Come una storia d’amore Nadia Terranova

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Sakura, ho pensato ammaliata già dalla copertina, appena ho avuto fra le mani Come una storia d’amore, Giulio Perrone Editore, l’ultimo libro di Nadia Terranova. Ho sorriso pensando ai fiori di ciliegio che in Giappone sbocciano ogni anno in primavera e la cui fioritura strabiliante spinge milioni di persone ad andare per parchi e viali a celebrare la festa tradizionale, l’Hanani, che significa infatti guardare i fiori.

(Fiori che farebbero pensare al mandorlo in fiore ma che in foto ho sostituito con i gerani siciliani di cui disponevo).

Può sembrare un accostamento azzardato visto che i dieci racconti che compongono il libro sono tutti ambientati a Roma e in particolare in alcuni quartieri non centrali della città come il Pigneto, Casalbertone, ma l’andare e guardare lì dove vive una umanità variegata, multietnica, stratificata per appartenenza sociale, vicende personali, età, mi ha spinto a considerare come ogni cosa, anche quella consueta, può sbocciare di inaspettata meraviglia.

A leggere queste dieci storie tornava in mente ricorrente il primo sentire, l’immagine del fiore di ciliegio che si apre in tutta la sua luminosa bellezza ma la cui fioritura dura pochi giorni strappando a chi lo ammira un sentimento profondissimo che contiene in sé la maestosità della vita e la sua caducità. L’esistenza che si mostra caparbiamente effimera in una parola che tanto mi affascina del pensiero orientale: impermanenza. E così come il fiore di ciliegio fiorisce al massimo della propria energia nonostante il vento lo spazzerà via, così le parole di Nadia Terranova condensano il transitare e quindi l’incertezza, lo stare in mezzo e da nessuna parte pur contenendo in sé ogni aspetto dei luoghi, dei ricordi, delle mancanze, di c che rimane e rimane. Dieci racconti-universi (finalmente la pubblicazione di racconti) in cui lo sguardo della scrittrice osserva e scandaglia una Roma insolita e brulicante, non era facile raccontare la città eterna così tanto narrata nei libri, nelle canzoni, i film, le guide turistiche. Ma in questo caso la forza perturbante della capitale, scelta per viverci ma nello stesso tempo mai appartenuta fino in fondo, è descritta attraverso uno sguardo che si muove dall’esterno all’interno delle cose e che da una frazione di tempo, un particolare, un oggetto, una condizione specifica fissata in un sentimento immobile, dirama linee, appigli di costruzione narrativa che coinvolgono chi legge. Si può immaginare come sono le vite dei personaggi che si sfiorano, si incrociano per strada, al mercato, guardano dalla finestra, aspettano l’autobus. Come Teresa che in Via della Devozione c’è arrivata quando si è sposata e aveva vent’anni e ora colpita da ictus è distante da se stessa e dagli altri ma che non perde il piacere di piluccare la frutta sui banchi del mercato né si tira indietro nel compiere un gesto di pietà quando viene ucciso il trans gentile Andrea. Potremo incrociare le due sorelle che la mattina di Natale prendono il tram come se dovessero andare a scuola, scendono a Porta Maggiore e rimangono sedute su una panchina per sfuggire alle liti dei genitori. Ritroviamo Natale nel racconto Il primo giorno di scuola in cui la protagonista vuole imparare una lingua nuova, un nuovo alfabeto capace di ricomporre domande e risposte.

In un settembre esageratamente triste mi ero messa in testa di studiare due cose: l’ebraico e le persone felici.

Vigilia di Natale anche in L’ora di libertà tra il bicchiere di pessimo vino e qualche patatina rattrappita per provare a concedersi un’ora di libertà prima che gli obblighi, i ruoli, possano intrappolarla in forme ansiose. far finta di non essere soli per desiderare di essere soli, e in qualche caso essere soli per davvero e desiderare una persona precisa, una persona che non può esserci, e quella persona sono le mille persone che nella nostra vita abbiamo lasciato andare. Perchè si sa le feste amplificano l’inadeguatezza. Mi siedo al centro del mondo, cioè nel bar più anonimo e sciatto del mio quartiere, dietro un bicchiere di vino frizzante e delle noccioline… Il centro del mondo è nel rigore della scrittura, nel raccontare di quel rovello nascosto che accompagna ogni singolo istante. Mostrare la qualità del condensare gli opposti e mantenerli palesi, concedersi la libertà di affermare qualcosa di cui non si è affatto sicuri. Sdoppiare la realtà che rivela un dietro le quinte come nel racconto La felicità sconosciuta in cui Paola spia ossessivamente il profilo Facebook di una sconosciuta che mostra la vita che lei vorrebbe… uguale le sembrava tutta la sua esistenza: un’esistenza in cui ogni cosa si poteva toccare e invece non si toccava, perché niente accadeva per davvero. La depressione e l’irrealtà si avvicinavano fino a toccarsi, univano i propri lembi.

Personaggi e donne che si misurano con il dolore che li ha immobilizzati, colti in quel frammento di esistenza in cui qualcosa li svela, in cui qualcosa deve cambiare mentre una forza li spinge in avanti ma li frena. Freezing, il titolo di un altro bellisssimo racconto in cui Veronica, in seguito a uno shock, rimane congelata nelle emozioni. Lei che avrebbe voluto studiare e non ha potuto perché i genitori hanno privilegiato il fratello che poi ha finito col fare il meccanico, lei che fa la parrucchiera ma ha sognato un’altra vita. E non c’è possibilità di fuga nel chiedersi quali ghiacci contiene il nostro cuore, dove siamo rimasti impigliati, quali passaggi abbiamo evitato e di cui ci assale il rimpianto.

