Esplorare

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Stasera sono stanca, stanca di tante cose, prima fra tutte la presunzione e arroganza del potere. Ma questo lo voglio raccontare, di stamattina. Un ragazzino di prima classe di liceo, minuto e silenzioso ha scritto di essere coraggioso. Gli ho chiesto: “Perchè, che fai?”.
“Esploro con i miei amici”. “Esplori?” dico io. E lui mi racconta. “Vicino casa mia c’è una casa abbandonata, una casa che avevano iniziato a ristrutturare, poi l’hanno abbandonata”. Io lo guardo, ha gli occhiali ed è proprio magro, a stento spunta dal piano del banco. “Allora” gli chiedo ” che fate?”.
“Andiamo a cercare, abbiamo trovato tante cose”.
“Cosa?”.
“Tanti ferri”.
“State attenti” dico io “potreste farvi male”.
“No, stiamo attenti, ci mettiamo i guanti”.
“E mettetevi anche le scarpe alte”.
E lo immagino così timido e indifeso come sembra, andare a cercare laddove è possibile per lui. In un quartiere mezzo abbandonato dal resto della città. Dagli altri che non sanno di un bambino che sperimenta il suo coraggio in mezzo a ferri e pietre.
Poi continua, intrepido: “Un giorno abbiamo trovato delle monete” e io immagino galeoni e forzieri “in un cassetto”.
A me già viene voglia di andare con lui, e i suoi amici, a esplorare. A trovare quelle monete che ci mancano.

“Io, bullo” di Giusi Parisi

Ci sono libri che pur essendo nati per i ragazzi sollevano questioni che riguardano noi io_bullotutti, adulti e meno adulti. È il caso di “Io, bullo” di Giusi Parisi, uscito per Einaudi Ragazzi, con una copertina strepitosa di Marco Somà. Il tema trattato è di grandissima attualità e ci pone davanti a una sfida educativa che insegnanti, dirigenti, genitori e ragazzi stessi si trovano ad affrontare, spesso senza avere le conoscenze e gli strumenti necessari per farlo. Il bullismo e il cyber bullismo sono diventati delle vere e proprie emergenze e l’avere a disposizione un testo che affronti la problematica con un taglio narrativo non è cosa da poco. A parlare, infatti, è il bullo in persona: Alessandro, ragazzo di tredici anni che vive in uno dei quartieri più difficili della città di Palermo. Ha un padre in galera di cui ha preso il posto in famiglia e una rabbia dentro pronta sempre a esplodere. Lo troviamo subito all’opera nella sua classe e con i suoi compagni, si è già fatto la nomea nel corso della sua vita scolastica e, come una profezia che si autoavvera, non può, se anche volesse, uscire dal ruolo e dagli schemi, dagli atteggiamenti a lui attribuiti. Con un registro linguistico semplice e diretto che ben si adatta alle situazioni descritte, Giusi Parisi ci fa entrare nell’aula, ci fa conoscere Alessandro e i suoi compagni per mostrare il bullismo come risultato di ambienti e relazioni, come comportamento violento e disfunzionale mai del singolo. E ci suggerisce di guardare alle vite di questi ragazzini per coglierne le difficoltà, i conflitti familiari a volte drammatici, le questioni umane che spesso ci portano a pensare che niente possiamo fare, che niente la scuola può fare. Ci commuoviamo davanti a Caterina e alla sua mamma prostituta, a Vincenzo detto Viciù ‘u nanu che lavora nella baracca di frutta e verdura del nonno, a Giovanna detta Nella ‘a bedda di cui Alessandro è innamorato. E poi ci mettiamo nei panni di chi vorrebbe, ma non lo fa, difendere Danilo ‘u scemu che diventa la vittima predestinata di Alessandro e della sua azione spregevole. Le conseguenze che questa scatena diventano la leva narrativa della seconda parte del libro in un crescendo di cui non diremo, per non togliere il piacere al lettore di fare il suo personale viaggio. Ci preme tuttavia notare che altre problematiche vengono affrontate attraverso il racconto. In particolare la questione educativa che riguarda gli insegnanti, le loro risposte di fronte a situazioni molto difficili rese tali anche dalla carenza di sussidi economici, istituzionali, da un’assenza di risorse che mette con le spalle al muro. Assolve a questa funzione il personaggio della professoressa Mara De Lisi, l’insegnante d’italiano che da nuova arrivata non solo cerca di conoscere a fondo i suoi alunni ma di intervenire con strategie educative che possano coniugare l’aspetto tecnico-didattico con quello umano. Leggendo di lei e dei suoi sforzi per costruire un dialogo con tutti, compreso il bullo Alessandro, entriamo in quel mondo che fa della scuola un luogo di umanità complessa, a volte frustrante, ma dove non si può restare indifferenti se si desidera la creazione di valore, come teorizzato dall’educatore giapponese Tsunesaburo Makiguchi. Qual è lo scopo dell’educazione e quali strumenti possiamo cercare e attivare per riuscire nella nostra sfida educativa in una realtà complessa come quella attuale? La sfida, cioè, di una educazione creativa per le generazioni future.