“D’un continuo trambusto”: la poesia di Nicola Romano

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Questo pregevole volume, “D’un continuo trambusto”, Passigli editore 2018, con la prefazione di Roberto Dedier, raccoglie le poesie che Nicola Romano ha composto tra il 2012 e il 2017.
Nicola Romano è poeta navigato, tradotto anche in Spagna, Irlanda, Romania, dal 1983, anno di pubblicazione e “I faraglioni della mente” a oggi, ha al suo attivo numerose opere e volumi editi. Solo per ricordare gli ultimi: “Bagagli smarriti” del 2000, “Tocchi e rintocchi” del 2003, “Gobba a levante” 2011, “Voragini e appigli” 2016. Dirige la collana di poesia dell’editrice Spazio Cultura di Palermo. Nicola Romano è poeta e possiamo usare questa parola con pienezza e senza imbarazzo in un tempo che trascura non solo la poesia ma anche il sentire poetico. Un poeta è sempre alla ricerca, basta una sfumatura di senso, un richiamo di vocali e suoni che si anima e soffre fino a quando la parola non ha espresso più esattamente possibile ciò che egli vuole dire.
La parola è quella strana creatura che nella voce di poeti veri si amplifica, sta e si muove su un territorio liminare, tra il detto e il non detto, tra il sentire proprio e quello altrui, tra il reale e l’irreale, tra le ascendenze dei padri e lo slancio verso il futuro. Dico questo perché nella poesia di Romano la sfida è tutta compiuta nella parola e nel verso che si dilata tra la memoria, il passato e la ricerca di nuovi orizzonti. Tra i richiami della tradizione letteraria e la ricerca di nuove combinazioni stilistiche. Da una miscellanea che dosa e compone il consueto, il vissuto, il quotidiano con il letterario ricercato sta il grande pregio della poesia di Nicola Romano che sa accostare, senza stridori, parole quali quotidiano, badanti, tir, mensole di casa a gèmino, dintorna, s’avviticchia, plaghe, spaura, mesticanze, alma. C’è innanzi tutto una concretezza del reale, un farsi attraverso gesti e oggetti, “questa luna/ che si prepara/ a rischiarare i vasi/ alle terrazze” in “Un racconto”.
d’un ben preciso giorno/ che più non tornerà/ dentro le righe/ di quest’agenda/ donata dalla banca” in “Solennità”.
Ma se da un lato, come sottolinea nella prefazione Roberto Dedier, Romano “è poeta del concreto”, con una scrittura fatta di famiglia, città, affetti, dall’altra cerca “il colloquio con una tradizione più vasta e antica”. Nella poesia di Nicola Romano questa tensione interna è tutta nel dire, nella scelta di parole che si muovono tra un humus quotidiano e una propensione verso l’indicibile. Nell’essere lirico per scelta e non per atteggiamento. “Non per fare teatro/ ma per scriverti/ che sono stato carne ed universo” in “Eoliana”. Molti i temi trattati in questa raccolta che si compone di due sezioni: D’un continuo trambusto e Supponenze amorose. Le relazioni affettive più profonde, le descrizioni dei paesaggi naturali e urbani si intrecciano a temi più civili e sociali come nella toccante lirica “Migranti” che ci spinge a non chiudere gli occhi di fronte a condizioni terrifiche quali quelle di chi cerca la salvezza e trova spesso la morte,“l’ignota oscurità posata tra le sponde/ se poi è babele d’occhi/ d’urla conficcate dentro i gorghi…” dice il poeta. O nella poesia “Vertigini”, in cui leggiamo “Qualcuno si trastulla/ con ninnoli e balocchi nucleari/ e nembi di morte minano/il cielo che albeggia immacolato…” versi che danno il senso della nostra impotenza, del nostro essere consapevoli del fatto che logiche oscure ci governano.
Le parole si mescolano a tratti con andamento più prosastico, a tratti con slanci evocativi e sfumati. Andremo quindi “per parole”, scegliamo quelle più dense di richiami letterari, come se fossimo in cerca anche noi della strada indicata dal poeta. Ci soffermiamo su plaghe, ad es., nella poesia “Agosto”, che fu usata in Odi barbare in “Alla’ Aurora” da Carducci o sulla parola spaura, una parola così forte che nella lirica “È piovuto” leggiamo e ascoltiamo con le onomatopee:

È piovuto tanto ma per poco
il tempo solo d’accecare i vetri
che si chiudono
al freddo di dicembre
mentre già cercavamo un riparo
da cui osservare
l’eleganza dell’acqua
che scuote la pomelia
e gli specchi tremolanti sulla strada
dove si tuffa il viso dei palazzi
e le nubi che vestono di nero.

