitori, a chi si occupa delle sepolture, Violette trova negli anni una dimensione amicale che a tratti pare onirica ma è fatta di cura e ascolto dell’umanità. La struttura narrativa, che procede per quadri e salti temporali tra presente e passato, narra storie che si legano fra loro e che si allungano fino alla ricerca della soluzione di un tragico mistero. Con una lingua semplice e diretta, seguiamo le vicende in prima persona se è Violette a raccontare, in terza se è un narratore esterno e onniscente, ci imbattiamo in storie appassionanti come quella di Julien che si presenta un giorno al cimitero per svelare il segreto che si nasconde nella vita della madre. I capitoli sono scorrevoli, anche se a volte alcuni passaggi appaiono ripetitivi, e introdotti da epitaffi funebri molto poetici che dicono, a loro volta, dei sentimenti eterni che legano i vivi ai morti. Può sembrare un libro funereo ma non lo è sebbene sia intessuto di fatti drammatici e strazianti. La forza della natura, del giardino che Sasha, precedente guardiano, lascia da curare a Violette, dei particolari e degli oggetti descritti, innalzano una luce di forza e consolazione. Sentimenti profondi, nel bene e nel male, danno il senso delle assurdità ma anche delle bellezze dell’esistenza. E Violette, bambina e giovane trascurata, ferita, diviene una protagonista, una Parca che raccoglie e tesse i fili.

C’è una volta una città

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C’è una volta una città a scansare palazzi la luna zampilla tra cupole a gocce vola verso il mare cerca i sogni delle nostre anime sperdute di memorie è fatta che s’attaccano boccioli sulla pelle di lingue inventate dialetti mischiati reinventate parole che non s’arrendono e alla magnificenza chiedono perdono non sanno se di eternità si tratta e ti ricorderai del cuore

Almarina Valeria Parrella

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Cosa ci salva, cosa ci mantiene a galla nonostante tutto? sembra suggerire la splendida copertina di “Almarina” Einaudi Editore, il romanzo di Valeria Parrella candidato allo Strega 2020.

