Terrapiena Carola Susani

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Terrapiena, di Carola Susani, edizioni minimum fax, è un libro da leggere. Con la sua lingua sorprendente e limpida, l’autrice descrive le cose nella loro concretezza, materialità, eppure della realtà trasfigura i contorni. Un modo visionario di affrontare la storia del nostro paese, i passaggi decisivi dal dopoguerra a oggi, quando le spinte al cambiamento hanno innescato piccole rivoluzioni. Che poi non sappiamo mai fino a che punto i cambiamenti produrranno conseguenze, quali semi lasceranno.

In Terrapiena ti sembra di essere proprio lì, nella campagna siciliana, all’inizio degli anni settanta, dove sorge una baraccopoli costruita dopo il terremoto. Lì dove Italo Orlando riappare. Nel precedente romanzo La prima vita di Italo Orlando, il primo di una trilogia, era comparso molti anni prima, nel ‘57, e aveva scombussolato la vita di una intera comunità. Creatura senza tempo e senza storia ha le stesse fattezze di allora quando un gruppo di ragazzini lo trova, a fine estate. “Era nell’acqua a faccia in giù, le braccia stese, i capelli che brillavano come squame. Ricordo il cielo omogeneo che si rifletteva sulla superficie stagnante. Nel punto in cui eravamo il fiume aveva ancora una certa portata, ma subito s’insabbiava, e andava a spegnersi in un rivolo che puntava al mare”. A chiedere chi sia Italo la risposta è sempre la stessa: “La leggenda narrava del figlio di un avvocato Orlando, Mommo non si ricordava se fosse di Corleone o di Marsala, pluribocciato a ingegneria, che era impazzito e aveva cominciato a girare per la Sicilia a piedi scalzi portando fortuna a chi se lo prendeva in casa. Gliela raccontavano in famiglia quand’era piccolo, sua zia sosteneva di averlo incontrato. Ma mi sembrava ridicolo pensare che fosse lo stesso, il ragazzo che avevamo trovato nel fiume non aveva più di vent’anni”. È Ciccio, un bambino di dodici anni, a raccontare quello che accadde in quell’estate, della povertà, del gruppo di attivisti arrivati anche da fuori e chiamati stranieri che con il loro impegno e le loro azioni vorrebbero spingere la popolazione delle baracche a ribellarsi per ottenere il riconoscimento di diritti elementari. Ciccio, con le gambette magre, anche lui vedo nella sua disarmante fame di vita, scapestrato e tenero, impegnato a scorrazzare insieme a Mommo, Dora, Marco, Elia, a cercare, inconsapevole, l’amore che gli manca. “Mia madre non amava picchiarmi. Per farlo avrebbe dovuto alzarsi da una sedia a righe blu o dal letto, separarsi da Maria, appoggiarla in un posto, muoversi, rincorrermi, sudare… Odiava sentire caldo in ogni parte della cute pallidissima, tranne nel punto in cui, di volta in volta, sistemava Maria”. In compenso, le legnate gliele dava un fantomatico zio, malacarne che frequentava la baracca e che, come altri, diffidava degli attivisti. “Mentre si rimetteva la cintura mi fissava contraendo la fronte sudata: “Un cià ghiri chiù, su’ comunisti. Un ti cià ‘mmiscari”.

La povertà, la miseria, il malaffare, le ataviche storture sociali che si contrappongono al brillare di un’ansia di riscatto, una voglia di futuro che si manifesta nelle assemblee, nelle proteste per l’acqua, il lavoro, la ricostruzione. Del resto quelli furono gli anni di Danilo Doci e Peppino Impastato. Nell’ansia disorientata e bollente dell’adolescenza incipiente c’è il corpo di Ciccio che cambia, il desiderio per Dora, e insieme a questo gli scenari interiori. “Quando si sta a cavaliere fra i mondi, massimo è il rischio di cadere. E io stavo così, in bilico”. E cade Saverio, ragazzo omosessuale che si innamora di Italo e che fa di questa sua passione una spada da cavaliere impavido e una croce da portare in un paese in cui ancora la vergogna non consentiva di scegliere chi amare. “Ma Saverio era paralizzato dalla vergogna. Di che cosa si vergognava? Io mi sarei vergognato Di mia madre e di Maria, della nostra casa senza niente; forse per lui era lo stesso, si vergognava di sua madre… O forse si vergognava di Italo, che era anche un dio (cosa poteva essere altrimenti?), lo stesso era finocchio”.

Vedo le luci, le ombre, la notte, sento l’odore dei fichi, dell’umido, i grilli, il rumore delle scarpe di altri che la madre di Dora regala a Ciccio che scarpe non ne ha. E Italo? Dopo avere innescato, ancora una volta, il cambiamento scompare come era ricomparso? Quali semi ha lasciato? Lo ritroveremo in un altro momento decisivo della storia del nostro paese nel terzo volume, che aspettiamo, della trilogia.