Almarina Valeria Parrella

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Cosa ci salva, cosa ci mantiene a galla nonostante tutto? sembra suggerire la splendida copertina di “Almarina” Einaudi Editore, il romanzo di Valeria Parrella candidato allo Strega 2020.

Di ferite ne ha la protagonista, Elisabetta Maiorano che insegna nel carcere minorile di Nisida e che ha perso il marito tre anni prima dopo un matrimonio fatto d’amore, slanci e distanze, con la mancanza di figli e le traversie per adottarne uno. Si sente in colpa ogni volta che la sbarra si alza per farla entrare in quel mondo parallelo al mondo di fuori in cui si entra e da cui si esce trasformati ogni volta “…trovarsi dopo la sbarra e prima del carcere, lasciando tutta la città sotto le sue ansie: che sono le mie…”. Elisabetta si racconta e sposta l’orizzonte continuamente da sé agli altri, dal fuori al dentro, dalla città di Napoli bellissima e dolorosa al “…mare inaccessibile tutto d’intorno, che a destra finisce dentro il Vesuvio e a sinistra dentro l’Italsider…”. Eppure, oltre la sbarra, “…mentre avanzo verso i vetri antiproiettile, sento che finalmente mollerò gli ormeggi da quella vita di usura che mi è capitata. È il regolamento, io non c’entro: per le prossime cinque ore non sarà responsabilità mia: come ciascuno che entri a Nisida torno libera, torno bambina…”. Lei prova un senso di sollievo come se quel mondo chiuso potesse, forse, controllarlo, conoscerne le regole, visitarne “i gironi” a seconda della gravità delle pene. Muri, guardie, chiavi, controlli, documenti, attese, percorsi che nella loro ripetitiva meticolosità acquistano un distanziamento che si trasforma in relazione, in rispsetto per gli alunni carcerati, che fa incontrare Elisabetta con Almarina “che ha sedici anni, che è una romena (o quello che ne resta, dopo che il padre la violentò e la rovinò a mazzate)”. Con una lingua che non tralascia nulla della tragica realtà descritta ma che si dirama in sentimenti e riflessioni, la storia di Elisabetta, del suo vissuto, dell’amore con il marito Antonio si allargano nei ricordi e per paradosso il confronto con la cattività dei detenuti diventa una leva per liberare il dolore. Matematica, conti, formule e calcoli che tanto pazientemente Elisabetta cerca di insegnare, hanno il valore di ogni atto educativo quando questo è un immedesimarsi, un non volere condannare, un considerare le colpe come risultato di una responsabilità collettiva e sociale (mi viene in mente l’antipsichiatria, il lavoro di Franco Basaglia e Franca Ongaro), quando è sostenuto dalla speranza che possa realizzarsi un cambiamento. “La nostra speranza, credo, è che quel giorno, ora lontano, in cui avranno scontato tutta la pena, tornerà loro nelle mani questa chiave, e dagli archivi spalancati voleranno fogli bianchi senza più inchiostro sopra, immacolati, come il bucato alle terrazze”. E lei, Elisabetta, cinquant’anni, che si riempie di gocce, che non prende sonno né calore nel letto, che pensa sia infarto il male al braccio e appendicite il mal di pancia, che non sa come andare avanti è lì in mezzo agli allievi detenuti che la giudicano, anche loro come il resto del mondo. “… che non sei nessuno, che stanno perdendo tempo con te, e tu stai perdendo il tuo, che quello che sanno di matematica è abbastanza, tanto i conti della cocaina sono addizioni e sottrazioni…”. Ma chi insegna lo sa, c’è una tensione amorevole che unisce, uno scontrarsi e accettarsi, un prenderla a ridere, talvolta, che fa guardare laddove altri non guardano, un cercare tra le parole dei compiti, negli occhi e nelle minacce. Silenzi e sorrisi che diventano confessioni, il corpo di Almarina che porta i segni della violenza, Nisida che è vascello, attracco da dove andare e venire e da cui si spera di uscire per tornare a casa. “Una casa è un posto dove si mangia e si sta caldi e ci si allena ad andare per strade sconosciute senza paura dell’altro, portando per se stessi un grande rispetto”. E sono ancora bambini e lei che è insegnante potrebbe, dall’oggi al domani, non trovarli più perché trasferiti, portati chissà dove. “Mi ricordo cosa tenevo in testa a tredici anni, direttore, e lo so che è tutto diverso, ma il corpo. Il corpo è lo stesso, i brufoli, le mestruazioni, il freddo o il caldo, il benessere o la fame. Io mi metto a letto e penso che Almarina sta dormendo e mi addormento. E poi all’alba mi sveglio e penso che un giorno non la troverò più, come questi qua che non ho trovato più negli anni, e allora non dormirò più”. È lì, nello spazio di realistica compassione, di cura, preoccupazione, di racconti sulla Romania, sul fratello di Almarina che lei ha dovuto abbandonare e che vorrebbe ritrovare, che si apre nel romanzo una felice trasformazione narrativa. Un forte e conflittuale, al tempo stesso, sentire la maternità. Un liquido che dal mare, dal fluire dei ricordi, dal fare profumi che Almarina vorrebbe essere il suo lavoro da libera, che dall’odio e dalla violenza scivola verso il legame dell’essere madri e figlie. In condizioni estreme, disincarnate ma fisiche, in necessità coercitive ma sentite che spingono Elisabetta a cercare, cercare cosa potrà salvarle entrambe.

