Inferno

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Brucia la Sicilia nuova Troia assediata.
Vite in pericolo, distruzione di beni e case, morte di animali aria piante creature che hanno impiegato decenni a crescere alimentare la vita di tutti.
Che inferno avete nel cuore per scatenare l’inferno sulla terra?
Ma davvero pensate che non ne avrete conseguenze, che le leggi dell’universo non vi riguarderanno? Siete ciechi nel cuore come negli occhi e della coscienza non conoscete la bellezza. Poveri voi per quello che pagherete e sarà carico delle vostre nefandezze, delle notti e dei giorni avvelenati, della paura, del dolore che oggi proviamo e del pianto.

Un granello di polvere

photo_2020-03-03_20-54-37Mi capita spesso di provare vergogna, un imbarazzo triste quando sui social pubblico belle e ridenti immagini che mi riguardano. I sorrisi pieni, le piccole soddisfazioni, le locandine degli eventi, i progetti a venire. Cosa sarà mai, mi chiedo, a rendere questi momenti significativi agli occhi di chi sta vivendo giorni di dolore, di chi sta lottando con malattie devastanti, disastri economici, precarietà nel lavoro, negli affetti? Mi guardo e mi sento breve, nel tempo e nell’animo, un granello di polvere nella nube globale delle catastrofi insopportabili patite dall’umanità. Nell’era dei media totalizzanti la portata degli eventi arriva tutta a chi la vuole considerare, laddove l’esistenza esplode in guerre abberranti e distruzioni ambientali. Mi sento addosso la colpa dei morti in mare, dei bambini morti di freddo, dei profughi disperati ricacciati indietro alle frontiere, della fame, delle violenze d’ogni genere che fanno inorridire al solo pensiero. E se per un verso non voglio mascherare la realtà né tantomeno ignorare le cronache, d’altra parte mi risulta difficile pubblicare notizie raccapriccinati (anche se ne riconosco una certa utilità di informazione e di denuncia e di certo non critico chi lo fa).

Mi sento un petalo che tenta di restare attaccato allo stelo mentre si alza un vento impetuoso, una foglia pronta a ingiallire repentinamente e a staccarsi dal ramo. In questi momenti ogni parola, ogni figura del vivere mi sembra un atto di inutile vanità e mi vergogno, come se fossi responsabile dei mali del mondo a cui non pongo rimedio. Faccio fatica a ricompormi, a trovare il senso di ogni cosa, a raccogliere briciole di speranza, a ribadire il valore delle azioni quotidiane.

Dal profondo mi scuso, quindi, con chi soffre, mi scuso per la irragionevole disparità tra i destini e invoco la vittoria della luce contro l’oscurità innata degli esseri umani. E nel cercare un raggio che illumini il buio mi dico che anche i petali, facendo lo sforzo di restare attaccati allo stelo, possono centellinare un po’ di fiducia e lanciarla nel vento verso chi sta lottando. Queste nostre comunità virtuali, luoghi di varia quotidianità che si riscalda nelle condivisioni, nel poter esprimere liberamente su faccende private (quando è fatto con intelligenza, per carità), gravità degli affanni, gusti e passioni che io per prima accolgo nella mia vita, conoscono gli estremi e ne subiscono le conseguenze.

Mentre qualcuno muore di freddo nella neve perché fugge dal proprio paese in guerra, mentre gli orsi polari muoiono perché i ghiacciai si sciolgono, l’odore che fanno le giornate può avere il profumo radioso dell’erba, la circospetta malinconia dell’infanzia, il tremore ostinato della paura, la posta in gioco della sfida, l’aspirazione indiscussa alla bellezza, una fonte d’acqua sincera, un alzarsi e cadere, un ricadere e rialzarsi. Rialzarsi lì dove siamo caduti, come insegna il Maestro Daisaku Ikeda. È quello che posso fare, quello che il sorriso mio che può sembrare superficiale ai miei stessi occhi può aggiungere al mondo così conciato che di sicuro non ha bisogno del mio grugno. Che se vale la somma delle esistenze, che se tutti siamo legati e interconnessi, aggiungo un po’ di buono tirato a forza da me, anche per gli altri.