È così la scrittura di Nadia Terranova, ti arriva dritta in petto senza sconti di realtà ma ti commuove per la sua ostinata bellezza che arriva leggera come un soffio, come una luce limpida nel viaggio che dall’infanzia arriva all’istante presente.

L’unica e raccontarsela come una storia d’amore… E puoi tendere l’orecchio verso l’amore che si consuma ma non scompare, che sedimenta nell’atto impossibile dell’abbandonare.

 

 

Althénopis Fabrizia Ramondino

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Oggi desidero magnificenza e bellezza, se no soffoco. Fabrizia Ramondino, scrittrice partenopea cittadina del mondo. Una delle grandi nostre madri letterarie. Una scrittura sontuosa che ti conduce dove vuole. Intreccia fili e parole con una maestria rara, imprevedibile, sorprendente. Ritratti indimenticabili: la nonna, la madre, le zie, zii e cugini, bambini e bambine. Le classi sociali, il paesaggio, il mare, i luoghi, le case e gli arredi. In questo libro gli anni tra il 1943 e il 1948.
“… C’era infine, per quel mio arrivo, il fascino dei rocchetti, di fili sparsi, di passamani, lane colorate, fili d’oro, brandelli di merletto, quasi tracce delle storie della famiglia e delle leggende che la nonna raccontava…”
Contributi:
Libri tanto amati: Antonella Cilento e Althènopis – Giacomo
Verrigiacomoverri.wordpress.com › 2020/01/10 › libri-tanto amati

Fabrizia Ramondino / Gustaw Herling, Titti Marrone, Giuseppe …
www.youtube.com › watch

Alessandro Leogrande, Autore a minima&moralia …
www.minimaetmoralia.it › author › leogrande

Di luci e ombre di Monica Gentile

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Essere attraversata da un’idea nel momento e nel luogo sbagliato. È l’idea che cercavi, ma tu non puoi lavorarci. Avere tempo e non poterlo impiegare perché quel tempo non è il tempo per scrivere. Buttare giù una frase, farlo di nascosto, sentirti in colpa perché non devi buttare giù una frase lì, in quel tempo, in quel luogo. Smettere, riprendere. Una frase, mezz’ora dopo, un’altra. Fare una pausa caffè per buttare giù un’altra frase e cancellare le precedenti. Sei strozzata dalla voglia di lavorare a quell’idea, sembra così bella, così giusta. Sai che solo se ci lavori, capirai se davvero funziona. Trascrivere un’altra frase tra una telefonata e un’email. Avere paura che l’idea ti abbandoni proprio nel bel mezzo di quel singhiozzo di mail e telefonate. Il sonno ti rimbomba nel cervello, il telefono squilla e tu sei lì col corpo, solo il corpo. Speri che, quando sarai fuori dal luogo in cui non puoi scrivere, riuscirai a grattare un po’ di tempo, a raschiarlo alla stanchezza, a stanarlo nonostante gli obblighi e i doveri. E comunque, anche se dormirai meno, non guarderai la tv, non uscirai a fare una passeggiata, il tempo per lavorare a quella idea, a tutte le idee, sarà sempre un tempo sottratto ad altro, rubato alla vita, forse.

Ho scritto queste parole soltanto un paio di mesi fa, ma sarà perché siamo in quarantena, mi sembra che siano trascorsi anni. Il tempo si dilata, quando ci fermiamo. Lo abbiamo sperimentato tutti e mai come oggi il mondo si è fermato. Quando mai ci ricapiterà tutto questo tempo per noi?

Una decina di giorni fa, al laboratorio di scrittura, abbiamo fatto un’esercitazione: “la tua casa”. Oltre a consegnare un paio di cartelle, dovevamo schizzare il disegno della casa descritta. Io sono un disastro col disegno tecnico. Da adolescente mi piaceva solo il disegno a mano libera, ero bravina a ricopiare i soggetti. Non ero certo un talento. Dopo il diploma, ho lasciato fogli, matite e colori e mi sono dedicata ad altro. Ma visto che ai laboratori di scrittura (e non solo di scrittura) si partecipa per mettersi in discussione, ho disegnato una piantina della mia casa d’infanzia. La piantina che ho disegnato non era buona. Non era nemmeno lontanamente decente, per non perdere tempo non avevo neanche usato il righello. Gli altri colleghi di corso, invece, si sono sbizzarriti. Nessuno ha inviato una piantina. C’è chi ha disegnato il mobilio delle stanze, chi ha inviato quadri astratti, chi schizzi di uomini e di donne che abitavano la casa. Erano così belli quei disegni, anzi no, erano strepitosi, risplendevano di talento. Io avevo preso l’esercitazione troppo alla lettera. Mi sono ripromessa di tentare di nuovo.

