L’anno che Bartolo decise di morire. Valentina Di Cesare

photo_2019-07-10_00-13-52La prima emozione che ho provato tenendo fra le mani il libro di Valentina Di Cesare “L’anno che Bartolo decise di morire” Arkadia Editore è stata di inquietudine. La foto di Blake Cheek in copertina mi ha rimandato all’annegamento, all’acqua che dà la vita ma che soverchia. I colori, bellissimi, che sono del mare, o di un lago, dei riflessi di luce, dei corpi che scivolano nei liquidi mi hanno indotto a pensare che avrei trovato tra le pagine una moderna Ofelia e nel leggere il romanzo ho cercato un riferimento a questa mia prima impressione. Il protagonista, invece, è Bartolo, custode in un museo, uomo che parla poco di se stesso e che è tornato dopo molti anni nella sua città d’origine.

Che ci sei tornato a fare qui… non cambia mai niente da queste parti…” gli dice il maestro in pensione Nino, suo vicino di casa che solo con Bartolo ama disquisire, poi si richiude in casa e non apre a nessuno. Ma non si sa perché Bartolo sia tornato, che cosa si agiti nel suo cuore e nella sua mente e che cosa gli sia capitato da quando poi non si hanno più notizie di lui. E non lo sa neanche chi legge, la narrazione spinge in una sospensione che a tratti sembra propria del genere giallo, sembra che qualcosa avvicini agli esiti del caso, viceversa abilmente il racconto viene spostato sulle vicende degli amici di Bartolo: l’edicolante Roberto, Renzo proprietario di un bar, Vito che ha problemi con la moglie, Giovanni che amava Viola ma ha ceduto alle attenzioni più rassicuranti di Marzia, Lucio, personaggio cardine nello sviluppo della storia, che licenziato in tronco dall’azienda per cui lavorava è rimasto senza un soldo dopo il doloroso divorzio. A poco a poco le vite dei tanti personaggi legati fra loro da lunga amicizia si intrecciano. I richiami alla giovinezza, ai tempi degli studi e delle uscite in comitiva, alle sorti di ognuno svelano le conflittualità, i fallimenti, i tentativi di salvarsi ma senza il coraggio necessario per essere sinceri con se stessi e con gli altri.

Forse hanno ragione loro”, disse un giorno Bartolo al maestro Nino. “Le parole da una parte, le azioni da un’altra, forse è così che si resta vicini, senza dirsi la verità, senza affrontarsi!”.
Cosa rimane, allora, delle verità? I legami d’amicizia possono resistere al tempo, quali azioni sono da compiere e quali le colpe di cui liberarsi? Nei dialoghi serrati, a tratti filosofici, con il maestro Nino, Bartolo cerca il senso delle cose, la capacità per affrontare il dolore e l’angoscia, le forze per non smettere di desiderare una società in cui il vivere insieme non sia viziato da opportunismo. Con una lingua chiara e armoniosa, senza scadere in facili giudizi, Valentina Di Cesare prende posizione sui limiti del nostro mondo contemporaneo e sulla difficoltà di salvaguardare le relazioni profonde. In un crescendo emozionale, più i personaggi mostrano le proprie contraddizioni più Bartolo sembra dileguarsi per svelare dinamiche e consuetudini egoistiche. Come a volere lasciare il palcoscenico, i suoi comportamenti destabilizzano e producono infine una deflagrazione. Perché Bartolo non può più vivere nella vita di sempre, laddove le azioni tradiscono il valore della parola e la responsabilità del suo uso. Laddove qualcosa che andrebbe detto o fatto non si fa e dove invece si parla troppo e a vanvera la parola si perde, si mortifica in assenza di azioni coerenti. In una pagina memorabile del romanzo si legge “… innanzitutto ogni cosa è nata dall’abuso che si fa della parola. Ricordati che quando una parola è abusata, vuol dire che chi la pronuncia non ci fa più attenzione, sa di non essere solo e di poterselo permettere, perché molti tutt’intorno fanno la stessa cosa… e questa leggerezza vedi, questa facilità nell’enunciarla la svilisce, sembra un maglione indossato da troppe persone, c’è chi lo allarga, chi lo stringe, chi lo accorcia, chi lo macchia, chi lo ricuce… ”.
Bartolo non vuole più vivere con i soliti maglioni o con quelli di altri addosso e decide di morire in un modo che naturalmente non svelo.

Doveva misurare le reazioni ma stava affondando, si legge nelle ultime pagine. Allora, ho pensato, la mia moderna Ofelia l’ho trovata: è quella parte di noi che muore, magari ogni giorno e la lasciamo morire come se non potessimo farci niente. O che deve morire. Necessariamente.