L’onda andava e veniva e si infrangeva e mi lasciava bagnata e intanto era scesa notte, e grandi fari, come quelli degli attracchi mercantili, illuminavano la strada e facevano brillare il portone antiproiettile…”. Una luce tragica e amorevole che si accende nelle parole di questo romanzo costruito a lampi squarci, con una lingua che si flette nel dialetto e restituisce così verità e concretezza. Un romanzo che dice degli abiti nuovi che ognuna e ognuno può indossare per andare incontro al futuro.

Come una storia d’amore Nadia Terranova

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Sakura, ho pensato ammaliata già dalla copertina, appena ho avuto fra le mani Come una storia d’amore, Giulio Perrone Editore, l’ultimo libro di Nadia Terranova. Ho sorriso pensando ai fiori di ciliegio che in Giappone sbocciano ogni anno in primavera e la cui fioritura strabiliante spinge milioni di persone ad andare per parchi e viali a celebrare la festa tradizionale, l’Hanani, che significa infatti guardare i fiori.

(Fiori che farebbero pensare al mandorlo in fiore ma che in foto ho sostituito con i gerani siciliani di cui disponevo).

Può sembrare un accostamento azzardato visto che i dieci racconti che compongono il libro sono tutti ambientati a Roma e in particolare in alcuni quartieri non centrali della città come il Pigneto, Casalbertone, ma l’andare e guardare lì dove vive una umanità variegata, multietnica, stratificata per appartenenza sociale, vicende personali, età, mi ha spinto a considerare come ogni cosa, anche quella consueta, può sbocciare di inaspettata meraviglia.