Nella libera scrittura sulla casa avevo inserito due immagini che mi piacevano: un tendone verde che da bambina mi terrorizzava, e una gallina che avevano regalato a mio padre quando ero nata io. Ho disegnato un tendone e una gallina. Erano dignitosi. Mi è venuta voglia di riprovarci con più impegno. Ho chiesto consigli ad amici disegnatori e visto qualche tutorial su youtube. Ho iniziato ad esercitare la mano, un paio d’ore al giorno. Mi sono appassionata alla tecnica del chiaro scuro. Ogni volta che tratteggio un’ombra, che sfumo i grigi, l’oggetto viene fuori dalla pagina. L’arte del disegno, mi sono resa conto, non è diversa dalla pratica della scrittura. Si lavora sul dettaglio per dare luce, per rendere tridimensionali oggetti, luoghi, corpi. Stessa fatica, sporcarsi le mani, collo che fa male, i bulbi oculari che punzecchiano, e la meraviglia di qualcosa di vivo sul foglio bianco. Il disegno mi pulisce la mente, allontana i pensieri negativi, sta nutrendo il mio sentire, lo sta amplificando, sta arricchendo anche la scrittura.

Se ho impiegato bene questo tempo di quarantena, lo saprò solo tra alcuni mesi, o forse tra due, tre anni. Vivo dentro una bolla, il futuro prossimo che la bolla ci consegnerà è incerto, complicato, e mi fa paura.

Ma io adesso non voglio pensarci troppo. Cerco di apprendere dal disegno il suo insegnamento più importante: è l’ombra attorno alla luce, a far risaltare la luce.

UNA che sia una

photo_2020-05-05_20-51-18A chi mi chiede come mai io mi dedichi in particolare alla lettura di opere di autrici (non trascuro gli autori, per carità), rispondo con questa foto. Trattasi di un quarto volume di storia della letteratura pubblicato nel 1975, ristampa 1983. 1039 pagine in cui, tra gli autori trattati, non compare UNA che sia una autrice. Qualcosa è cambiato, direte, e certo dico io. Ma una infinità di domande si aprono inquietanti. E comunque, tra le cose che vorrei cambiassero c’è anche questa: NON voglio un mondo monco, indifferenziato, afono di tante voci, risultato di oblio secolare.
#paroleperiferiche #ilnovecentodelledonne #ilnovecentodelleautrici

La notte della civetta di Piero Melati letto da Gilda Terranova

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La notte della civetta di Piero Melati (Zolfo editore, 2020) è uno di quei libri che non riesci a chiudere, a mettere da canto con facilità. Ci pensi, ci ripensi, ti arrovelli, ritorni indietro a quel passo che avevi sottolineato, rileggi. Aspetta! Com’era? Credevi di aver capito e invece no; ti erano sfuggite ancora troppi dettagli, pezzi di surreali biografie palermitane che non ricordavi più. Una, per esempio, è quella dell’agente Natale Mondo, morto per ben tre volte. La prima per accusa di tortura, la seconda per accusa di tradimento e la terza morto per davvero, ammazzato da Cosa Nostra il 14 gennaio 1988.

Due domande ricorrono ossessive in tutto il libro: quand’è che si è fottuta la Sicilia? Si potrà cambiare il finale de Il giorno della civetta? Fata Morgana qualche volta fa brutti scherzi al giornalista: approfitta della caligine estiva e della stanchezza di chi consuma le suole su strade roventi, con un taccuino in mano e una manciata di gettoni nelle tasche. Sarà vero? Avrò visto giusto? Ma è possibile mai che sia andata così? Melati, gloriosa scuola del giornale L’ora, in questa «strana storia» mischia generi e linguaggi, è un personaggio senza nome ma ci avverte subito: questa non è di per sé garanzia di verità. Che storia è la sua? La definisce per negazione: non è auto-fiction, non diario intimo, né memoir e tanto meno confessione. Prova a smarcarsi ma forse La notte della civetta è tutte queste cose insieme e anche di più. Le pagine sul centro storico ripopolato dai giovani negli anni Settanta, su Mondello d’estate allora o sui ragazzi, sulle “tacche” di Villa Sperlinga non sono forse tessere di quel puzzle in fieri del romanzo palermitano di cui qualche critico ogni tanto lamenta l’assenza? Oltre all’autore, i personaggi chiave sono tre: Ninni Cassarà, Rocco Chinnici e Boris Giuliano.

«Cassarà aveva salito sei di nove gradini. Sei di nove, prima che il colpo mortale, un colpo solo, lo abbattesse. La moglie Laura gli siede accanto, lo guarda. Tutto intorno, le targhette disposte dalla polizia scientifica nel pavimento del palazzo. Una per ogni buco, una per ogni proiettile, in ordine alfabetico. Ognuna con una lettera: a, b, c, d, e, f. Non è bastato l’alfabeto intero (p. 13)». Palermo, 6 agosto 1985. Il duplice omicidio di Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, un ragazzo di ventitré anni che rinuncia alle ferie per spirito di servizio, fanno parte della guerra in cui muoiono gli “eroi”; restano le lapidi, che commemorano i morti ammazzati ma nella memoria di chi rilegge e rivede quella scena da far west quei tre gradini mancati non danno pace. Tengono svegli la notte. Cassarà muore a meno di dieci giorni dall’assassinio di Beppe Montana capo della squadra Catturandi a Porticello, il 28 luglio 1985. Due giorni dopo, viene sospettato dell’esecuzione e portato in questura un calciatore originario della Kalsa: Salvatore Marino. Durante la perquisizione in casa sua saranno ritrovati trentaquattro milioni di lire avvolti e una maglietta sporca di sangue. Sarà torchiato, torturato e morirà quella notte stessa per Waterboarding (simulazione d’annegamento). Una volante andrà a gettare il cadavere in mare per farlo scomparire; verrà accusato dell’omicidio, tra gli altri, Natale Mondo. Meno di una settimana dopo, schiverà fortunosamente la pioggia di fuoco di Via Croce Rossa e farà in tempo ad intimare a Laura Jacovoni, moglie di Cassarà e alla figlia Elvira, affacciate al balcone, di mettersi al riparo, salvandole. Dettaglio agghiacciante che negli anni avevo rimosso: Laura tenterà di lasciare la bambina ai vicini per evitarle l’orrore. Nessuno aprirà. L’agente verrà accusato (e poi prosciolto) di essere stato la “talpa”. Palermo, estate 1985.

