L’orologio del Piave

Un aereo militare volò basso sulla città. L’enorme uccello dal ventre nero comparve all’improvviso da dietro il Grande Hotel Exelsior, sembrò sfiorare le cime dei platani spogli e con un fragore spaventoso s’impennò verso l’alto, segnando una larga scia di ovatta nel cielo. Diede l’impressione che potesse poi infilarsi in una delle finestre del palazzi signorili del Viale, per finire negli androni dove avrebbe sconquassato le vite normali di gente normale. Alla fermata, dove Lucia aspettava l’autobus da più di venti minuti, la signora che le stava accanto rimase muta, si aggiustò il foulard e guardò in su fino a che le grandi ali non sparirono nell’azzurro sbiadito di novembre. Guardò in alto anche il ragazzo con lo zaino scivolato sulla spalla e il berretto di lana grigio, che strillò: “Ehi, che cazzo succede?”. Di quel cavallo di Troia volante rimase ancora per un po’ il rombo cupo, mentre qualcuno che si era avvicinato al palo della pensilina disse: “Sarà stato un errore farlo volare così basso”. E qualcun altro: “Ma che era, un aereo?”…………….. Ma alla vista di quel bestione le sue labbra si erano serrate, aveva fatto qualche passo all’indietro, si era aggrappata alla cancellata del giardino che stava alle sue spalle perché il cuore si era messo a battere come un forsennato e sembrava che volesse uscirle dal petto. La guerra potrebbe scoppiare così, aveva pensato, senza preavviso, un giorno ti svegli e ti ritrovi gli aerei sulla testa, non puoi farci niente. Uno schianto, un boato e sei lì, in mezzo agli altri…

Questo l’incipit del mio racconto L’orologio del Piave in “Sibille”, libro a cura di Fulvia Toscano, pubblicato nel 2015 da Edizioni Arianna, copertina di Marcella Brancaforte. Un libro di racconti brevi ispirati al personaggio della Sibilla concepiti e scritti da dieci scrittrici: Licia Cardillo Di Prima, Marinella Fiume, Daniela Gambino, Asma Gherib, Simona Lo Iacono, Anna Mallamo, Beatrice Monroy, Nadia Terranova, Lina Maria Ugolini, io.

In quell’occasione la mia Sibilla parlò attraverso il personaggio di Lucia, giovane donna ferma ad aspettare l’autobus in una mattina qualsiasi che non è una mattina qualsiasi per le angosce collettive che evoca e i rischi di una possibile guerra. Ci penso ogni volta che attacchi militari insensati offendono l’umanità e mettono in pericolo la pace mondiale. Mi pare sempre più inconcepibile che ancora si possa pensare di fare la guerra. Fare la guerra. E mi sembra sempre più destabilizzante sapere che non sappiamo mai la verità e che le tante versioni di azioni e reazioni siano solo questioni di facciata e false prese di posizione di parte.

sibille

“D’amuri e di raggia”, poesie di Anna Maria Bonfiglio

 

La prima cosa che mi è venuta in mente quando ho avuto fra le mani questo libro è stato il detto siciliano “l’aceddu ‘nta la jaggia o canta p’amuri o canta pi raggia”, e nelle altre versioni quali “l’aceddu ‘nta la jaggia ‘un canta p’amuri ma pi raggia”, o ancora “l’aceddu ‘nta la jaggia o canta pi ‘vidia o canta pi raggia”.

È un proverbio che ho sempre amato e che ben si adatta a introdurre alcune riflessioni sulla raccolta poetica in siciliano di Anna Maria Bonfiglio “D’amuri e di raggia”, Edizioni Agemina 2017.