A leggere queste dieci storie tornava in mente ricorrente il primo sentire, l’immagine del fiore di ciliegio che si apre in tutta la sua luminosa bellezza ma la cui fioritura dura pochi giorni strappando a chi lo ammira un sentimento profondissimo che contiene in sé la maestosità della vita e la sua caducità. L’esistenza che si mostra caparbiamente effimera in una parola che tanto mi affascina del pensiero orientale: impermanenza. E così come il fiore di ciliegio fiorisce al massimo della propria energia nonostante il vento lo spazzerà via, così le parole di Nadia Terranova condensano il transitare e quindi l’incertezza, lo stare in mezzo e da nessuna parte pur contenendo in sé ogni aspetto dei luoghi, dei ricordi, delle mancanze, di c che rimane e rimane. Dieci racconti-universi (finalmente la pubblicazione di racconti) in cui lo sguardo della scrittrice osserva e scandaglia una Roma insolita e brulicante, non era facile raccontare la città eterna così tanto narrata nei libri, nelle canzoni, i film, le guide turistiche. Ma in questo caso la forza perturbante della capitale, scelta per viverci ma nello stesso tempo mai appartenuta fino in fondo, è descritta attraverso uno sguardo che si muove dall’esterno all’interno delle cose e che da una frazione di tempo, un particolare, un oggetto, una condizione specifica fissata in un sentimento immobile, dirama linee, appigli di costruzione narrativa che coinvolgono chi legge. Si può immaginare come sono le vite dei personaggi che si sfiorano, si incrociano per strada, al mercato, guardano dalla finestra, aspettano l’autobus. Come Teresa che in Via della Devozione c’è arrivata quando si è sposata e aveva vent’anni e ora colpita da ictus è distante da se stessa e dagli altri ma che non perde il piacere di piluccare la frutta sui banchi del mercato né si tira indietro nel compiere un gesto di pietà quando viene ucciso il trans gentile Andrea. Potremo incrociare le due sorelle che la mattina di Natale prendono il tram come se dovessero andare a scuola, scendono a Porta Maggiore e rimangono sedute su una panchina per sfuggire alle liti dei genitori. Ritroviamo Natale nel racconto Il primo giorno di scuola in cui la protagonista vuole imparare una lingua nuova, un nuovo alfabeto capace di ricomporre domande e risposte.

In un settembre esageratamente triste mi ero messa in testa di studiare due cose: l’ebraico e le persone felici.

Vigilia di Natale anche in L’ora di libertà tra il bicchiere di pessimo vino e qualche patatina rattrappita per provare a concedersi un’ora di libertà prima che gli obblighi, i ruoli, possano intrappolarla in forme ansiose. far finta di non essere soli per desiderare di essere soli, e in qualche caso essere soli per davvero e desiderare una persona precisa, una persona che non può esserci, e quella persona sono le mille persone che nella nostra vita abbiamo lasciato andare. Perchè si sa le feste amplificano l’inadeguatezza. Mi siedo al centro del mondo, cioè nel bar più anonimo e sciatto del mio quartiere, dietro un bicchiere di vino frizzante e delle noccioline… Il centro del mondo è nel rigore della scrittura, nel raccontare di quel rovello nascosto che accompagna ogni singolo istante. Mostrare la qualità del condensare gli opposti e mantenerli palesi, concedersi la libertà di affermare qualcosa di cui non si è affatto sicuri. Sdoppiare la realtà che rivela un dietro le quinte come nel racconto La felicità sconosciuta in cui Paola spia ossessivamente il profilo Facebook di una sconosciuta che mostra la vita che lei vorrebbe… uguale le sembrava tutta la sua esistenza: un’esistenza in cui ogni cosa si poteva toccare e invece non si toccava, perché niente accadeva per davvero. La depressione e l’irrealtà si avvicinavano fino a toccarsi, univano i propri lembi.

Personaggi e donne che si misurano con il dolore che li ha immobilizzati, colti in quel frammento di esistenza in cui qualcosa li svela, in cui qualcosa deve cambiare mentre una forza li spinge in avanti ma li frena. Freezing, il titolo di un altro bellisssimo racconto in cui Veronica, in seguito a uno shock, rimane congelata nelle emozioni. Lei che avrebbe voluto studiare e non ha potuto perché i genitori hanno privilegiato il fratello che poi ha finito col fare il meccanico, lei che fa la parrucchiera ma ha sognato un’altra vita. E non c’è possibilità di fuga nel chiedersi quali ghiacci contiene il nostro cuore, dove siamo rimasti impigliati, quali passaggi abbiamo evitato e di cui ci assale il rimpianto.

È così la scrittura di Nadia Terranova, ti arriva dritta in petto senza sconti di realtà ma ti commuove per la sua ostinata bellezza che arriva leggera come un soffio, come una luce limpida nel viaggio che dall’infanzia arriva all’istante presente.

L’unica e raccontarsela come una storia d’amore… E puoi tendere l’orecchio verso l’amore che si consuma ma non scompare, che sedimenta nell’atto impossibile dell’abbandonare.