Per Melati «la Sicilia è una forma di inconscio dell’Italia. E senza il suo inconscio l’Italia non sarebbe un tutto. […] Per questo in Sicilia si è potuto consumare l’orribile dell’Italia (non come eccezione ma come regola) perché al pari di ogni inconscio la Sicilia è il deposito dove scaricare e rimuovere il lato oscuro. Il giardino dei segreti e degli orrori. Ma, ugualmente, ad ogni inconscio non risolto e non rielaborato, la Sicilia ritorna sempre a sbatterti in faccia le sue verità sepolte, inevitabilmente. Ogni volta peggiorando la tua sorte, la sorte dell’Italia» (p.16).

La notte della civetta mette ordine tra le cianfrusaglie di quell’inconscio, tira fuori dall’armadio del rimosso le cose importanti, riparte dal via.

Ma, andando a ritroso, dov’è il via? Pista n. 1: tornare ai mesi che vanno dall’agosto 1985 al maxiprocesso del 1986. Come e cosa si deve ancora indagare, studiare, per raccontare di quell’anno terribile? Si potrebbe, per esempio, approfondire la probabile destabilizzazione della compagine statale che forse condusse allora alla ricerca da parte di Cosa Nostra di nuovi referenti istituzionali. Il libro in più capitoli risuona come un appello agli storici, ai letterati, ai giornalisti per non demordere, lasciando il racconto solo alle procure e alle anti-procure. Per decenni anche da parte dei giornalisti la magistratura è stata difesa “a priori” dalla stampa e dall’opinione pubblica quale unico baluardo, perché baluardi erano stati effettivamente Falcone, Borsellino, Scaglione, Terranova, Ciaccio Montalto, Scopelliti, Chinnici, Costa, Livatino, Saetta e tanti altri.

Pista n.2: ripartire dall’ecatombe dei morti di serie “C”, coloro che sono stati completamente rimossi dalle cronache cittadine, da quelli che non fanno parte dell’elenco ufficiale dei caduti ma che sono morti per la produzione e il traffico di eroina gestito dalla mafia. Cosa Nostra, alla fine degli anni Settanta, dopo un periodo di prova, condotto a braccetto coi marsigliesi, ha fatto del traffico di droga un affare internazionale stabile e sistematico ed è cominciata la strage di ragazzi, quella che Melati chiama la peste post-77. Ogni morto è rimasto un affare di famiglia, pianto nella vergogna e mai fenomeno è stato così sotto gli occhi di tutti avvalendosi di una così potente cultura della rimozione (quanti medici chiamati nella notte per falsificare i certificati di morte!), nonostante ancora c’è chi muore per gli effetti collaterali di quella “peste”. Se si è stati tossici, si muore spesso di Aids, di cirrosi e conseguenze altrettanto mortali di una salute rimasta instabile per sempre. In Sicilia c’erano «appartamenti abitati da una stessa famiglia, che si sedeva in tavola ogni sera per la cena, dove il figlio stava morendo di eroina, mentre il padre usufruiva delle narco-lire che irroravano le sue attività, per uno dei cento canali che rimettevano in circolo i soldi riciclati. La moglie comprava i gioielli con quegli stessi soldi, gioielli che a sua volta il figlio rubava alla madre per assicurarsi la dose. Era il ciclo economico della città di Palermo» (pp. 190-191).

Rocco Chinnici si avvide di questo orrore e lo gridò; in un discorso al Rotary il 29 luglio del 1981 disse davanti ad una platea non abituata a tanto nitore né franchezza «Palermo è una città di zombi. Morti viventi. Cadaveri ambulanti». E proseguì, tra la folla delle signore imbarazzate: «Io definisco così i tossicodipendenti, con una espressione un po’ macabra: morti viventi. E’ terribile ma è così. Le loro capacità di intendere e di volere non sono più integre, non sono più padroni di se stessi…la loro sopravvivenza è legata alla resistenza del proprio organismo».

Quando Chinnici parla, nel 1981, non ci sono statistiche precise e mancano ancora oggi. Venne eliminato esattamente due anni dopo, con un’autobomba, mentre Cosa Nostra cambiava la sua strategia militare, il 29 luglio del 1983, insieme al maresciallo Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta, il portiere dello stabile di Via Pipitone Federico Stefano Li Sacchi. Superstite solo l’autista, Giovanni Paparcuri, poi collaboratore di Falcone e Borsellino.