Silvia Avallone e i 70 anni di BUR

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Cosa c’è di più entusiasmante che ascoltare le scrittrici, gli scrittori che raccontano di altri autori, di come le opere letterarie abbiano cambiato loro la vita? Ieri, a Palazzo Butera, Silvia Avallone ci ha stregati con la sua passione, il suo profondo amore per i libri. Per festeggiare i 70 anni del catalogo BUR che raccoglie opere di ogni tempo, in tutta Italia è stata organizzata l’iniziativa 10 autori per BUR. A Palermo, con Mondadori Bookstore, l’autrice di romanzi pubblicati da Rizzoli, quali “Acciaio” (da cui l’omonimo film), “Marina bellezza”, “Da dove la vita è perfetta”. Ci ha raccontato della sua lettura, a sedici anni, di Dostoevskij e di quella piccola libreria di Piombino in cui acquistava i suoi primi libri. E poi, prendendo spunto dagli altri volumi da lei scelti, ha condiviso con noi un’idea di letteratura che è profondamente connaturata alla vita. Potrebbe sembrare esagerato? No, perchè i libri “ti fanno uscire dal tuo orticello” dice “ti fanno entrare nelle vite degli altri, sono fenditure che aprono mondi”. Ecco sì, sono d’accordo, e ci ha parlato dell’imperfezione della realtà così variegata e imprevedibile che i social, che pure frequentiamo, che hanno la loro utilità poiché appartengono alle modalità comunicative dell’oggi, rendono parziale. Ognuno sceglie ciò che vuol mostrare. E quando si desidera apparire secondo modelli e schemi di successo, cosa ne è del resto? Tutte e tutti belli, sani, vincenti, invidiabili. La letteratura dà la possibilità di muovere lo sguardo, attraverso le parole di dire le cose, di farle esistere, di diventare più aperti al diverso. Di raccontare ciò che è nascosto e che noi stessi non vogliamo vedere. Pensavo alla lingua di genere, mentre parlava, e alla necessità di allargarne l’uso perchè ciò che è nominato si presenta al mondo. Peccato non sia seguito un dibattito, avrei chiesto che ne pensa di questa faccenda e del perchè tra le opere scelte di cui parlarci non abbia inserito un’autrice. Mi ha promesso, però, che tornerà a Palermo, di cui, dice, essere innamorata. Sollecitata dal giornalista Francesco D’Ayala, per ogni libro ha sollevato un tema importante che certo meriterebbe un approfondimento. Con “Anna Karenina” di Tolstoj, “L’educazione sentimentale” di Flaubert, “Bel-Ami” di Maupassant, “Edipo re” di Sofocle, “I vicerè” di De Roberto e “Mio assoluto amore” di Tallent, suoi BUR preferiti, sono comparsi davanti i nostri occhi (è questo il talento dei veri scrittori) adolescenti, famiglie, ruoli imposti, periferie, desideri di fuga e immobilismo. Faccende universali, nervi scoperti nella vita di ogni essere umano che la letteratura ci offre liberandoci dall’obbligo del giudizio. Perché se abbiamo a disposizione poche parole non possiamo dire di ciò che è contenuto nelle altre. Quanta ricchezza nelle sue! E si è parlato di che cosa sia necessario per far nascere nei ragazzi e nelle ragazze il desiderio della lettura, un desiderio che possa ridare speranza nel futuro e animare di quel fuoco che ti fa dire: qui c’è da fare qualcosa! Perchè se non c’è futuro niente ha senso. La lettura, dice Silvia Avallone, richiamando il ruolo fondamentale della scuola e delle risorse di cui dovrebbe essere fornita, è una questione politica. E se non vogliamo usare questo termine così mortificato dalla politica attuale, è una questione civile.
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Periferie


Le periferie lasciano un sapore amaro, il sapore acido indigesto di un riscatto mai realizzato. Sono luoghi lontani per chi non li riconosce come parte della nostra realtà e non importa quanto siano fisicamente distanti dal centro della città, è una lontananza d’altra natura.

