“Maestoso è l’abbandono” di Sara Gamberini

p_20180424_161006-e1535713645329.jpg “Questo libro mi attira, voglio leggerlo” e lo prendo fra le mani, “lo hai letto?” dico a Fabrizio Piazza, della Libreria Modusvivendi di Palermo, mio libraio di fiducia. “Bellissimo, ti piacerà!” dice lui che mi conosce “è un libro da leggere con la matita in mano”. “Leggo sempre con la matita in mano” dico io e sorridiamo. Così, tornata a casa ho iniziato con una matitina blu un po’ vissuta che mi sembrava ben si adattasse alla copertina e ho tenuto accanto un foglio per gli appunti. Se avessi potuto lo avrei letto in un giorno, ce ne sono voluti due. Era il 24 aprile di quest’anno e da allora ho riletto più volte vari frammenti. E’ iniziata così la mia relazione con “Maestoso è l’abbandono” di Sara Gamberini, Hacca Edizioni. Perchè di relazione si tratta, oltre che di lettura, soprattutto quando ti pare di conoscere chi l’ha scritto nonostante non vi siate mai incontrate.

“Sono qui da secoli, per gli addii mi serve tempo” è l’incipit e già, senza che questo sembri esagerato, parla del mio “dentro” dove non ho mai abbandonato nessuno. Di me che dico spesso che il tempo non risana le ferite. Nel caso di questo romanzo, la ferita è un vuoto affettivo o esistenziale, se si preferisce. Attraverso la storia di Maria, la protagonista che racconta in prima persona, si svela il nesso tra visibile e invisibile, tra volontà d’agire e fato. “… noi che parliamo sottovoce di quello che scorgiamo tra le pieghe del reale sappiamo che è solo questione di qualità dell’intenzione, se brilliamo, se accettiamo la presenza di forze che non è possibile manovrare…”.

Per raccontare l’invisibile bisogna cercarne la lingua, far nascere parole da un terreno liminare, laddove la razionalità viene scalfita continuamente. Le schegge si moltiplicano in un io narrante che accetta una sfida: raccontare la realtà cercandola nelle intercapedini dell’inspiegabile. Non tutto è comprensibile nella vita, l’accettare questo punto di vista rende gli esseri umani capaci di abbandonarsi. Mollare, dico io a me stessa quando sono allo stremo delle forze.

Ogni sistema, ogni manovra sono buoni, per ognuno di noi, per strutturare contorni di vita e regole che tengano in piedi un sistema che possa reggere e che renda possibile il vivere sociale. Ansia, dolore, insicurezza, panico azzerano le certezze che il dottor Lisi, freudiano irriducibile, cerca di costruire per consentire a Maria di superare la sua sofferenza, il suo disagio profondo. Per lei che è stata una bambina anarchica, sentimentale, animista vissuta con una madre eccentrica che diceva di essere una strega e riempiva la casa di amuleti, che teneva il buono per sè e lasciava il resto agli altri, significherebbe però destrutturare un sentire che l’ha fatta soffrire ma l’ha anche salvata. “Devo a lei l’ottimismo salvifico che si è innestato nella mia lungimiranza razionale, non sarei sopravvissuta senza i suoi geni eterei”.

Allora, cosa accade se piuttosto che cercare la cura per quello che siamo si cerca una forma di grazia, se alle spiegazioni continue sostituiamo la sacralità non ancora religiosa dell’universo? Cosa ci salva? Senza scivolare in abusate terminologie new age ci sono parole, in questo libro, che varrebbe la pena di discutere in un dialogo di sensibilità, come predestinazione, metafisica, vuoto, amori che non servono a niente, gli amori altissimi, parole che approdano a un sentire rarefatto ma non inconsistente. E c’è una critica al sistema di giudizi di cui ci nutriamo, da cui siamo abusati e che ci intrappola. Maria cerca l’amore, anche in quegli uomini strambi e di cui neanche lei è innamorata, e si tormenta in tentativi di sopravvivenza. Poi con Lorenzo l’incontro in una libreria e ancora le parole disseminano nuovi e improvvisi, forse, atti di coraggio. “Dopo aver cercato contenimento ovunque, ho ceduto alla mia evanescenza. L’assenza di base negli anni si è trasformata in una spinta verso la volta celeste”. L’amore tra Maria e Lorenzo non si manifesta in una forma di consolante convivenza nè può essere spiegato, come nasce, come si intreccia in influenze reciproche, se muore o come cambia. Ogni amore è un caso a sè.

In “Maestoso è l’abbandono” la narrazione in prima persona che si dilata e si moltiplica e in funzione di questo non si risolve nella soggettività, cerca il passaggio tra le cose, una percezione fatta di oggetti, alberi e foglie, piccoli animali, terremoti veri o immaginari, così come di inconscio, ossessioni, maldicenze, fascinazioni. E in rivoli di disperazione e di piacere ti porta laddove il corpo ha raccolto e depositato la tua personalissima storia.