Buscetta, nelle sue confessioni a Falcone, pone come condizione essenziale per “parlare” l’omissione dei nomi dei politici e afferma di non aver mai trafficato droga. La trafficava invece dagli anni Cinquanta e forse anche da qui si potrebbe ripartire. Pista n. 3, che Melati invoca come una preghiera. Oltre al 1985, l’altro anno cruciale de La notte della civetta è il 1979, anno in cui viene ammazzato al Bar Lux di Via Di Blasi Boris Giuliano, capo della squadra mobile. Non lontano dal bar teatro dell’omicidio c’è Villa Sperlinga (Sciascia abita in uno dei palazzi che costeggiano la villa) ribattezzata Villa Siringa perché in quegli anni, tra la fine dei Settanta e metà degli Ottanta almeno, si trasforma in un tappeto di siringhe per via del consumo massiccio di eroina. Nell’atto di accusa dei giudici di Palermo è riportato «Nell’ormai lontano 1979 il dottor Giuliano, in esito ad indagini accurate e fruttuose, aveva scritto: dal lavoro investigativo è emerso,come da tempo sospettato, che la mafia siciliana è rientrata nel traffico internazionale di stupefacenti con larga disponibilità di uomini e mezzi, sfruttando soprattutto i canali delle grandi reti contrabbandiere di tabacchi…che operano nel sud d’Italia e nell’Isola sotto la ferrea guida di grossi nomi della mafia». Di droga di ieri e di oggi, della “peste” del post-77, bisognerebbe tornare ad occuparsi per dare voce e storia agli zombi di cui parlava Rocco Chinnici.

Quasi una intera generazione decimata dopo il 1977; restano solo i ricordi degli amici, la vergogna delle famiglie e le troppe lapidi invisibili. Una sola ce n’era in città ed era stata posta il 26 ottobre 1984 dal coordinamento antimafia a Piazza Bologni. La targa recitava così: “In ricordo di Lorelay Mazzola e di tutti giovani uccisi dalla droga”. Qualche anno dopo, quando lo scrittore tornò a cercarla, era sparita, non c’era più. Per parlare oggi della mafia ai ragazzi, nelle scuole, non si può non parlare anche di droga, non si può sorvolare sui motivi per cui Palermo veniva chiamata Tombstone. Il dovere della memoria imporrebbe di raccontarle bene, fino in fondo, la vita, la morte e il lavoro di Boris Giuliano, Rocco Chinnici, di Ninni Cassarà, oltre che di Falcone e Borsellino. I due magistrati sarebbe necessario invece ricominciarli a chiamare per nome e cognome, per esteso, evitando gli assordanti cori da stadio che dalle “navi della legalità” urlano Giovanni e Paolo. La notte della civetta invita a mettere ordine, a ripulire il discorso sulla mafia da tanta retorica inutile e da tante semplificazioni; se di giovani morti di mafia si parla e della guerra tra palermitani e corleonesi per il controllo degli appalti pubblici in cui reinvestire i proventi del traffico di eroina, non si può non raccontare di Peppino Impastato, con cui queste Storie eretiche di mafia, di Sicilia, d’Italia si chiudono, ma anche di Lorelay Mazzola, trovata morta per droga, a ventidue anni, con la siringa ancora in mano nell’androne di un palazzo diroccato del centro storico di Palermo. Omaggio irrinunciabile alla memoria di una generazione travolta dalla catastrofe di una città.

Giovanissimi Alessio Forgione

photo_2020-04-10_15-04-27Una prosa scabra per raccontare la storia di Marocco, ragazzino di quattordici anni che cerca se stesso nell’universo instabile e magmatico dell’adolescenza. Scritto in prima persona, il romanzo Giovanissimi di Alessio Forgione, NN Editore, ambientato negli anni ‘90, ha la durezza delle domande che ci poniamo anche quando l’adolescenza l’abbiamo già lasciata alle spalle, ha la giusta dose di minimalismo che disincarna la realtà senza esagerare ma che arriva come lama e scava. Ha la tenerezza necessaria a scivolare sulla meraviglia della crescita, sull’essere fragili e arditi al tempo stesso. Marocco vive a Soccavo, periferia napoletana ma che potrebbe trovarsi in un’altra città poiché spesso le periferie si somigliano nelle solitudini, nelle dinamiche che sembrano rendere gli abitanti impermeabili alla speranza. Divide con il padre, che lavora tutto il giorno come contabile in una fabbrica di scarpe, una casa fin troppo grande per due da quando la madre è andata via e non ha dato più notizie di sé. Di lei riaffiorano labili ricordi, particolari del corpo che Marocco teme di dimenticare, frammenti d’allegria, le urla, la disperazione delle liti prima dell’abbandono. Il vuoto che ha lasciato si materializza nel silenzio interrotto dal rumore dei piatti e della tv all’ora di cena quando padre e figlio si incontrano-scontrano per dividere i momenti di una quotidianità ripetitiva ma che nasconde un cumulo di emozioni rapprese. E c’è un bene tra i due che non viene nominato ma che traspare dalle raccomandazioni continue del padre, dalle ostinate disubbidienze del figlio. Il padre non conserva nulla della moglie, Controllai nelle tasche delle sue giacche, nel cappotto, ovunque potessi: non trovai nulla, non una foto, non un indirizzo, niente. Non c’era più traccia di mia madre, in quella stanza come nel resto delle nostre vite. La vita di prima rimane in un’impronta senza rumore.

Le domande sulla mancanza d’amore, su quella forma di impotenza che lasciano le ferite più profonde, su che cosa dell’amore resiste o c’è stato, sulla paura della cattiveria di chi amiamo dicono non solo dell’enorme buco d’assenza lasciato in Marocco, ma delle resistenti forme di adattamento che le vicende dell’adolescenza, e ancor prima dell’infanzia, impongono. Dell’arrovellarsi in cerca di una spiegazione definitiva che non arriverà. Domande e spiegazioni sul vivere che Marocco cerca nei fumetti di Dylan Dog, nei giornaletti in cui legge di storie di Ufo, fantasmi e fenomeni paranormali. Sono storie di autocombustione di un corpo, del finto allunaggio sulla luna, dell’Ufo di Mussolini, dei fantasmi del castello di Edimburgo. Un tratto, questo, di Marocco che lo rende affascinante, con questo suo sguardo diretto sulle cose ma anche trasversale, di chi ricerca, forse, una dimensione immaginaria ma ipotetica che apre squarci d’ignoto, di fuga da una vita svilente e tutta da costruire.