Di ferite ne ha la protagonista, Elisabetta Maiorano che insegna nel carcere minorile di Nisida e che ha perso il marito tre anni prima dopo un matrimonio fatto d’amore, slanci e distanze, con la mancanza di figli e le traversie per adottarne uno. Si sente in colpa ogni volta che la sbarra si alza per farla entrare in quel mondo parallelo al mondo di fuori in cui si entra e da cui si esce trasformati ogni volta “…trovarsi dopo la sbarra e prima del carcere, lasciando tutta la città sotto le sue ansie: che sono le mie…”. Elisabetta si racconta e sposta l’orizzonte continuamente da sé agli altri, dal fuori al dentro, dalla città di Napoli bellissima e dolorosa al “…mare inaccessibile tutto d’intorno, che a destra finisce dentro il Vesuvio e a sinistra dentro l’Italsider…”. Eppure, oltre la sbarra, “…mentre avanzo verso i vetri antiproiettile, sento che finalmente mollerò gli ormeggi da quella vita di usura che mi è capitata. È il regolamento, io non c’entro: per le prossime cinque ore non sarà responsabilità mia: come ciascuno che entri a Nisida torno libera, torno bambina…”. Lei prova un senso di sollievo come se quel mondo chiuso potesse, forse, controllarlo, conoscerne le regole, visitarne “i gironi” a seconda della gravità delle pene. Muri, guardie, chiavi, controlli, documenti, attese, percorsi che nella loro ripetitiva meticolosità acquistano un distanziamento che si trasforma in relazione, in rispsetto per gli alunni carcerati, che fa incontrare Elisabetta con Almarina “che ha sedici anni, che è una romena (o quello che ne resta, dopo che il padre la violentò e la rovinò a mazzate)”. Con una lingua che non tralascia nulla della tragica realtà descritta ma che si dirama in sentimenti e riflessioni, la storia di Elisabetta, del suo vissuto, dell’amore con il marito Antonio si allargano nei ricordi e per paradosso il confronto con la cattività dei detenuti diventa una leva per liberare il dolore. Matematica, conti, formule e calcoli che tanto pazientemente Elisabetta cerca di insegnare, hanno il valore di ogni atto educativo quando questo è un immedesimarsi, un non volere condannare, un considerare le colpe come risultato di una responsabilità collettiva e sociale (mi viene in mente l’antipsichiatria, il lavoro di Franco Basaglia e Franca Ongaro), quando è sostenuto dalla speranza che possa realizzarsi un cambiamento. “La nostra speranza, credo, è che quel giorno, ora lontano, in cui avranno scontato tutta la pena, tornerà loro nelle mani questa chiave, e dagli archivi spalancati voleranno fogli bianchi senza più inchiostro sopra, immacolati, come il bucato alle terrazze”. E lei, Elisabetta, cinquant’anni, che si riempie di gocce, che non prende sonno né calore nel letto, che pensa sia infarto il male al braccio e appendicite il mal di pancia, che non sa come andare avanti è lì in mezzo agli allievi detenuti che la giudicano, anche loro come il resto del mondo. “… che non sei nessuno, che stanno perdendo tempo con te, e tu stai perdendo il tuo, che quello che sanno di matematica è abbastanza, tanto i conti della cocaina sono addizioni e sottrazioni…”. Ma chi insegna lo sa, c’è una tensione amorevole che unisce, uno scontrarsi e accettarsi, un prenderla a ridere, talvolta, che fa guardare laddove altri non guardano, un cercare tra le parole dei compiti, negli occhi e nelle minacce. Silenzi e sorrisi che diventano confessioni, il corpo di Almarina che porta i segni della violenza, Nisida che è vascello, attracco da dove andare e venire e da cui si spera di uscire per tornare a casa. “Una casa è un posto dove si mangia e si sta caldi e ci si allena ad andare per strade sconosciute senza paura dell’altro, portando per se stessi un grande rispetto”. E sono ancora bambini e lei che è insegnante potrebbe, dall’oggi al domani, non trovarli più perché trasferiti, portati chissà dove. “Mi ricordo cosa tenevo in testa a tredici anni, direttore, e lo so che è tutto diverso, ma il corpo. Il corpo è lo stesso, i brufoli, le mestruazioni, il freddo o il caldo, il benessere o la fame. Io mi metto a letto e penso che Almarina sta dormendo e mi addormento. E poi all’alba mi sveglio e penso che un giorno non la troverò più, come questi qua che non ho trovato più negli anni, e allora non dormirò più”. È lì, nello spazio di realistica compassione, di cura, preoccupazione, di racconti sulla Romania, sul fratello di Almarina che lei ha dovuto abbandonare e che vorrebbe ritrovare, che si apre nel romanzo una felice trasformazione narrativa. Un forte e conflittuale, al tempo stesso, sentire la maternità. Un liquido che dal mare, dal fluire dei ricordi, dal fare profumi che Almarina vorrebbe essere il suo lavoro da libera, che dall’odio e dalla violenza scivola verso il legame dell’essere madri e figlie. In condizioni estreme, disincarnate ma fisiche, in necessità coercitive ma sentite che spingono Elisabetta a cercare, cercare cosa potrà salvarle entrambe.

L’onda andava e veniva e si infrangeva e mi lasciava bagnata e intanto era scesa notte, e grandi fari, come quelli degli attracchi mercantili, illuminavano la strada e facevano brillare il portone antiproiettile…”. Una luce tragica e amorevole che si accende nelle parole di questo romanzo costruito a lampi squarci, con una lingua che si flette nel dialetto e restituisce così verità e concretezza. Un romanzo che dice degli abiti nuovi che ognuna e ognuno può indossare per andare incontro al futuro.