“Atelier Josef Sudek. Partitura del silenzio”, di Valeria Spallino

spallinoAtelier Josef Sudek. Partitura del silenzio di Valeria Spallino è un libro di pregio che raccoglie, con una veste grafica raffinata e molto curata, le poesie che l’autrice ha composto in un dialogo profondo e immaginario con il fotografo cecoslovacco Josef Sudek (Kolín nad Labem 1896 – Praha 1976). Il volume, pubblicato nella bella collana Spazio Poesia diretta dal poeta Nicola Romano per Spazio Cultura edizioni, contiene alcune delle meravigliose foto di Sudek che si impongono per la loro straordinaria forza evocativa. Per ogni pagina, inoltre, un verso di un poeta amato.

Se si desidera parlare di un libro si cerca il suo senso profondo, ciò che vuole trasmettere e quindi anche la sua storia. Si cerca di indagare su ciò che lo ha lentamente e faticosamente costruito dentro l’animo dell’autrice/autore. E si anela a lasciarsi andare per guardarlo con occhi quanto più è possibile scevri da gusti personali o tendenze di gusto che potrebbero condizionare il discorso. Perché non si tratta di “spadroneggiare” dentro un testo ma di “sentirlo” per fare in modo di rimanere fedeli all’intento più veritiero di chi l’ha creato.

Questo volume, che si prende fra le mani con ammirazione, ci induce a fare un viaggio, quello che Valeria Spallino ha fatto in molti anni di ricerca e appassionata dedizione per comprendere l’opera e la vita di Sudek. Lei stessa ce lo racconta nell’interessante e ben scritta presentazione, sezione non secondaria del volume. Questo libro quindi racconta un incontro, un innamoramento in cui le foto nella loro polverosa trasparenza si sono incuneate nell’animo dell’autrice e si sono trasfigurate creando nuove forme. Nell’arte accade questo miracolo, gli elementi si mischiano, divengono sollecitazione, leva, suggerimento, maschera e verità allo stesso tempo per chi vuole vedere e ascoltare. Cosa succede allora quando l’opera di un altro artista ci arriva così in profondità da indurre a creare? Valeria Spallino ha desiderato non solo conoscere il mondo di Sudek ma entrarci dentro fino a soffrirne, fino a volerne fare una lingua propria.

Colpisce dei versi di questa raccolta il codice sotterraneo che li anima, sentiamo cioè che ci sono sottotesti, metatesti, rimandi alle vite che si intrecciano altrettanto importanti da decifrare. Sì, perché questi versi sono da decifrare e non lo sono in quanto la poesia per sua natura lo richiede, ma perché contengono ulteriori messaggi. Ho pensato quindi a una poesia gestaltica e cercherò di spiegare cosa intendo dire.

Quando all’inizio del novecento lo psicologo ceco Max Wertheimer (Praga 1880 – New Rochelle 1943), uno dei maggiori esponenti della psicologia gestaltista assieme a Köhler e Koffka, studiò l’effetto stroboscopico o fenomeno phi diede il via a una serie di studi sulla percezione che portarono successivamente alla definizione delle cosiddette leggi della gestalt o forma. Il fenomeno phi non è altro che la percezione del movimento, per es. quello delle lucine di un albero di natale, dato dalla successione veloce a intermittenza delle luci che si accendono e si spengono. Le leggi della percezione visiva (figura-sfondo; chiusura; vicinanza; somiglianza; dell’esperienza passata ecc.) secondo i gestaltisti dimostrano la capacità umana di organizzare i fenomeni come insiemi strutturati piuttosto che come semplice somma delle loro parti costitutive. E così anche la psicoterapia della Gestalt nata con Perls e Laura Posner, sua moglie, negli anni cinquanta a NewYork, rifiuta di suddividere l’esperienza umana nelle sue componenti elementari e tende a considerarne l’interezza più che le singole componenti. La terapia della Gestalt lavora sul qui e ora, si rivolge a tutti coloro che ricercano una migliore espansione del proprio potenziale, non un semplice star meglio ma un essere di più alla ricerca di una migliore qualità della vita. Ne risulta significativo il rispetto per la creatività individuale e il riconoscimento della bellezza insita nel relazionarsi umano. La Gestalt Therapy include quindi l’improvvisazione, la creatività, la poesia come parola essenziale che nasce dal corpo.

Ho pensato a tutto questo leggendo le poesie di Valeria Spallino i cui versi, dal mio punto di vista, si muovono tra sperimentalismo e ibrido semantico in un insieme di carattere gestaltico.

In  Di soglia in soglia (pag.55) leggiamo:

Tesso di polvere la seta/ di soglia in soglia/ novantìco peregrinare-/ la farfalla dei miei silenzi/ il remoto perdurare

Qui la parola soglia rappresenta la chiave di volta che fa da perno a passaggi di senso e di dimensioni semantiche che richiamano immediatamente la poesia:

Musica che resta (pag.56)

Non abbiamo sonagli non abbiamo/ pure musica tintinna innalziamo sogni/ Non abbiamo sonagli René quei sonagli/ Forse luce in tavolozze voce-in-luce certi mondi/ tutto il nero delle notti forse il nero di quei sogni/ – acre il miele dell’infanzia nuovi vanno i tondi…

Oltre all’insistere su sibilanti ripetutamente musicali che strisciano e suonano, i versi si compongono di stimoli percettivi provenienti da più dimensioni sensoriali, producendo così nuove forme.

L’autrice richiama esplicitamente l’opera di René Magritte. Nel quadro “Voce dell’aria” (1931), ad esempio, i sonagli si librano nell’aria e l’oggetto nel suo uso comune viene stravolto nelle proporzioni e nelle funzioni. Viene inoltre inserito in un contesto inconsueto, in questo caso il paesaggio di sfondo che secondo alcuni potrebbe essere ricondotto al Rinascimento, qui enfatizza i sonagli, delineati per contrasto con precisione fredda.

