Cambiare l’acqua ai fiori Valérie Perrin

photo_2020-07-09_17-58-14Un solo essere ci manca e tutto è spopolato

È così forte questo epitaffio in apertura del romanzo Cambiare l’acqua ai fiori di Valérie Perrin, edizioni e/o.

E l’incipit I miei vicini non temono niente. Non hanno preoccupazioni, non si innamorano, non si mngiano le unghie, non credono al caso, non fanno promesse né rumore, non hanno l’assistenza sanitaria, non piangono, non cercano le chiavi né gli occhiali né il telecomando né i figli né la felicità.

Prima di lavorare come guardiana del cimitero in una piccola cittadina della Borgogna, Violette Toussaint azionava negli orari più faticosi un passaggio a livello e prima ancora era stata una giovanissima donna sposata a un uomo bellissimo ma egoista e seduttore fino allo sfinimento. Era stata anche una bambina abbandonata alla nascita a cui nessuna delle famiglie affidatarie aveva dato amore. Quando è costretta a cambiare mestiere ha con sé il marito che in sella alla moto sparisce per giorni e poi una figlia da cui fatti tragici la separeranno per sempre. I dolori che ha accumulato si riverberano sulle tombe, sui funerali, sulle persone che accompagnano o dimenticano i morti e in un caleidoscopico intreccio di vite e personaggi si attraversa continuamente, nel romanzo, la soglia che separa la vita dalla morte. Insieme al parroco, ai seppellitori, a chi si occupa delle sepolture, Violette trova negli anni una dimensione amicale che a tratti pare onirica ma è fatta di cura e ascolto dell’umanità. La struttura narrativa, che procede per quadri e salti temporali tra presente e passato, narra storie che si legano fra loro e che si allungano fino alla ricerca della soluzione di un tragico mistero. Con una lingua semplice e diretta, seguiamo le vicende in prima persona se è Violette a raccontare, in terza se è un narratore esterno e onniscente, ci imbattiamo in storie appassionanti come quella di Julien che si presenta un giorno al cimitero per svelare il segreto che si nasconde nella vita della madre. I capitoli sono scorrevoli, anche se a volte alcuni passaggi appaiono ripetitivi, e introdotti da epitaffi funebri molto poetici che dicono, a loro volta, dei sentimenti eterni che legano i vivi ai morti. Può sembrare un libro funereo ma non lo è sebbene sia intessuto di fatti drammatici e strazianti. La forza della natura, del giardino che Sasha, precedente guardiano, lascia da curare a Violette, dei particolari e degli oggetti descritti, innalzano una luce di forza e consolazione. Sentimenti profondi, nel bene e nel male, danno il senso delle assurdità ma anche delle bellezze dell’esistenza. E Violette, bambina e giovane trascurata, ferita, diviene una protagonista, una Parca che raccoglie e tesse i fili.

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