Un uccello in gabbia che desidera volare ed è invece costretto a stare rinchiuso, che subisce i limiti che il suo animo vorrebbe oltrepassare. Questa prima immagine trova motivo nei versi della poesia Stidda in cui l’autrice chiede a una stella di nutrire il cuore come se fosse ‘n-acidduzzu. Uccello che ritorna come passero, colomba, pipistrello o civetta.  In Nnarreri: “tu ti nni jisti/ fuist comu ‘n-passaru scantatu/dintra la notti scura” ; in St’arma, dove l’anima parla e soffre: “palumma ca si sperdi nna lu celu/ ca sbatti l’ali senza mai sustari”; in A cucca compaiono civetta e pipistrelli. E le parole volare, ali, vento, sono termini ricorrenti che per sonorità si accostano a Vita in un intreccio che è anche semantico.

Ma d’altra parte la gabbia, simbolicamente, è condizione stessa dell’esistere su questa terra, intrappolata nella fisicità che si dispiega tra il nascere e il morire. In Cantu a lu ventu la gabbia è metafora di una prigionia rifiutata e combattuta non solo con atti di coraggio ma anche attraverso le parole che pure la poeta distribuisce nel mondo anche quando sa che nessuno le ha chieste. Nessuno quindi le ascolterà? È questo il tormento di chi parla e non sa se invano. Come nella lirica Lu dialettu. Vestale, si definisce la Bonfiglio, ma di ciò che è passato, tenendo in mano la torcia del fuoco sacro che non ha eredi.

E la gabbia, ancora, è condizione che scegliamo ogni volta in cui rimaniamo in un vissuto che potremmo modificare e che, pur ritenendolo subito, finisce con l’essere il solo che sappiamo concederci. Una condizione di coercizione che appare nella bellissima immagine di “‘n-pisciteddu nna la boccia/ mi duna malabbentu e mi cunorta” nella poesia Fuddia.

La gabbia, nella poesia che questa raccolta evoca, diviene il luogo del “dentro”, quel luogo da cui l’autrice porta alla luce il proprio sentire attraverso la sfida della lingua.

Il dialetto, quindi, come dichiarato apertamente nella breve premessa, è “la mia parlata originaria… il mio personale modo di affrontare la scrittura siciliana senza offenderne la dignità”. Una dichiarazione di autonomia stilistica che diviene forma. Io ho sempre apprezzato, nella poesia di A. M. Bonfiglio, la sua ricerca della parola che dice senza sacrificarsi all’intellettualismo, alla ricerca spasmodica di innovazioni e sperimentalismi che, nel suo caso, snaturerebbero il dettato lirico fluido, che produrrebbero una distanza tra il sentire dell’autrice e del lettore-ascoltatore.

Perché la lingua utilizzata in questa raccolta è materna, lingua, cioè, che genera, che partorisce il senso del mondo attraverso un cordone ombelicale di appartenenza a un’infanzia dell’animo. È lingua che nel muoversi alla ricerca di un varco per la nascita segna dietro di sé una scia, un solco che si fa strada. E bene ha notato Ester Monachino nella nota introduttiva quando dice “lingua di Sicilia, come letto fluviale di Parola”. Da ascoltare. Il “dentro” che parla e si fa ontologia, ontos, ciò che è, che deve essere espresso, trovato, svelato.

Il che cos’è, socraticamente inteso, potremmo anche dire, in questa raccolta è il dialogo interno tra due termini Amuri e Raggia che solo all’apparenza risultano conflittuali. In queste poesie in siciliano non c’è tensione metafisica che trascende la vita su questa terra, è un cantare tutto di carne e anima che si irradia tra parole dense, evocative, sfaccettate, malinconiche.

La parola Amuri compare 11 volte e questo amore si scompone e prende forme varie, prende anche le sembianze dell’adesione compassionevole, come nella lirica Comu migranti in cui la Bonfiglio dichiara l’impotenza di chi può solo provare a sentire ma “sulu cu avi li carni ammargiati/e lu cori strazzatu po’ diri di cchiù”. Amore che non ha misura perché è sempre vivo, non solo nella memoria. E non c’è passato che sia finito, non c’è ferita, non c’è patimento, non c’è vissuto che non sia presente e materiale nelle parole scelte dalla poeta.

E la parola Raggia? Sebbene compaia 2 volte è densa, materia compressa. Il contraltare inevitabile di un fuoco inestinguibile.

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