Tornai e non mangiai. Mi stesi sul letto, aprii il Dylan Dog e lessi di questo Ufo parcheggiato nel giardino di una villa e del padrone di casa, che viene rapito, si risveglia e chiama la moglie. Poi vanno in un bosco e le scatta delle foto, riappare l’Ufo e lei scatta delle foto a lui e io pensai che volevo comprarmi una macchina fotografica.

Attraverso il pensiero e le emozioni di Marocco vive anche il quartiere-mondo della periferia che non viene descritto ma vissuto, che non fa da sfondo né è contesto separato dalle azioni dei personaggi, piuttosto ne innerva le scelte. Diviene voce tra le voci. Una narrazione “dentro il dentro” che coinvolge per la ricerca di ogni passaggio di realtà, una visione senza fronzoli e senza giudizio.

Dietro di lui c’erano i palazzi e i pini. Sulla testa aveva la solita caotica riga di lato, ma scolpita dal gel e mi stupì molto l’idea che potesse passare del tempo davanti allo specchio e impegnarsi per dei cambiamenti. Dietro i suoi piedi c’erano i mattoni rossi che separavano la strada in cemento dall’aiuola composta di solo terreno. Tra un mattone e l’altro spuntavano dei fili d’erba.

Borsone in spalla Marocco gioca a calcio, è uno dei Giovanissimi Regionali della Pro calcio Napoli, riempie le sue giornate con gli allenamenti e le partite della domenica e seppure abbastanza promettente non gli importa di eccellere, forse vorrebbe diventare solo un po’ più deciso, un po’ più attrezzato per non sentirsi da meno dei suoi amici, per sopravvivere alla violenza, per attraversare quell’età in cui non si è ancora abbastanza forti e in cui si sbaglia per sentirsi vivi. Del primo anno di liceo scientifico che frequenta non gliene importa niente, la scuola non ha per lui una funzione salvifica, alla mancanza di dialogo con l’insegnante, in particolare con quella di latino, Marocco risponde con un assoluto disinteresse. Nei pomeriggi preferice girovagare con gli amici, Gioiello, Fusco, Lenno che amico lo è ma non fino in fondo, che gli propone di fare soldi spacciando droga, che gli soffia la ragazza che gli piace ma che poi gli presenta Serena, raggio di stupore, morbida e sorridente, corpo da esplorare, zizze strepitose, intraprendente. È l’amore che trasforma ma difficile da sperimentare, che spinge alle prime volte del sesso ma che può ferire, che stordisce di paura. Perché Marocco lo sa bene, l’amore disarma e può lasciarti tramortito da un momento all’altro. Ma immobilizzare gli eventi e le emozioni può bastare a salvarsi? O piuttosto gli altri, le cose che ci accadono sono l’occasione per stare al mondo? Non anticipiamo di certo le altre storie che si intrecciano né la conclusione di questo bellissimo romanzo di formazione entrato nella dozzina dei candidati al Premio Strega 2020. Spero vogliate leggerlo.

 

 

 

 

Il treno dei bambini Viola Ardone

photo_2020-04-01_16-23-16Il treno è stato da sempre il mio mezzo di trasporto preferito. Le soste nelle stazioni, il paesaggio che scorre oltre il finestrino (almeno per i treni non velocissimi), la lentezza del pensare che ne consegue, l’adattarsi ai cambiamenti nel lungo tragitto. Mi ricorda l’infanzia, il tempo in cui dalla provincia di Messina dove sono nata ci spostavamo per andare a trovare le zie, i nonni. Un sentire che oggi può apparire desueto, “antico”, come una scrittrice molti anni fa giudicò un mio scritto, ma in quel caso non era un complimento.

Dei libri che incontriamo nella nostra vita, di quelli che scegliamo da leggere, ce ne sono alcuni che di sicuro rievocano antichi sentiri, o richiami insospettabili, o addirittura ricordi evidenti a un primissimo sguardo.

Mi sono così ritrovata dentro il treno, questo, del romanzo “Il treno dei bambini”, Einaudi Stile Libero, di Viola Ardone. Ho sentito lo sferragliare di allora, quando la povertà aveva messo in ginocchio persone che già conoscevano l’indigenza e le cui risorse non sarebbero bastate alla sopravvivenza. La storia, ambientata nel 1946, subito dopo la fine della guerra, richiama una vicenda vera. Su iniziativa del Partito Comunista e dell’UDI, migliaia di bambini vennero trasferiti dal sud, in particolare da Napoli, per essere “affidati” a famiglie dell’Emilia Romagna che potessero accoglierli per un certo periodo, nutrirli, curarli, sottrarli alla fame e alle malattie. Nel romanzo compaiono infatti figure che ebbero un ruolo decisivo nell’organizzazione e nel trasferimento di quei bambini che si intrecciano con personaggi straordinari, primo fra tutti Amerigo, bambino di sette anni, voce narrante tenera e smaliziata al tempo stesso. Amerigo è un personaggio che non si dimentica, già nell’incipit folgorante del romanzo. Si arrangia, disubbidisce, impara dalla strada, si fa mille domande e come i bambini sanno fare si costruisce un mondo fatto per sopravvivere, d’amicizia e tenerezza.