A Brancaccio, quartiere dell’est periferico di Palermo, io ci insegno da diciassette anni, da quando è nato il Liceo Danilo Dolci che a quell’epoca aveva il nome di Quinto Istituto Magistrale. Non si poteva neanche chiamare scuola, ci avevano assegnato una palazzina tra quelle espropriate alla mafia e non avevamo nulla. Non c’era segreteria né sala insegnanti, e poi: porte divelte, pezzi di ferro che spuntavano dai pavimenti come piante selvatiche, vetri rotti, non c’erano telefono, computer, materiali, libri. Quando arrivavamo poggiavamo le borse sull’unico tavolino all’ingresso e il vicepreside arrivava con il suo computer personale per potere lavorare. Abbiamo iniziato l’anno scolastico con banchi e sedie recuperati alla meno peggio e con i genitori infuriati di ritrovarsi le figlie e i figli iscritti in una specie di scuola fantasma nata d’ufficio per dotare quella parte della città di un nuovo polo d’istruzione. Eravamo 19 insegnanti e una preside che si dava un gran da fare per ottenere i servizi essenziali. Eppure quello è stato un anno d’esperienza irripetibile, il gruppo era compatto, gli insegnanti motivati, si lavorava per la sopravvivenza e per non scomparire. Ci vorrebbero tante parole per raccontare degli anni successivi in cui alla crescita esponenziale degli iscritti si accompagnavano atti vandalici che ci impedivano di entrare nei locali allagati o con la schiuma degli estintori che invadeva le aule. O delle giornate di grande slancio e passione per realizzare lavori e iniziative di ogni tipo e progetti in ogni area: legalità, sport, arte, lettura, scienze, educazione di genere, lotta contro ogni forma di violenza e di violenza contro le donne. Abbiamo fatto manifestazioni, cortei, parate, abbiamo accolto moltissimi ragazzi disabili, per il servizio CIC abbiamo ascoltato, anche con l’ausilio di una psicologa, le storie difficili e drammatiche di tante giovani vite con cui abbiamo diviso ore e ore di umanità. Abbiamo intitolato l’Aula Magna a Peppino Impastato. Oggi siamo 180 insegnanti, tre succursali, più di 1500 alunne e alunni che arrivano anche dai paesi limitrofi. Per il Liceo che oggi è delle Scienze Umane e Linguistico abbiamo avuto premi e riconoscimenti. L’anno scorso abbiamo realizzato un progetto contro la violenza sulle donne e realizzato il docu-film “Bambina, go home” con la regia di Alberto Castiglione per il quale siamo stati selezionati dall’Ufficio Scolastico regionale della Sicilia per rappresentare la regione all’inaugurazione dell’anno scolastico 2017/18 alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Siamo andati a Taranto, con tanto di diretta RAI. Be’, cosa deve fare di più una scuola per educare? Eppure siamo con i doppi turni, in una zona di Brancaccio dove non c’è l’illuminazione pubblica e non ci sono mezzi di trasporto. Si esce e ti pare di dovere incontrare l’orco cattivo. Le ragazze e i ragazzi, per arrivare in via Oreto dove passa l’autobus, devono fare a piedi un budello di strada lungo e buio, e si può morire arrotati da chi arriva a tutta velocità. Come mai, direte? Si è aperta una questione infinita su permessi, locali, procedure, documentazioni, leggi e leggine per cui il piano scantinato dove ci sono aule e laboratori è stato chiuso. Il nostro dirigente ci sta perdendo il senno. La vicepreside affronta una mole di lavoro insostenibile. Non abbiamo riscaldamenti e l’umidità si è ormai ampiamente impossessata delle nostre ossa. Vicino non c’è un bar dove rifocillarsi e prendere magari un caffè che non sia quello della macchinetta. E quando si arriva di primo mattino può capitare di vedere la rete che separa lo spiazzo dove si posteggia dal terreno incolto su cui dovrebbe sorgere la chiesa dedicata a Don Puglisi, decorata da preservativi lasciati nella notte. Quindi non si tratta solo di scuola o di istruzione, si tratta di costringere la periferia a non alzare la testa come ben sapeva Don Puglisi che è stato fatto fuori a colpi di pistola. Significa togliere l’idea di cura e bellezza dalle ipotesi di futuro. E non si tratta soltanto di noi insegnanti ma di tutte e tutti quelli che lavorano o vivono a Brancaccio.

Ecco, se una cosa mi insegna la periferia è la resistenza. Che ogni cosa anche piccola, che ogni risultato apparentemente insignificante ha un valore in sé anche se il giorno dopo è peggio di prima. E per me che non ho mai considerato l’insegnamento come una missione, anzi mi infastidisce sentirlo dire, l’unica cosa che vorrei è continuare a pensare quando entro in classe: Se fossero figli miei?

Benvenute e benvenuti nel mio blog

Benvenute e benvenuti! Questo è il mio primo scritto, non so cosa esattamente vorrò farne di questo spazio ma so che avevo il desiderio di trovare il modo per esprimere alcune considerazioni su cose che mi passano per la testa. Mi piace scrivere e lo faccio per professione anche se non ci guadagno (avverrà, prima o poi?). Ci troverete, quindi, roba che riguarda i libri (non solo i miei), la poesia, la lettura, il teatro,  le arti. Non temete, non sono una critica letteraria né lo diventerò, ma mi piace discutere anche delle tensioni umane e sociali, le faccende che viviamo, che ci fanno gioire, indignare, terrorizzare. Se vorrete lo faremo insieme. Questo blog, per la verità, è il risultato di una “pressante” insistenza del mio compagno Nicola il quale non ne può più di sentirmi parlare delle cose di cui vi ho detto. Spera forse di sottrarsi così ai miei eccessi? Non sa, il poverino, che io di questioni tecnologiche mi intendo poco e che quindi lo infastidirò per la gestione di questo nuovo spazio?

Insomma, io sono Clelia Lombardo e vi dirò a poco a poco di me. Voi fate lo stesso.

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