“La bolgia delle eretiche” di Marinella Fiume

bolgia_eretichejpg.jpgLa bolgia delle eretiche” (A&B editrice) di Marinella Fiume vince il premio letterario “Città di Castiglione di Sicilia” 2018. In questa occasione riprendo dunque alcune riflessioni. Si tratta di un libro ricco, simbolico e realistico al tempo stesso, evocativo, complesso, che si può leggere quindi vari livelli.

Ma andiamo per ordine. Come è chiarito dalla stessa autrice, il libro vuole essere un omaggio a Maria Sofia Messana studiosa esperta di Storia dell’Inquisizione in Sicilia e studiosa del Risorgimento che nel libro compare come personaggio.

Il primo livello è quindi di carattere storico poiché le vite e alcune vicende raccontate nel romanzo sono basate su fonti storiche e documenti inediti (verbali d’interrogatori raccolti in tanti anni di studio negli archivi di Madrid, Palermo e Monreale) che M. S. Messana ha condiviso con l’autrice. Le donne di cui si narrano vicende straordinarie e vessazioni di ogni tipo sono: Ursula, venditrice di pianelle; Sofonisba, pittrice; Garronfola, affittaletti della flotta spagnola di stanza a Messina; Francisca, appartenente all’ordine laico di S. Francesco, accusata di stregoneria; Agueda, suora accusata di essere seguace della dottrina quietista; Gertrude, accusata di essere molinista (che segue le massime di Michele Molinos, condannato al carcere a vita) e quietista; Peppa la cannoniera, eroina risorgimentale; Mariannina Coffa, poetessa che cercò la Luce all’interno di logge e società di ispirazione magnetista.

Donne che dal 1500 ai giorni nostri hanno conosciuto e subito un potere violento e insensato ma che hanno risposto, ognuna a suo modo, con forza ancestrale e coraggio.

Emergono dal silenzio secolare in cui sono state imprigionate, vittime di una storia che le ha dimenticate e che ha permesso il perpetrarsi di ingiustizie e falsità. Anche nella memoria collettiva. La donna che consente alle altre di parlare è Alda, figura emblematica che nel romanzo costituisce il tramite narrativo. Donna di oggi, leggendo i preziosi documenti che le ha donato Sofia, amica di famiglia, comprende che non è sola, anche altre, come lei sono state ritenute folli, inquietanti, incapaci di vivere in famiglia e in società. Anche le altre, sorelle dal passato, hanno usato la scrittura e la parola per non scomparire, per essere se stesse in vita e in morte. Un dire che considerato reato per il quale avevano patito pene indicibili compreso il carcere, la tortura, il fuorbando, la collocazione post mortem delle loro anime nel sesto girone infernale, entro le mura della città di Dite.

l’accanimento inflessibile e programmatico nei confronti di tutte le donne di ogni età e condizione, che, come lei, osavano caparbiamente scrivere o usare la scrittura tentando di piegare il destino alla loro volontà.

Dalla mente e dalla coscienza di Alda (come non pensare ad Alda Merini!), queste donne emergono dal girone infernale e con l’aspetto che avevano avuto in vita, una a una si palesano e raccontano.

Un romanzo corale, dunque, il cui secondo livello si tinge di allegoria, in cui figure di donne realmente vissute in epoche diverse, appartenute a classi sociali differenti, fanno a gara, dice l’autrice, per raccontarsi. Richiamano la necessità di giustizia che il mondo troppo facilmente dimentica e a cui si rinuncia sotto il peso del potere arrogante e corrotto. Richiamano la necessità di non piegarsi e di esprimere liberamente la propria natura. Eretiche, dunque, in senso lato e profondo, al di là del tempo, delle condizioni ambientali e sociali, accomunate da un fuoco spirituale che non conosce facili compromessi. “Ricondurle al silenzio, volenti o nolenti, censurarne e oscurarne le fantasie eversive, sequestrarle, cacciarle nella bolgia infernale delle eretiche era il modo migliore per evitarne l’infezione, la pericolosa diffusione nel corpo sociale”.

Quali forme di eresia e quali conseguenti pene possiamo annoverare nella nostra società?Le domande che pone il libro inducono a continui rimandi all’oggi.

Un ulteriore piano del romanzo, un terzo livello quindi, è teatrale, genere a cui si può fare riferimento anche per altri elementi dell’opera, quali ad esempio l’alternanza dei racconti delle donne con la frenesia della scrittura a cui Alda non vuole sottrarsi tanto che si rinchiude, giorno e notte nel retro di un bar, per completare la stesura del racconto o la presenza del cameriere che cerca di dissuaderla ma è costretto, poi, ad assecondarla. Un vero stratagemma teatrale come lo è l’ultimo capitolo che chiude il romanzo. Alda, moderna figura che racchiude in sé Demetra e Còre, che dà ascolto e guarda il visibile e l’invisibile, il giorno e la luce, la vita e la morte. Creatura di confine animata dal desiderio di oltrepassare i limiti.

Il quarto livello da tenere in considerazione è quello relativo all’uso del registro linguistico, assolutamente multiforme, complesso, vario e che mette in luce l’abilità linguistica dell’autrice poiché si adatta e si piega alla necessità della narrazione. Una lingua mischiata, che fa uso del latino, del dialetto, di formule, di proclami ufficiali, una lingua quotidiana e dottorale, un uso incalzante dell’aggettivazione.

La lingua e la scrittura assumono una tale importanza da apparire come ulteriori personaggi. Hanno corpo, dichiarano i rischi, i pericoli che si corrono qualora si voglia dire la verità, qualora si voglia svelare. “Perché i pensieri le diventavano carne solo scrivendo, ed era questo l’unico modo che lei conoscesse per comunicare, per togliersi da quel mutismo, da quella sorta di congenito autismo…”. Eppure, in questo romanzo, la scrittura rappresenta un lasciapassare, uno strumento esistenziale che può, come afferma l’autrice, trasformare le paure, che può far vivere con coraggio anche le situazioni più dolorose ed estreme.

Alda afferma in chiusura:“Voi, potenti Patriarchi d’ogni tempo che avete bollato d’eresia le donne che hanno osato imbracciare l’arma della scrittura, perché mai può essere passiva la scrittura che dà forma e trasforma l’universo!