Il nome me l’ha dato mio padre. Io non l’ho mai conosciuto e, ogni volta che chiedo, mia mamma alza gli occhi al cielo come quando viene a piovere e lei non ha fatto in tempo a entrare i panni stesi. Dice che è proprio un grand’uomo. È partito per l’America per fare fortuna. Tornerà?, ho chiesto. Prima o poi, ha risposto. Non mi ha lasciato niente, solo il nome. Sempre qualcosa è.

Amerigo vive nei bassi di Napoli con la madre Antonietta Speranza che nel cognome dice di sé l’assurda beffa del destino e l’ostinata volontà di resistenza. Amerigo va in giro a raccogliere pezze che la madre pulisce e rammenda per darle a Capa ’e Fierro che le vende al mercato. Con una prosa appassionata e sanguigna, Viola Ardone ci conduce in un mondo di poveri cristi che anima i bassi. C’è la Zandragliona, la Panchiochia, Capa ’e Fierro, Tommasino, amico di Amerigo, c’è la suora che vuole dissuadere Antonietta, donna che parla poco e che gli stenti hanno chiuso in un mondo duro e senza fiducia, dal consegnare il figlio ai comunisti di cui aver paura perché con il treno porteranno i bambini in Russia dove taglieranno loro mani e piedi. C’è l’ardire delle sfide da una parte e l’arretratezza, l’ignoranza superstiziosa dall’altra. Ma cosa può fare Antonietta che ha già perso un figlio con l’asma bronchiale se non credere a Maddalena Criscuolo che ha combattuto nelle Quattro giornate e acconsentire che Amerigo salga su quel treno?

Osservo mia mamma attraverso il finestrino. Lei si stringe nello scialle, in silenzio. Il silenzio è arte sua. Poi il treno urla forte, più forte della maestra con la scucchia quando scoprì lo scarafone morto che le avevamo nascosto sotto il sillabario. Allora le mamme fuori al treno incominciano a muovere le braccia avanti e indietro e io credo che ci stanno salutando. Invece no. Tutte le creature sopra al treno si sfilano i cappotti e li buttano dai finestrini per darli alle mamme, pure Mariuccia e Tommasino. Io dico: – Ma che madonna state facendo? Nell’alta Italia, poi, vi puzzate di freddo. E Tommasino risponde: – Questo era il patto: i bambini che partono lasciano i cappotti ai fratelli che restano, perché nell’Alta Italia l’inverno è freddo, ma pure qua non è che fa caldo.

La voce di Amerigo è quella di bambini e di adulti costretti a separarsi, di chi in nome di un bene superiore sceglie un sacrificio d’amore. L’amore grande di chi accetta il lasciare andare. E la trama, intessuta di un dialetto che scava con i suoni del parlato colloquiale e quotidiano, pur toccando corde di profonda commozione non si consuma in melensi sentimentalismi perché la realtà svela il suo volto più crudo, le sue ingiuste disparità sociali. Cosa accadrà presso le nuove famiglie, come si incontreranno mondi e persone così diversi? Ma questo è anche il romanzo di un riscatto sofferto e cercato, di uno stringere i denti, di un ingoiare assenze, di separazioni difficili ma colmate da gesti concreti e solidali.

– Sono contenti che ci andiamo a mangiare le cose loro? – chiede il biondo, che non riesce a crederci. – E perché? – Per la so-li-da-rie-tà, -dice Maddalena. – È come la di-gni-tà? – dico io facendo la stessa faccia della Panchiochia, ma senza sputare tra i denti. Maddalena spiega che la solidarietà è come una dignità verso gli altri. – Se io oggi ho due salami, allora ne do uno a te, così se tu domani hai due caciotte, me ne dai una a me.

Penso all’oggi, a quello che stiamo vivendo, in questi tempi così difficili e bui d’emergenza e la storia di Amerigo e di tutti quelli che insieme a lui vissero quegli anni mi sembra proprio qui, vicino vicino.

 

 

Un granello di polvere

photo_2020-03-03_20-54-37Mi capita spesso di provare vergogna, un imbarazzo triste quando sui social pubblico belle e ridenti immagini che mi riguardano. I sorrisi pieni, le piccole soddisfazioni, le locandine degli eventi, i progetti a venire. Cosa sarà mai, mi chiedo, a rendere questi momenti significativi agli occhi di chi sta vivendo giorni di dolore, di chi sta lottando con malattie devastanti, disastri economici, precarietà nel lavoro, negli affetti? Mi guardo e mi sento breve, nel tempo e nell’animo, un granello di polvere nella nube globale delle catastrofi insopportabili patite dall’umanità. Nell’era dei media totalizzanti la portata degli eventi arriva tutta a chi la vuole considerare, laddove l’esistenza esplode in guerre abberranti e distruzioni ambientali. Mi sento addosso la colpa dei morti in mare, dei bambini morti di freddo, dei profughi disperati ricacciati indietro alle frontiere, della fame, delle violenze d’ogni genere che fanno inorridire al solo pensiero. E se per un verso non voglio mascherare la realtà né tantomeno ignorare le cronache, d’altra parte mi risulta difficile pubblicare notizie raccapriccinati (anche se ne riconosco una certa utilità di informazione e di denuncia e di certo non critico chi lo fa).