Nell’incalzante
scroscio che spaura
volevamo ascoltare
la diceria dell’acqua e il messaggio
della goccia che spacca ai davanzali
ma breve è stato
un gorgoglìo di gronda
come quel pianto
che sbotta all’improvviso
e si consola

Nella prima parte si procede come dal basso, la pioggia, i vetri bagnati, il freddo, la ricerca di un riparo e poi a poco a poco sentiamo un sollevarsi, dalla parola osservare fino a spaura che diventa la condizione interiore che lega tutti i dati sensoriali. Il pianto, infine, diventa azione esplicita e conferma. Un oltrepassare, che è anche nei versi della poesia “7 gennaio”, “cercando ancora l’Oltre e l’Impossibile”. Spaura, parola che nella poesia italiana Leopardi ha reso parola-condizione, indimenticabile nel famoso verso “io nel pensier mi fingo, ove per poco, il cor non si spaura”. La troviamo anche in E. Montale, in “Ossi di seppia”

Giunge a volte, repente,
un’ora che il tuo cuore disumano
ci spaura e dal nostro si divide…”

Spaura contiene la condizione della poesia, lo stare in un dove, in un questo che in un bel testo di Angiola Ferraris (Montale e gli “Ossi di seppia”, una lettura; Donzelli editore, Roma 2000) viene considerato richiamando Agamben. Musa, scrive Agamben, era il nome che i Greci davano a questa esperienza della inafferrabilità del luogo originario della parola poetica. Per Platone proferire la parola poetica significa essere posseduto dalla Musa”. (Agamben “Il linguaggio e la morte” pag 97-98). Fare l’esperienza del “questo” significa per il poeta riconoscere “il potere del negativo che il linguaggio custodisce dentro di sé” (Agamben, op. cit. pag. 22) e che gli consente di indicare il dettato nella inafferabilità stessa della sua istanza, del suo aver luogo”.
La poesia di Romano crea luoghi e condizioni. Come l’esperienza dell’infinito in Leopardi la poesia si trova in una posizione liminare, è essa stessa soglia verso un altrove, il linguaggio “si ritrova segnato da una negatività, si configura in una lontananza che lo rende oggetto di una ricerca travagliata”. (Angiola Ferraris, Montale e gli “Ossi di seppia”, una lettura; Donzelli editore, Roma 2000).
Dice Romano in “Quale giorno” (che nei primi versi ancora richiama Leopardi)

“… Pure una voce sembra sussurrare
che da una soglia in poi
ogni cosa parrà senza ragione
e che false pianure graveranno
sul ristretto cammino che rimane
e diversa sarà ogni imminenza…”

La soglia dell’incompiuto. Ma anche il sentire la transitorietà delle cose, il loro fluire e finire. Quel luogo della sensibilità che dà la possibilità al poeta di avvertire se stesso, il suo io più profondo tramite ogni fenomeno circostante.
La poesia “Vento” ne è un esempio, in cui a una descrizione dettagliata del vento, delle nuvole, del mare e del paesaggio, segue una dichiarazione di esistenza che richiama l’ergo sum di Cartesio. In questo caso, però, il poeta immerso nella nostra contemporaneità ha sostituito al cogito il proprio sentire e “Persino il vento/non sarebbe vento/ se insieme a frasche/nuvole e lamiere/non fossi anch’io/che come foglia tremo”.
L’io lirico diviene misura del verso e lo attraversa, apre un varco, talvolta una ferita, talvolta un conforto. Come un sintomo di follia, uno spasmo del daimon platonico. Ingeborg Bachmann, in una sua lezione a proposito della presenza dell’Io in letteratura disse: “… l’uomo si rivela tramite un Io, o tramite il proprio Io, oppure si cela dietro l’Io.
La poesia di Nicola Romano passa attraverso un Io che pur se legato all’esperienza aspira all’Utopia. Direi, a mio avviso, una utopia del reale, utopia largamente umanizzata, un come vorrei il mondo e come il mondo è. Un reale, quindi, che si innalza e si trasfigura, a volte, attraverso oggetti, situazioni, condizioni di vita quotidiana. Del resto, c’è già nella poesia d’apertura “Utopia” una dichiarazione esplicita: “… La concretezza mia/ non si disperde/ nella mediocrità del quotidiano…La mia realtà/ è un’utopia vagante/ che sbatte contro i cardini del tempo/ ma che conduce/ autentiche fonìe/ a questo assurdo viver da poeta”.
Il viver da poeta, per Nicola Romano, è nelle parole che lui stesso mi ha detto quando, offrendomi questo suo libro, si è guardato intorno, in una strada di Palermo, in una giornata e in un’ora qualsiasi. “Guarda, lo vedi, la poesia è dappertutto. Basta guardare, ascoltare, c’è poesia”. È del poeta scovare in ogni evento, in ogni particolare del mondo e della realtà la sfumatura, la traccia dell’invisibile. Mi ha ricordato la poesia, del 1913, di Marina Cvetaeva: “Ai miei versi scritti così presto/ che nemmeno sapevo d’esser poeta/ scaturiti come zampilli di fontana/ come scintille dai razzi”. La poesia che nasce a volte inaspettata e che si oggettivizza. Come non pensare al correlativo oggettivo definito da T. S. Eliot nel suo “Il bosco sacro” del 1920, correlativo oggettivo ripreso e sviluppato da Montale e che troviamo nei versi di questa raccolta di Romano. E le foglie ammalorate sull’asfalto” ricorda la foglia riarsa, nei continui silenzi/ canicola d’agosto è il mio sgomento” meriggiare pallido e assorto, “il male di vivere” si ispira al verso 104 del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia “… a me la vita è male”.
Potremmo andare avanti e trovare chissà quanti intrecci, richiami, connessioni, trasformazioni e somiglianze. La poesia di Nicola Romano è una inesauribile fucina di sollecitazioni e rimandi. Perché “Il poeta” dice ancora la Bachmann “esiste realmente proprio in quanto ha una sua direzione, segue una sua traiettoria come l’unica via possibile, disperato perché costretto ad appropriarsi del mondo intero, colpevole per l’arroganza di volerlo definire”.