Allo stesso modo i versi della poesia esaltano le parole incapsulate nel tessuto musicale della composizione. Del resto le note, i richiami alla composizione musicale, il fraseggiare sonoro sono costitutivi della poetica di Valeria Spallino che conosce la musica e ha studiato arpa classica. Non stupisce quindi trovare musica per silenzio in Mozart ritrovato (pag.94) e canti universali in Il dolore d’ognuno (pag.76).

Nel mischiare e sovrapporre quindi elementi sonori, pittorici, linguistici e psicologici, quello che resta è il di più gestaltico, il di più creato da congiunzioni e rapporti tra le parole che non sempre seguono processi razionali ma che strutturano nuova gestalt. Nelle poesie di Valeria Spallino molti sono infatti i connettivi sottratti, i termini che si potenziano di significato poiché coraggiosamente accostati, che producono nuovo senso lasciato, a volte, alla creatività del lettore. Procedimento coerente, del resto, con il linguaggio della fotografia di Sudek le cui immagini risultano esaltate da luci e ombre che ne moltiplicano le suggestioni. Ne sfumano il senso e producono inquietudine.

Come nella poesia La smagliatura della neve (pag.47) in cui alle parole neve, monte, albero, fiore, rugiada, pietra, in un paesaggio delineato con precisa concretezza troviamo parole quali lenisce, solitudine, ferito, presagio, e fra tutte la parola veggenza che fa da nucleo evocativo alla combinazione delle strofe. Non è un caso che la parola veggenza sia collegabile a soglia, a presagio, che le poesie rimandino alla dimensione diafana e sgranata delle foto di Sudek, al suo mondo doloroso, malinconico, a tratti fiabesco, alla dimensione dello stare qui e ora in un legame indelebile col passato, in un vortice di mondi possibili. In un mondo in cui il mistero, a tratti, la fa da padrone.

In Ombra su ombra (pag 45)

Ombra su ombra/ si sfogliano giardini/ radure che tutto traversano/ da tutto sono traversate/ Ma c’è un buio che solo a notte/ rammenta propria luce/ un ritmo occulto al canto di ponente/ gli occhi ancora assorti nel trascorso/ le mani sempre d’alba protese.

Cogliamo nei versi una tensione di sacralità, una ricerca di risposte a domande eterne a cui solo lo sguardo poetico può rivolgersi. così da restare l’anima sospesa dice la Spallino in In certe cattedrali (pag. 38) che accompagna la fotografia Saint Vitus’s Cathedral, e aggiunge unica candela è un altare intimorito, tra devozione mistica, smarrimento, estasi.

Una mistica della forma, direi, che unisce gli elementi del campo semantico trasfigurandoli come fossero elementi del campo percettivo. Una mistica della gestalt che fa affiorare ciò che è sfuggente e fuggevole poiché è dell’essere umano volere contrastare l’inevitabile andare verso la morte. Un tentativo di strutturare in termini esistenziali elementi di vita e morte. La parola, così come le foto di Sudek, tenta di rendere permanente la vita, di fissare gli attimi che diventano un per sempre. Il mistero, l’impermanenza, la caducità, vengono fissati attraverso elementi simbolico-metafisici attraverso il richiamo anche a illustri e amati pittori.

Al limite della parola. Alla maniera di Morandi (pag. 68) si apre con i versi:

La metafisica della brocca/ di sola forma s’è abbigliata/ bianco intuire d’altra cosa/ per sprone in dono ci destina

Si apre quindi il dilemma poetico contenuto nel titolo della raccolta Partitura del silenzio poiché è nei contraddittori contrasti tra metafisica e materia, tra contenuto e forma, buio e luce che la negazione riafferma se stessa e la parola ritrova una propria identità.

E se partitura indica un insieme di parti che contemporaneamente permettono al compositore, al direttore d’orchestra di gestire con un solo colpo d’occhio l’intera simultanea composizione delle parti, l’accostamento con del silenzio sembra indicarci un ossimoro e una contraddizione in termini. Scomodiamo di nuovo la psicologia citando gli esponenti della scuola di Palo Alto e gli studi sulla comunicazione, in particolare Paul Watzlawick (1921-2007), che hanno affermato nel primo assioma della comunicazione: Non si può non comunicare. Inoltre, secondo una visione sistemica della comunicazione e delle relazioni, i fenomeni vengono considerati nella loro interdipendenza, ogni singolo evento non può essere spiegato isolatamente.

La parola, quindi, non nasce, sembra dirci Valeria Spallino, dal silenzio in quanto voce che si alza e s’impone ma voce che raccoglie, interpreta, si rinnova nel silenzio, si fa suono della complessità del reale.

In Partitura del silenzio (pag.100)

…Oggi il silenzio/ differente musica ha portato/ avvenire sconosciuto d’armonia/ presenza viva che sarà voce/ come suono/ partitura viva/ silenzio/ musicale.

La parola, nei versi di Valeria Spallino, sembra negarsi e affermarsi allo stesso tempo, in una volontà di autogenerazione che non si smarrisce nel silenzio ma che si apre e fiorisce attraverso il legame nella relazione con la natura profonda dell’altro.

Infine, leggiamo in Lascito (pag. 78) che accompagna la foto Bud of a White Rose

Acqua benedetta a mia dannazione/ hai tu dunque più ricca eredità/ ghiaccio imperituro e luce d’oriente/ l’eco torna a dire differente persistenza.

Bocciolo e germoglio la parola rinasce, nonostante se stessa.