Mi sento un petalo che tenta di restare attaccato allo stelo mentre si alza un vento impetuoso, una foglia pronta a ingiallire repentinamente e a staccarsi dal ramo. In questi momenti ogni parola, ogni figura del vivere mi sembra un atto di inutile vanità e mi vergogno, come se fossi responsabile dei mali del mondo a cui non pongo rimedio. Faccio fatica a ricompormi, a trovare il senso di ogni cosa, a raccogliere briciole di speranza, a ribadire il valore delle azioni quotidiane.

Dal profondo mi scuso, quindi, con chi soffre, mi scuso per la irragionevole disparità tra i destini e invoco la vittoria della luce contro l’oscurità innata degli esseri umani. E nel cercare un raggio che illumini il buio mi dico che anche i petali, facendo lo sforzo di restare attaccati allo stelo, possono centellinare un po’ di fiducia e lanciarla nel vento verso chi sta lottando. Queste nostre comunità virtuali, luoghi di varia quotidianità che si riscalda nelle condivisioni, nel poter esprimere liberamente su faccende private (quando è fatto con intelligenza, per carità), gravità degli affanni, gusti e passioni che io per prima accolgo nella mia vita, conoscono gli estremi e ne subiscono le conseguenze.

Mentre qualcuno muore di freddo nella neve perché fugge dal proprio paese in guerra, mentre gli orsi polari muoiono perché i ghiacciai si sciolgono, l’odore che fanno le giornate può avere il profumo radioso dell’erba, la circospetta malinconia dell’infanzia, il tremore ostinato della paura, la posta in gioco della sfida, l’aspirazione indiscussa alla bellezza, una fonte d’acqua sincera, un alzarsi e cadere, un ricadere e rialzarsi. Rialzarsi lì dove siamo caduti, come insegna il Maestro Daisaku Ikeda. È quello che posso fare, quello che il sorriso mio che può sembrare superficiale ai miei stessi occhi può aggiungere al mondo così conciato che di sicuro non ha bisogno del mio grugno. Che se vale la somma delle esistenze, che se tutti siamo legati e interconnessi, aggiungo un po’ di buono tirato a forza da me, anche per gli altri.

Ulisse e Polifemo di Alessio Romano

photo_2020-02-25_12-03-35È un libro per bambini davvero delizioso Ulisse e Polifemo di Alessio Romano pubblicato da LiscianiLibri nella collana I Miti raccontati ai bambini. Con una pregevole copertina rigida, illustrazioni divertenti e coloratissime di David Landi, il mito si trasferisce dall’antichità in una clinica svizzera dove il famoso Dott. Prof. Victor Frankenstein opera calciatori, attrici, politici e uomini d’affari tutti presi da preoccupazioni estetiche. Mai, poverino, che si presenti un caso eccezionale così da poter mostrare la sua bravura in una prova dall’alto valore scientifico! Fino a quando la sua segretaria-infermiera, che ogni volta gli snocciola addosso tutti i titoli di cui il dottore è insignito facendolo infuriare, non gli annuncia un paziente: Nessuno Polifemo, il cui nome e cognome darà il via, ovviamente, a una serie di divertenti fraintendimenti. Ma quando arriva Nessuno, gigante monocoluto, grazie a una narrazione accattivante e ironica si ribalta il piano del mito. Il mostro, da monstrum “portento, prodigio”, come chiarisce l’autore in alcune pagine conclusive del volume in cui con una linguaggio adatto ai giovani fruitori del testo è affrontata anche la questione omerica, ci appare subito simpatico. Dimentichiamo la sua enorme statura e l’occhio mostruoso che occupa la fronte perché egli dice che, in verità, è stata Penelope a inventare tutto, non solo la storia che lo riguarda ma anche le varie avventure che Ulisse ha vissuto nel viaggio di ritorno a Itaca. È stata una donna annoiata, che per sfuggire alla malinconia per l’assenza del marito e alla paura delle notti insonni, s’è inventata tutto. Mio caro marito Ulisse, gli anni della guerra sono stati davvero lunghi e la mia attesa del tuo ritorno sembrava non avere mai fine. Dovevo trovare un modo per ingannare il tempo, altrimenti rischiavo di impazzire dalla malinconia”. Non è da trascurare l’avere affidato la narrazione del mito al genio di Penelope, un altro ribaltamento che fa del racconto una reinvenzione e che riconosce alle donne un talento narrativo tradizionalmente attibuito agli uomini. Il povero Polifemo che ha subito l’onta di secoli di maldicenze supplica il dottore perché desidera adesso essere fornito di due occhi per fare una sorpresa alla sua amata Polifemmina. Non sveliamo l’intreccio che ne deriva, ma l’amore di Nessuno Polifemo e Polifemmina è così speciale da spingere entrambi a voler fare pazzie per “vedere” pienamente l’altro e l’altra. Anche il dottore e la dottoressa Frankenstein fanno a gara per dichiararsi amore e in un susseguirsi di piccoli colpi di scena conducono gli eventi a uno svelamento di fatti e intenzioni, un vedere più ampio che coinvolge tutti i personaggi. E sebbene destinato a lettori e lettrici dai 7 anni in su sembra quasi che l’autore voglia suggerire un messaggio valido per tutte le età: l’amore vero pone condizioni?

e luce sia

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e luce sia mia terra radiosa signora ragazza e madre non ci sarebbe ardimento nel mio cuore se non avessi te che di conforto mi circondi e che d’immenso spazio fai il silenzio giace ai tuoi piedi il mio rinascere sia del frutto che dell’attesa

#sicilia #natura #immensospazio #silenzio